Per Terrearse.it
Non si può certo biasimare Maccio Capatonda: capire l’economia ai tempi della crisi è un’impresa. Neanch’io posso aiutarvi più di tanto; non studio economia, e appena sento parlare di spread, bot, bund o della gettonatissima flessibilità del lavoro inizio a lanciare improperi d’ogni tipo, allo stesso modo di mio nonno che, mentre guardava una partita di calcio, s’incaponiva col fantasista di turno che non passava mai il pallone. Ma al di là di questa simpatica parentesi, dietro questa mia improvvisata escursione negli spietati meccanismi dell’economia capitalistico-monopolistica c’è l’intenzione di suscitare una riflessione che vada oltre i paroloni tecnici propinatici dall’esperto di turno per superare i “singoli incidenti di percorso” dell’odierna economia azionaria. Certo, mi rendo conto che la riflessione di quarant’anni fa possa risultare un po’ ingenuotta o romantica, ma c’è da preoccuparsi se di fronte alla perenne crisi finanziaria, a cui ci siamo passivamente abituati, l’unica soluzione proposta da economisti, politici ed esperti è quella di pompare ancora di più quel circolo vizioso di produzione e consumo che ci ha portato nella situazione attuale. Altrimenti, non resta anche a noi che provare l’IM. Le seguenti considerazioni sono tratte dal Saggio sulla liberazione (Einaudi) che Herbert Marcuse scrisse nel 1969. Per ovvie ragioni di comodità ho isolato quattro punti salienti della sua riflessione: vediamo in cosa consistono e proviamo a commentarli di volta in volta.
1) Marx docet: il problema strutturale del sistema economico
Il capitalismo azionario non è mai stato immune da crisi economiche. L’enorme settore dell’economia che lavora per le “difese” non soltanto grava in maniera sempre più pesante sul contribuente, ma allontana a sua volta la risoluzione delle crisi interne al sistema. Ad esempio, l’assorbimento della disoccupazione e il mantenimento di un soddisfacente margine di profitto richiedono una stimolazione continua della domanda su scala sempre maggiore, acuendo però la moltiplicazione degli sprechi, il deterioramento pianificato, impieghi e servizi stupidi e parassitari. E il più alto tenore di vita, promosso dal crescente settore parassitario dell’economia, accrescerebbe le richieste salariali fino a un livello insopportabile per il capitale.
Punto praticamente inattaccabile: Marcuse ci ha detto, come meglio non avrebbe potuto, che l’attuale sistema economico fa acqua da tutte le parti. Non solo perché è condannato a crescere ad ogni costo, ma soprattutto perché non prevede un piano B in grado di raddrizzare le cose quando vanno male. I rischi di questo sistema poi gravano tutti sulle spalle dei soliti contribuenti, chiamati inoltre ad accollarsi le furbate (ma a loro insaputa!) degli evasori italioti.
2) I voti vanno al chilo: la non-rappresentanza della volontà popolare
Se democrazia vuol dire autogoverno di gente libera, con giustizia per tutti, allora la realizzazione della democrazia dovrebbe presupporre l’abolizione dell’attuale pseudo-democrazia. Nella dinamica del capitalismo azionario la lotta per la democrazia ha da tempo assunto forme antidemocratiche, e nella misura in cui le decisioni democratiche vengono prese in “parlamenti” a tutti i livelli, l’opposizione non potrà essere che extraparlamentare. In altre parole, la democrazia, per come la pensiamo noi, non esiste. Il governo è mantenuto da un complesso di gruppi di pressione e di organizzazioni, ovvero di interessi costituiti all’interno delle stesse istituzioni democratiche e operanti per mezzo di queste. In tal modo, le istituzioni non sono più creazioni di un popolo sovrano. La “rappresentanza” rappresenta la volontà foggiata dalle minoranze che comandano. Ed anche se l’alternativa potrebbe essere un governo di élite, ciò significherebbe soltanto la sostituzione dell’élite attualmente al potere con un’altra; e se quest’ultima dovesse essere la paventata élite intellettuale, non è detto che debba essere meno qualificata e meno minacciosa di quella attuale.
A quanto pare Marcuse conosceva già i signori Moody’s e Standard’s & Poor’s. Sono infatti le loro previsioni, assieme alle inossidabili lobby di potere, che decidono della sorte di un Paese, scoraggiando o incoraggiando i potenziali investitori. Ai governi nazionali non resta dunque che “imbellettarsi” il più possibile per evitare il down rating: ossia la bocciatura sulla salute della propria economia. Ma se lo spazio d’azione della politica è cannibalizzato dall’economia in un simile modo, quanto possono contare i progetti, le intenzioni, i valori di una linea politica rispetto ad un’altra? E soprattutto, quanto può contare la volontà popolare? La risposta ce l’abbiamo sotto agli occhi, e consiste nella sorte del povero popolo greco, stritolato prima dall’incompetenza dei propri governanti, ed ora dai diktat merkeliani.
3) Ma a me che me ne frega a me?: la mancanza di una netta presa di coscienza individuale
Il potere del capitalismo azionario ha soffocato lo sviluppo di una coscienza e un’immaginazione altamente sviluppate; i suoi mass media hanno adattato le facoltà razionali ed emotive del pubblico ai suoi mercati e alla sua politica, e le ha indirizzate alla difesa del proprio dominio. Ne segue che il cambiamento radicale che deve trasformare la società in essere una società libera deve penetrare fino ad alla dimensione “biologica” dell’esistenza: dimensione in cui si affermano i più vitali e imperativi bisogni e soddisfazioni dell’uomo. Fintanto che questi bisogni e soddisfazioni riproducono una vita di servitù, la liberazione presuppone dei cambiamenti in questa dimensione biologica, e cioè in istinti diversi, reazioni diverse del corpo come della mente. Bisogna cominciare a rifiutare le regole del gioco che viene giocato con carte truccate contro di noi, come la vecchia strategia della pazienza e della persuasione, la fiducia nella “buona volontà” dell’establishment, le sue false e immorali comodità, la sua crudele opulenza. Tuttavia si tratta di un’impresa titanica perