Per tanto tempo ho pensato, a la Wackenroder, che la musica poco tollerasse non solo di essere "spiegata" ma anche soltanto di essere accostata a delle parole. Eppure un magistrale accostamento ha fatto vacillare questa mia convinzione: chissà che non succeda lo stesso anche a voi.
Diffugere nives, redeunt iam gramina campis
arboribusque comae;
mutat terra vices et decrescentia ripas
flumina praetereunt;
Gratia cum Nymphis geminisque sororibus audet
ducere nuda choros.
Immortalia ne speres, monet annus et almum
quae rapit hora diem.
Frigora mitescunt Zephyris, ver proterit aestas,
interitura simul
pomifer autumnus fruges effuderit, et mox
bruma recurrit iners.
Damna tamen celeres reparant caelestia lunae:
nos ubi decidimus
quo pater Aeneas, quo dives Tullus et Ancus,
pulvis et umbra sumus.
Quis scit an adiciant hodiernae crastina summae
tempora di superi?
Cuncta manus avidas fugient heredis, amico
quae dederis animo.
--
La neve si dilegua e tornano l'erba nei campi,
sugli alberi le foglie;
muta aspetto la terra e i fiumi in stanca
scorrono fra le rive;
la Grazia allora gioca a guidare ignuda la danza
delle sorelle e delle ninfe.
Non illuderti d'essere immortale, t'ammoniscono
gli anni e i giorni che passano in un attimo.
Mitiga il vento il gelo a primavera e questa
la estingue l'estate che fugge,
poi quando l'autunno avrà dato i suoi frutti e le biade,
torna l'inverno senza vita.
Ma rapida la luna ripara i danni del cielo:
noi quando cadiamo nel buio,
dove si trovano il padre di Enea, Anco e il ricco Tullo,
non siamo che polvere e ombra.
E non sappiamo se gli dei del cielo raggiungeranno
un domani ai giorni passati.
Tutto ciò che per tua gioia avrai concesso a te stesso
sfugge all'avida mano dell'erede.
Q. Orazio Flacco, Odi, IV 7
Perchè non possiamo non dirci filosofi
lunedì 18 marzo 2013
domenica 17 febbraio 2013
I dolori del giovane Ratzinger
Come un qualsiasi general
manager di una holding internazionale, Papa Benedetto XVI s’è dimesso. Come
interpretare queste dimissioni? Come un segno dei frenetici tempi che corriamo?
Oppure come un gesto di insospettabile modernità per un Papa unanimemente
considerato ultra-conservatore?
Durante l’omelia dell’ultimo Natale, Benedetto XVI disse: “Sempre meno tempo abbiamo a disposizione per
Dio. La questione che riguarda lui non sembra mai urgente. Il nostro tempo è
già completamente riempito. Ma le cose vanno ancora più in profondità. Dio ha
veramente un posto nel nostro pensiero? La metodologia del nostro pensare è
impostata in modo che Egli, in fondo, non debba esistere. Anche se sembra
bussare alla porta del nostro pensiero, Egli dev’essere allontanato con qualche
ragionamento”.
Forse, da un lato, le dimissioni di Benedetto XVI non sono
altro che l’immediata conseguenza della “lettera di licenziamento” con cui
abbiamo liquidato Dio; oppure, più semplicemente, possiamo interpretarle come
la reazione di un uomo sentitosi inadeguato rispetto a tutto un contesto,
quello del Vaticano, sempre più impastoiato in “affari” che poco hanno a che
vedere con la spiritualità. Ecco allora presentarsi un problema antico quanto
il mondo: il confronto dell’uomo con se stesso ed i suoi limiti.
Il celebre libro di Qòelet
così recita: “Quale utilità ricava
l’uomo da tutto l’affanno per cui fatica sotto il sole? Una generazione va, una
generazione viene ma la terra resta sempre la stessa. […] Tutte le cose sono in travaglio e nessuno
potrebbe spiegarne il motivo. Non si sazia l’occhio di guardare né mai
l’orecchio è sazio di udire. Ciò che è stato sarà e ciò che è fatto si rifarà;
non c’è niente di nuovo sotto il sole”. (1.3 – 1.10)
Tuttavia, parafrasando Foucault, spesso il limite non è che
il preludio all’illimitato, per non dire al divino. E la religione cristiana,
come tutti i culti in genere, non ha “sfruttato” l’umano bisogno di certezze,
proponendo una forma di ricompensa ultraterrena alle fatiche e alle sofferenze
mondane, per costruire il suo impero spirituale e, soprattutto, temporale?
“Tutti i giorni
dell’uomo non sono che dolori e preoccupazioni penose; il suo cuore non riposa
neppure di notte. (2.22) […] Ho
concluso che non c’è nulla di meglio per gli uomini, che godere e agire bene
nella loro vita; ma che un uomo mangi, beva e goda del suo lavoro è un dono di
Dio. Riconosco che qualunque cosa Dio fa è immutabile; non c’è nulla da
aggiungere, nulla da togliere. Dio agisce così perché si abbia timore di lui.
Ma ho anche notato che sotto il sole al posto del diritto c’è l’iniquità e al
posto della giustizia c’è l’empietà. Ho pensato: Dio giudicherà il giusto e
l’empio, perché c’è un tempo per ogni cosa e per ogni azione” (3.12 –
3.18).
Certamente essersi emancipati da una simile concezione
dell’esistenza gravata del timore di Dio è stata una conquista. Ma se il
prodotto di questa conquista è stato l’iper-concreto e sfrontato uomo d’oggi,
la cui “metodologia di pensiero” esclude risolutamente qualsiasi cosa che
presenti la minima implicazione spirituale, forse il prezzo pagato è stato
troppo alto.
lunedì 21 gennaio 2013
A mare cu tutti i 'rrobbi
Viviamo strani giorni. Non è soltanto il ritornello di una famosa canzone di Battiato, ma quello che stiamo vivendo oggi. Non solo perché ci ritroviamo bombardati da una campagna elettorale a metà strada tra il grottesco ed il surreale, ma anche perché le feste natalizie sono trascorse, riconsegnandoci alla routine quotidiana. Personalmente però, prima di fare ritorno nella 'calda' laguna, mi sono preso qualche momento per riassaporare il meglio della mia terra: il mare. Un mare che, sopratutto quando è in tempesta, rimane troppo generoso con noi. Per questo stasera lascio spazio ad un filosofo che ha saputo come pochi descrivere le sensazioni fisiche ma, azzarderei, anche metafisiche che il mare sa suscitare in me. Il mare di riferimento è il Mediterraneo su cui si affaccia Algeri, città natìa di Albert Camus.
Tratto da: Nozze (1936-37)
Qui, so che mai mi avvicinerò abbastanza al mondo.
Devo essere nudo e poi immergermi nel mare, ancora tutto odoroso delle essenze
della terra, lavare queste da quello, e allacciare sulla mia pelle la stretta
per la quale da tanto tempo sospirano labbra a labbra la terra e il mare.
Entrato nell’acqua, il brivido, il salire di una vischiosità fredda e opaca,
poi il tuffo nel ronzio delle orecchie, il naso che cola e la bocca amara –
nuotare, le braccia lucide d’acqua uscite dal mare per dorarsi nel sole e
ripiegate in una torsione di tutti i muscoli, l’acqua che scorre sul mio corpo,
le gambe che prendono tumultuosamente possesso dell’onda – e l’assenza di
orizzonte. Sulla spiaggia, cadere nella sabbia, abbandonato al mondo, rientrato
nella mia pesantezza di carne e d’ossa, intontito di sole, con uno sguardo, di
tanto in tanto, alle braccia ove la pelle asciugando scopre, quando l’acqua
scivola via, la peluria bionda e il polverio di sale.
Qui capisco quel che chiamano gloria: il diritto di amare
senza misura. C’è un solo amore in questo mondo. Stringere un corpo di donna è
anche tenere contro di sé questa gioia strana che scende dal cielo verso il
mare. Fra poco, quando mi getterò negli assenzi per farmi entrare il loro
profumo nel corpo, sarò cosciente, contro ogni pregiudizio, di compire una
verità che è quella del sole e sarà anche quella della mia morte. In certo
senso, è proprio la mia vita che io recito qui, una vita che sa di pietra
calda, piena dei sospiri del mare e delle cicale che cominciano a cantare
adesso. La brezza è fresca e il cielo turchino. Amo questa vita con abbandono e
voglio parlarne liberamente: essa mi dà l’orgoglio della mia condizione d’uomo.
Pure, spesso mi è stato detto: non esiste nulla di cui essere fiero. Si,
qualcosa c’è: questo sole, questo mare, il mio cuore che balza di giovinezza,
il mio corpo che sa di sale e l’immenso scenario dove s’incontrano l’amore e la gloria nel giallo e
nell’azzurro. È per conquistare questo che devo adoperare la mia forza e le mie
risorse. Qui tutto mi lascia integro, non abbandono nulla di me stesso, non
indosso alcuna maschera: mi basta apprendere pazientemente la difficile scienza
della vita che vale certamente tutto il loro saper vivere.
[…] Con i denti affondati nella pesca, ascolto le forti
pulsazioni del sangue salire fino alle orecchie, guardo tutt’occhi. Sul mare, è
il silenzio enorme di mezzogiorno. Ogni creatura bella ha l’orgoglio naturale
della propria bellezza e il mondo oggi lascia stillare il suo orgoglio da ogni
parte. Perché, davanti al mondo, negherei la gioia di vivere, se so di non
poter limitare tutto alla gioia di vivere? Non c’è disonore ad essere felici.
Ma oggi l’imbecille è re, e chiamo imbecille colui che ha paura di gioire. […]
Non posso fare a meno di rivendicare l’orgoglio di vivere che tutto il mondo
cospira a darmi.
[…] Le montagne, il cielo, il mare sono come volti in cui si
scopre l’aridità o lo splendore a forza di guardare invece di vedere. Ma ogni
volto, per essere eloquente, deve subire un certo rinnovamento. E ci si lamenta
di stancarsi troppo rapidamente mentre bisognerebbe meravigliarsi che il mondo
ci appaia nuovo solamente perché è stato dimenticato.
---
Tratto da: L’estate a Algeri
Sono spesso segreti gli amori che si spartiscono con una
città. Città come Parigi, Praga, e anche Firenze sono chiuse su se stesse e
limitano così il proprio mondo. Ma Algeri, e con lei certi luoghi privilegiati
come le città sul mare, si apre verso il cielo come una bocca o una ferita. A
Algeri si può amare quello di cui tutti vivono: il mare ad ogni angolo di
strada, un certo peso di sole, la bellezza della razza. E, come sempre, in
questa impudicizia e in questa offerta si ritrova un profumo più segreto. A
Parigi, si può avere la nostalgia di spazio e di battiti d’ali. Qui, almeno,
l’uomo è appagato, e sicuro dei suoi desideri, può misurare le proprie
ricchezze.
Senza dubbio bisogna vivere molto tempo a Algeri per capire
in quale modo un eccesso di beni naturali può inaridire. Non c’è nulla qui per
chi voglia imparare, educarsi o divenire migliore. Questo paese è senza
insegnamenti. Non promette e nemmeno fa intravedere. Si accontenta di dare, ma
a profusione. È interamente presente agli occhi e lo si conosce dall’istante in
cui se ne gode. I suoi piaceri non hanno anime chiaroveggenti, cioè
consolazione. Chiede che si faccia atto di lucidità come si fa atto di fede.
Singolare paese che dà all’uomo che esso nutre il suo splendore e, al tempo
stesso, la sua miseria! Non è sorprendente che la ricchezza sensuale di cui è provvisto
un uomo sensibile di questi paesi coincida con la miseria più estrema. Non
esiste verità che non porti con sé amarezza. Come stupirsi allora se non amo
mai tanto il volto di questo paese come quando sono fra i suoi uomini più
poveri?
Gli uomini trovano qui durante tutta la giovinezza una vita a
misura della loro bellezza. E poi, è il declino e l’oblio. Hanno puntato sulla
carne, ma sapevano di dover perdere. A Algeri, per chi è giovane e vivo, tutto
è rifugio e pretesto a tronfi: la baia, il sole, i giuochi di rosso e di bianco
delle terrazze verso il mare, i fiori, gli stadi, le ragazze dalle floride
gambe. Ma per chi ha perduto la gioventù, nulla a cui appigliarsi e nessun
luogo in cui la malinconia possa salvarsi da se stessa. Altrove, le terrazze
d’Italia, i chiostri d’Europa o il profilo delle colline provenzali,
altrettanti posti dove l’uomo può sfuggire alla propria umanità e liberarsi con
dolcezza da se stesso. Ma qui tutto esige solitudine e sangue di uomini
giovani.
[…] Sentire i propri legami con una terra, il proprio amore
per alcuni uomini, sapere che c’è sempre un luogo in cui il cuore troverà la
sua armonia, ecco già molte certezze per una sola vita umana. Senza dubbio ciò
non basta. Ma in certi istanti tutto aspira a questa patria dell’anima. ‘Si, è
laggiù che dobbiamo tornare’. Che cosa c’è di strano a ritrovare sulla terra
l’unione che auspicava Plotino? L’Unità si esprime qui in termini di sole e di
mare. È sensibile al cuore per un certo sapore di carne che ne fa l’amarezza e
la grandezza. Imparo che non esiste la felicità sovrumana, né eternità fuori
dalla curva dei giorni. Questi beni irrisori ed essenziali, queste verità
relative sono le sole che mi commuovano. Le altre, le ‘verità ideali’, non ho
abbastanza anima per capirle. Non che sia necessario esser bestia, ma non trovo
senso nella felicità degli angeli. So solamente che il cielo durerà più di me.
E che cosa dovrei chiamare eternità se non ciò che continuerà dopo la mia
morte? Non esprimo qui una compiacenza della creatura nella propria condizione.
È tutt’altra cosa. Non è sempre facile essere uomo, ancora meno essere uomo
puro. Ma essere puro significa ritrovare quella patria dell’anima in cui la
parentela col mondo diventa sensibile, in cui
il pulsare del sangue si connette con le pulsazioni violente del sole
delle due. È noto che la patria si riconosce sempre al momento di perderla. Per
chi si tormenta troppo da solo, il paese natale è quello che gli è negato. Non
vorrei essere brutale né sembrare esagerato. Ma quel che mi è negato in questa
vita è prima di tutto ciò che mi uccide. Tutto ciò che esalta la vita, ne
accresce al tempo stesso l’assurdità. Nell’estate algerina imparo che una sola
cosa è più tragica della sofferenza: la vita di un uomo felice. Ma può essere
anche la via per una vita più alta, perché insegna a non barare.
[...] Dal
vaso di Pandora, in cui brulicavano i mali dell’umanità, i Greci fecero uscire
dopo tutti gli altri, come il più terribile di tutti, la speranza. Non conosco
simbolo più appassionato. Perché la speranza, al contrario di quel che si
crede, equivale alla rassegnazione. E vivere non è rassegnarsi. Ecco la dura lezione delle estati d’Algeria. Ma già la
stagione trema e l’estate declina. Le prime piogge di settembre, dopo tanta
violenza e tensione, sono come le prime lacrime della terra liberata, come se
per qualche giorno questo paese s’impastasse di tenerezza. Nello stesso periodo
però, i carrubi spandono un odore d’amore su tutta l’Algeria. È la sera in cui,
dopo la pioggia, tutta la terra, col ventre imbevuto di un seme dal profumo di
mandorla amara, riposa dopo essersi data per tutta l’estate al sole. Ed ecco
che di nuovo questo odore consacra le nozze dell’uomo e della terra, e fa
nascere in noi il solo amore veramente virile in questo mondo: caduco e
generoso.
domenica 16 dicembre 2012
All'amata Venezia dedica queste righe l'autore
Esattamente due anni fa, per la prima volta in vita mia, mettevo piede a Venezia. Il mio abbigliamento, dato che come mi ripete sempre mia mamma "Là c'è il gelo", era il seguente: cappello di lana blu doppio risvolto, piumino d'oca color oro più grande di me di almeno due taglie per una maggiore copertura termica (sempre mia mamma docet); numero 1 maglietta della salute (doverosamente acrilica), numero 1 maglione in piles che, sommato alla maglia interna, garantiva una discreta dose di prurito, pantaloni di velluto grigi ed un paio di stivali (marroni) da trekking per montagna. Dunque, con questa sobria tenuta, vagamente assomigliante ad un ferrero rocher coi piedi, mi aggiravo per una sconosciuta Venezia. L'impatto fu devastante: "gelo polare" a parte, impiegai quasi 4 ore per trovare Ca' Foscari, dove avevo appuntamento in segreteria per ufficializzare la mia iscrizione all'università. Il labirintico intreccio delle calli veneziane può essere infatti micidiale per chi, come me, era abituato a fare quattro strade dritte per muoversi in città.
Tuttavia, dopo aver superato questa traumatica accoglienza e aver fatto anche la conoscenza di altri simpatici amici come nebbia, neve ed un'umidità geneticamente modificata, la città lagunare cominciò gradualmente a conquistarmi. Anche perché, non prendetemi per pazzo, Venezia è viva: ti accompagna quando cammini solitario di notte e, passando per i suoi sotoporteghi, fa risuonare l'eco dei tuoi passi; ti sussurra all'orecchio con il pigro ondeggiare dell'acqua dei suoi canali; s'incazza quando la stessa (salubrissima) acqua viene su da tutte le parti e tu, colto di sprovvista, sei senza stivali e ti rendi conto che non hai alternativa al toglierti le scarpe e procedere a mo' di Sampei; ti prende in giro quando (come al mio arrivo) ti fa perdere l'orientamento; ti seduce e ti invita a corteggiarla come una vera e propria signora quando, guardandola dall'alto, puoi abbracciarla tutta con uno sguardo e vederla in tutto il suo decadente splendore. Ma lascio che sia qualcun'altro a descrivere Venezia, ovvero Boris Pasternak.
Tratto da Il salvacondotto:
Quando uscii dalla stazione, con la sua pensilina provinciale
in uno stile doganale, qualcosa di liquidamente silenzioso scivolò sotto i miei
piedi. Qualcosa di malignamente scuro, come risciacquatura di piatti, e
punteggiato da due o tre lustrini di stelle. Si abbassava e si alzava quasi
impercettibilmente e somigliava a una tela annerita dal tempo, dentro una
cornice oscillante. Non compresi subito che quella immagine di Venezia era
Venezia. Che mi trovavo a Venezia, che il mio non era un sogno.
Il canale vicino alla stazione se ne andava, oltrepassato
l’angolo, come un intestino cieco, verso le altre meraviglie di quella galleria
galleggiante sulla cloaca. Mi affrettai verso il pontile d’imbarco dei
vaporetti che lì sostituiscono il tram.
Il vaporetto sudava e ansimava, si asciugava il naso, si
strozzava, e su quella stessa impassibile distesa, sulla quale si trascinavano
i suoi baffi semisommersi, navigavano in semicerchio, rimanendo piano piano
indietro, i palazzi del Canal Grande. Li chiamano palazzi, ma potrebbero esser
detti castelli incantati, e non c’è comunque parola che possa dar l’idea di
questi tappeti di marmo colorato, che cadono a strapiombo sulla laguna notturna,
come sull’arena di un torneo medievale.
C’è un singolare oriente da albero di Natale, l’oriente dei
preraffaelliti. C’è l’immagine di una notte stellata secondo la leggenda
dell’adorazione dei magi. C’è un eterno bassorilievo natalizio: la superficie
di una noce dorata, spruzzata di paraffina blu. Ci sono le parole: chalva e
Caldea, magi e magnesio, India e indaco. Fra esse va compreso anche il colore
della Venezia notturna e dei suoi riflessi sull’acqua.
[...] Non ricordo di fronte a quale di questi innumerevoli
Vendramin, Grimaldi, Cornero, Foscari e Loredani vidi la prima gondola o la
prima che mi colpì. Ma eravamo già oltre Rialto. Uscì silenziosamente sul Canal
Grande da un rio laterale e, tagliandoci la strada, manovrò per attraccare
davanti al portale del palazzo più vicino. Era come se dal cortile l’avessero
portata davanti all’ingresso principale, sulla pancia tondeggiante di un’onda
sollevatasi lentamente. Dietro rimase una buia fessura, piena di ratti morti e
di scorze di anguria danzanti. Davanti si stendeva il deserto lunare dell’ampia
via d’acqua. La gondola era femminilmente immensa, come è immenso ciò che è
perfetto nella forma e incommensurabile col posto occupato dal corpo nello
spazio. La sua chiara alabarda dentellata volava lieve nel cielo, portata in
alto dalla nuca tondeggiante dell’onda. Con la stessa levità correva lungo le
stelle la sagoma nera del gondoliere. E la cappottina del felze scompariva,
come sprofondata nell’acqua, nella sella tra la poppa e la prua.
[...] Avevo pensato che
la cosa migliore sarebbe stata per me di alloggiare nel quartiere
dell’Accademia. Lì sbarcai. Non ricordo se attraversai il ponte o rimasi sulla
riva destra. Ricordo però una minuscola piazzetta, circondata da palazzi come
quelli del canale, solo più grigi e severi e con le fondamenta sulla
terraferma.
Sulla piazza inondata dalla luna c’era gente che indugiava,
passeggiava o se ne stava sdraiata. Non erano in molti, ed era come se la
decorassero con i loro corpi in movimento, quasi statici o immobili. Era una
sera straordinariamente calma. Una coppia attirò la mia attenzione. Senza
guardarsi tra loro e beandosi del reciproco silenzio, tenevano gli occhi fissi
sulla riva opposta. Appartenevano probabilmente alla servitù del palazzo e si
godevano la serata. Dapprima fui attirato dall’aria posata del cameriere, dai
capelli brizzolati tagliati corti, dal grigio della sua giacchetta. Avevano
qualcosa di non italiano. Sapevano di settentrione. Poi guardai il suo volto.
Mi sembrò di averlo già visto, ma non riuscivo a rammentare dove.
Mi avvicinai, con la valigia in mano, e in un dialetto
inesistente, che aveva preso forma in me dopo i miei assidui tentativi di
leggere Dante nell’originale, gli dissi che temevo di non trovare un alloggio.
Mi ascoltò cortesemente, ci pensò un attimo e domandò qualcosa alla cameriera
che gli stava accanto. Quella scosse il capo in segno di diniego. Lui cavò di
tasca l’orologio, guardò l’ora, lo richiuse, lo ficcò nel gilet e, sempre con
aria meditabonda, con un cenno del capo m’invitò a seguirlo. Svoltammo dalla
facciata inondata dalla luna in un vicolo dove era buio pesto.
Ci inoltrammo in un labirinto di vicoletti lastricati, non
più larghi dei corridoi di un appartamento. Di tanto in tanto ci facevano
salire su brevi ponti di pietra ingobbita. Allora, dai due lati si protendevano
verso di noi le sudicie maniche della laguna, in cui l’acqua stagnante era
talmente strozzata da sembrare un tappeto persiano arrotolato e cacciato a
forza dentro un cassetto storto.
Sui ponti ingobbiti c’imbattevamo in rari passanti e, molto
prima che apparisse, l’incalzante ticchettio delle sue scarpe sui lastroni di
sasso annunciava l’avvicinarsi d’una veneziana.
In alto, di traverso alle fessure nere come catrame, lungo le
quali erravamo, il cielo notturno risplendeva, e tutto sembrava allontanarsi
verso chissà dove. Come se lungo tutta la Via Lattea si librasse una lanugine
del dente di leone e quasi solo per lasciar filtrare un fascio o due di quella
luce in movimento i vicoli si slargassero qua e là, formando piazze e
crocicchi. Stupito della strana familiarità del mio accompagnatore, discorrevo
con lui nel mio dialetto inesistente e cascavo dal catrame nella lanugine,
dalla lanugine nel catrame, cercando con il suo aiuto un posto dove pernottare
a poco prezzo.
Ma sulle banchine che davano verso l’aperto, regnavano altri
colori e il trambusto subentrava al silenzio. Sui battelli che approdavano e
salpavano si affollava il pubblico, e l’acqua nero-oleosa si accendeva di
polvere di neve, come marmo frantumato, rompendosi nei mortai dei motori che
avanzavano con ardore o si arrestavano bruscamente. Vicino al suo sciabordio
ronzavano smaglianti i becchi a gas nelle tende dei fruttivendoli, si muovevano
le lingue, si urtavano e sobbalzavano i
frutti nelle balorde colonne di non si sa quali composte poco cotte.
In una delle cucine dei ristoranti
accanto alla riva ci diedero un’informazione utile. L’indirizzo indicato ci
riconduceva all’inizio del nostro vagabondaggio. Dirigendoci là, ripercorremmo
tutta la strada a ritroso. Così, quando la mia guida mi sistemò in uno degli
alberghi di Campo Morosini, ebbi la sensazione di aver appena percorso una
distanza pari al cielo stellato di Venezia, in direzione opposta al suo
movimento. Se mi avessero allora domandato cos’è Venezia, “notti chiare” avrei
risposto, “minuscole piazze e gente tranquilla, dall’aspetto stranamente
familiare”.
lunedì 12 novembre 2012
A B.
Circa due mesi fa ho acquistato un’agenda. Non che abbia
chissà quali impegni tali da giustificare un acquisto del genere: volevo
soltanto riscoprire il piacere di scrivere su carta e di poter rileggere le bagatelle filosofiche annotate per me
stesso senza dover passare per il freddo monitor del computer. Tuttavia,
tornando a pensare sul perché del mio acquisto, mi sono reso conto che c’era
qualcos’altro grazie ad un prezioso aiuto esterno (di chi si tratta lo
scoprirete fra poco). Eccovi allora le prime due pagine della mia pretiosa agenda.
- -
Incipit -
Perché ho acquistato
quest’agenda? Per sollazzare il mio narcisismo intellettualoide e documentare
le tante pose (stereotipate, tra l’altro) che mi fa assumere?
Forse la risposta a
questa domanda arriverà al termine di questa stessa agenda quando, con finta ma
compiaciuta curiosità, potrò sfogliare e riassaporare le giornate scivolate via,
le persone incontrate, le impressioni annotate, i piaceri vissuti e,
soprattutto, i miei immancabili dubbi e rimpianti.
- -
L’orologio -
Orologio! impassibile,
sinistro, orrido iddio,
il cui dito minaccia e
proclama: “Ricorda!
I vibranti Dolori
presto avverrà che mordano
come dardi infallibili
il tuo cuore restio.
Rapido all’orizzonte il
diafano Piacere
sparirà come silfide
dietro le quinte; ingoia
ciascun attimo un
frusto della povera gioia
che all’uomo sulla
terra fu concesso godere;
per tremila seicento
volte all’ora il Secondo
ti bisbiglia: Ricorda! ed ecco Adesso già
stride con voce d’ape:
Io sono Poco fa,
e t’ho succhiato il
sangue col pungiglione immondo!
Souviens-toi! Remember, o
prodigo! Memento!
(La mia gola d’acciaio
discorre in ogni lingua…)
Sfrutta, pazzo mortale,
avanti che s’estingua,
dei labili minuti
l’aurato giacimento!
Ricorda che per legge
il Tempo ad ogni ruota
vince senza barare e
more non accorda.
Il giorno scema e
cresce la tenebra; ricorda!
L’abisso ha sempre
sete, la clessidra si vuota.
Non molto ancora, e poi
la divina Occasione,
e l’augusta Virtù, la
tua vergine sposa,
e il Pentimento (ahi,
l’ultimo rifugio!), e ogni cosa,
ti dirà: cosa aspetti?
Muori, vecchio poltrone!”.
Charles Baudelaire, I
fiori del male
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Aforismi e Poesie
lunedì 15 ottobre 2012
De egoismus pt.2
Nell’ultimo intervento abbiamo esaminato il primo di due
concetti apparentemente inconciliabili, l’individuo (rappresentato dal grido
dell’Unico stirneriano) e, dall’altro
lato, la collettività a cui questi, volente o nolente, fa parte. In conclusione
alla disamina dello Stirner-pensiero ci siamo però permessi di sollevare un
dubbio sulle conclusioni del filosofo, riassumibile con la seguente domanda: le
esigenze dell’individuo e le istanze della società sono davvero agli antipodi?
Non potrebbe invece esistere un’“area di convergenza” in cui entrambi possano
compenetrarsi proficuamente?
Un filosofo convinto di quest’ultima ipotesi è Spinoza. Nella
quinta parte della sua celebre Ethica
more geometrico demonstrata egli va proprio alla ricerca di una formula
geom-et(r)ica che gli permettesse di prefigurare una libera repubblica in cui
gli uomini potrebbero vivere ed operare in perfetta sintonia. Ma, ben lungi
dall’essere una fredda ricerca geometrica, quella di Spinoza è una riflessione
animata da una profonda convinzione. Convinzione ravvisabile in un piccolo dettaglio
che, una volta focalizzato, ci schiude il senso dell’Etica: "Sentiamo e sperimentiamo che noi siamo eterni" (scolio alla prop.23, parte
quinta). Anziché utilizzare la prima persona Spinoza, ogniqualvolta parla
dell’uomo, usa il ‘noi’ perché l’individualità di chi esercita la migliore
parte di se stesso, la ragione, è un’individualità che travalica i limiti del
proprio corpo per estendersi a tutta l’umanità.
Ora, direte voi, ci risiamo con il solito predicozzo morale
secondo cui ognuno di noi dovrebbe disinteressatamente annullarsi in favore
degli altri per realizzare un mondo migliore ecc ecc. Tuttavia, se pensate che Spinoza
voglia pervenire a questo risultato, siete fuori strada. Lascio allora che sia lo
stesso filosofo a convincervi con alcune delle sue inappellabili proposizioni,
limitandomi a commentarle brevemente dove necessario.
Parte quarta; prop. 20: "Quanto più uno si sforzi di ricercare il
proprio utile, ossia di conservare il proprio essere, e sia in grado di farlo,
tanto più è fornito di virtù; e, al contrario, quanto più uno trascuri il
proprio utile, ossia trascuri di conservare il proprio essere, tanto più è un
debole”.
Da evidenziare è innanzitutto il binomio utile-virtù: Spinoza
non vuole dirci che per essere virtuosi dobbiamo liberarci di ogni remora nel
ricercare ciò che impulsivamente riteniamo possa esserci utile. La ricerca del
mio utile non può mai essere svincolata dall’esercizio della ragione la quale,
per sua stessa natura, mi induce a perseguire qualcosa che sia utile allo
stesso tempo per me e per gli altri. A questo punto sorge spontanea
un’obiezione: guardando allo sfacelo quotidiano ch’è la nostra società (per non
parlare della classe politica), Spinoza non si appella forse con troppa fiducia
alla capacità dei singoli di perseguire il proprio utile seguendo la ragione e
non gli istinti o le passioni?
Certamente Spinoza non nasconde a sé stesso questo gravoso problema.
Anzi, si può dire che proprio per questo motivo scrisse l’Etica. Nello scolio della prop.35 della quarta parte (dall’eloquente
titolo de La servitù dell’uomo, ovvero la
forza delle emozioni) il filosofo olandese scrive:
“Accade tuttavia di
rado che gli uomini vivano secondo la guida della ragione; anzi, per lo più
sono inclini ad essere invidiosi gli uni
degli altri ed ostili gli uni agli altri. Ciononostante, è difficile che vivano
in solitudine, talché è piaciuta a molti la definizione dell’uomo come animale
sociale; ed effettivamente le cose stanno in maniera tale che dalla comune
società degli uomini traggano molti più vantaggi che danni. Deridano dunque le
cose umane, quanto vogliono, i satirici; le detestino i teologi; e i
malinconici elogino, quanto più possono, una vita incolta e agreste, e magari
ammirino i bruti, per disprezzo degli uomini; tuttavia, faranno pur esperienza,
anche loro, di come, aiutandosi gli uni con gli altri, gli uomini possano
procurarsi molto di più facilmente ciò di cui hanno bisogno, e di come solo
unendo le loro forze possano evitare i pericoli che incombono dappertutto”.
Dunque, ribadisce nel corollario della stessa proposizione
Spinoza, “nell’intera natura non si dà
alcunché di singolo che sia più utile, ad un uomo, che un uomo che viva secondo
la guida della ragione. Infatti, ad un uomo è massimamente utile quanto
s’accordi con la sua natura, ossia un altro uomo stesso”. Smentendo nettamente
l’homo homini lupus declamato da
Hobbes, Spinoza ritiene che l’uomo illuminato dalla ragione rappresenti per
l’altro uomo il meglio che possa esserci in natura (“Homo homini deus”) e che la ragione per cui sorse la società civile
sia stata non la paura della violenza reciproca, bensì la paura della
solitudine. Così Spinoza ci invita a far leva su questa seconda paura per
“convertire” gli ignoranti che, perseguendo con ogni mezzo i più bassi scopi,
non si rendono conto di danneggiare per primi loro stessi.
Tuttavia, sappiamo molto bene, non c’è peggior sordo di chi
non voglia sentire. E Spinoza si rende conto, molto realisticamente, che la
strada di questa ‘conversione universale’ degli ignoranti alla ragione è
tremendamente in salita, soprattutto perché tanti di questi prepotenti
detengono le leve del potere politico. Tant’è che la prop. 70 della quarta
parte così recita:
“Un uomo libero che viva tra ignoranti cerca d’evitare, per quanto
possa, di riceverne favori.
Dimostrazione. Ognuno
giudica che cosa sia bene secondo la sua maniera di sentire. Quindi, un ignorante
che abbia fatto un favore a qualcuno, lo valuterà secondo la sua maniera di
sentire, e si rattristerà se lo vedrà valutato di meno da colui a cui l’abbia
recato. Un uomo libero, invece, cerca di legare a sé gli altri per amicizia; e,
anziché contraccambiare favori in maniere che gli altri giudichino equivalenti
in base alle loro emozioni, cerca di guidare sé e gli altri secondo il libero giudizio della ragione e di
fare solo quanto sappia essere più importante. Quindi, un uomo libero, per non
essere in odio agli ignoranti, ma neppure obbedire ai loro appetiti, bensì solo
alla ragione, cercherà, per quanto possa, d’evitare di ricevere favori da parte
loro.
Scolio. Dico per
quanto possa; ché, anche se gli altri
siano ignoranti, tuttavia sono pur sempre uomini, e in casi di necessità
possono apportare un aiuto umano, del quale niente è più prezioso; e pertanto
accade spesso che sia necessario accogliere un favore pur dagli ignoranti, e di
conseguenza, in contraccambio, esserne loro grati secondo la sua maniera di
sentire. A ciò s’aggiunge che anche nell’evitare favori da parte di altri, si
deve avere la cautela di non sembrare di disprezzarli, o di temere per avarizia
di doverli ricompensare, perché così, mentre si cerchi d’evitare d’esserne
odiati, si passerebbe ad offenderli. Per cui, nell’evitare favori, è da seguire
il criterio di quanto sia utile e di quanto onesto”.
mercoledì 5 settembre 2012
De egoismus - pt. 1
Per stemperare la massiccia dose di proto-comunismo platonico
propostovi nell’intervento precedente, oggi mi tocca parlarvi di un vero e
proprio biscazziere della filosofia: Max Stirner. Strano destino il suo.
Nonostante dalla sua unica opera, intitolata appunto L’Unico e la sua proprietà (1844), avessero attinto a piene mani due istituzioni dell’Ottocento come
Nietzsche e Dostoevskij, nessuno gli riconobbe il proprio debito intellettuale,
abbandonando Stirner ad un lungo isolamento, brevemente interrotto soltanto
dalle beffe che di lui se ne fecero Marx ed Engels. A ciò bisogna aggiungere la
paradossale investitura ideologica che di Stirner si fece negli ambienti
anarco-insurrezionalisti del Novecento. Paradossale perché, sebbene sia
innegabile una certa affinità tra le istanze anarchiche e le idee di Stirner, a
quest’ultimo non interessò mai dar vita ad un’ideologia o mettersi a capo di
qualche scuola di pensiero, preso com’era da quello che Abbagnano definisce il
suo “egoismo assoluto. L’individuo –
prosegue Abbagnano -, proprio nella sua singolarità, per la quale è unico e
irripetibile, è la misura di tutto. Subordinarlo a Dio, all’umanità, allo
spirito, a un qualsiasi ideale, sia pure a quello stesso dell’uomo, è impossibile,
giacché tutto ciò che è diverso dall’io singolo, ogni realtà che si distingua
da esso e gli si contrapponga, è uno spettro,
di cui egli finisce per essere schiavo”.
Ma violiamo per un attimo i polverosi sigilli della più forte
“polizia filosofica”, ovvero l’indifferenza, ed addentriamoci ne L’Unico e la sua proprietà. Nel capitolo
introduttivo, dall’eloquente titolo di Io
ho fondato la mia causa sul nulla, Stirner scrive:
“Che cosa non dev’essere mai la mia causa! Innanzitutto la
buona causa, poi la causa di Dio, la causa dell’umanità, della verità, della
libertà, della filantropia, della giustizia; inoltre la causa del mio popolo,
del mio principe, della mia patria; infine, addirittura la causa dello spirito
e mille altre cause ancora. Soltanto la mia
causa non dev’essere mai la mia causa. “Che vergogna l’egoista che pensa
soltanto a sé!”.
[…] Ma come stanno le cose per quel che riguarda l’umanità,
la cui causa dovremmo far nostra? Forse che la sua causa è quella di qualcun
altro? L’umanità serve una causa superiore? No, l’umanità guarda solo a sé,
l’umanità vuol far progredire solo l’umanità, l’umanità è a se stessa la
propria causa. Per potersi sviluppare, lascia che popoli e individui si
logorino al suo servizio, e quando essi hanno realizzato ciò di cui l’umanità
aveva bisogno, essa stessa li getta, per tutta riconoscenza, nel letamaio della
storia. Non è forse la causa dell’umanità una – causa puramente egoistica?
[…] Dio e l’umanità hanno fondato la loro causa su nulla, su
null’altro che se stessi. Allo stesso modo io fondo allora la mia causa su me stesso, io che, al pari di Dio, sono
il nulla di ogni altro, che sono il mio tutto, io che sono l’unico”.
Sin qui ci siamo limitati a sintetizzare l’esplosiva pars destruens del pensiero stirneriano.
Veniamo al suo sviluppo che, molto eufemisticamente, possiamo definire costruens. Nel capitolo L’individualità propria Stirner così ci
ammonisce:
“Millenni di civiltà hanno oscurato ai vostri occhi ciò che
voi siete, vi hanno fatto credere di non essere egoisti, ma di essere invece chiamati a diventare idealisti (‘uomini
dabbene’). Scuotetevi di dosso queste idee! Non cercate la libertà che vi
deruba di voi stessi con l’’abnegazione’, ma cercate voi stessi, diventate egoisti, ognuno di voi divenga un io onnipotente! O più chiaramente:
tornate finalmente a riconoscere voi stessi, riconoscete infine ciò che siete
veramente e lasciate correre le vostre aspirazioni ipocrite, la vostra stolta
mania di essere qualcos’altro da ciò che siete. Parlo d’ipocrisia perché
nonostante tutto voi siete rimasti, per tutti questi millenni, egoisti, ma
egoisti addormentati, ingannatori di sé, alienati da sé, eautontimorùmenoi, fustigatori di sé. […] Ma siccome si tratta di
un egoismo che non volete confessare neppure a voi stessi, che nascondete a voi
stessi, insomma di un egoismo non aperto o manifesto, ma inconsapevole, non è
in fondo egoismo, ma schiavitù, servitù, rinnegamento di sé.
[…] E non vi ribellate mai, sebbene vi si intenda sempre in
modo diverso da come vorreste voi. No, voi ripetete sempre meccanicamente a voi
stessi la domanda che avete sentito porre: ‘A che cosa sono chiamato? Che cosa devo fare?’. Basta che vi poniate queste
domande e vi farete dire e ordinare ciò
che dovete fare, vi farete prescrivere la vostra
vocazione oppure ve la ordinerete e imporrete voi stessi secondo le
direttive dello spirito. Ciò comporta, per quanto riguarda la volontà, questo
atteggiamento: io voglio ciò che devo”.
Come un vero e proprio ‘demone’, Stirner ci esorta dunque a
prenderci ciò che vogliamo, senza prestare attenzione ad alcun tipo di
legge/istanza/voce a noi superiore perché “un uomo non è ‘chiamato’ a nulla e non ha nessun ‘compito’,
nessuna ‘vocazione’, così come una pianta o un fiore non hanno una ‘missione’.
[…] Io non sono un io accanto ad altri io, bensì l’io esclusivo: io sono unico.
Perciò anche i miei bisogni sono unici e pure le mie azioni, insomma tutto di
me è unico. E io mi approprio di tutto solo in quanto sono questo io unico,
così come agisco e mi sviluppo sono in quanto tale: io non mi sviluppo in
quanto uomo e non sviluppo l’uomo,
ma, in quanto sono io, sviluppo – me stesso.
Questo è il senso dell’ – unico”.
Sin qui, in soldoni, il pensiero di Stirner. Adesso però
vengono i dubbi. Se davvero seguissimo ogni nostro desiderio, che fine faremmo?
Suscitiamo questa domanda non per fare uno scontato moralismo, ma proprio
partendo dalla prospettiva eminentemente egoistica tanto cara a Stirner. Se qualcosa
abbiamo imparato da Freud è stata proprio la necessità di diffidare di noi
stessi e di alcuni nostri impulsi che, se assecondati incondizionatamente, ci
porterebbero alla distruzione, o per mano nostra o altrui. Ma prima ancora di
Freud era stato Hobbes ad impartirci questa lezione col suo celeberrimo homo homini lupus. Abbandonandosi alla
cieca istintualità, gli individui non esiterebbero a distruggersi a vicenda, in
una vera e propria guerra di tutti contro tutti. Così, ipotizza Hobbes, per
evitare una condizione di perenne conflittualità e paura, i singoli uomini stringono
tra loro un patto, rinunciano a buona parte delle loro pretese e riconoscono la
proprietà altrui, pur di assicurarsi una garanzia reciproca di sopravvivenza:
nasce la società.
Sembrerebbe a questo punto che la nostra mini-ricerca
sull’egoismo sia destinata ad arenarsi contro gli scogli di un insormontabile aut-aut esistente tra ciò a cui
l’individuo aspira e le istanze della società. Tuttavia, come vedremo
prossimamente, il contrasto non è così netto come appare. Intanto accontentiamoci
di aver compiuto con Stirner un salutare richiamo al nostro sacrosanto diritto
di essere egoisti.
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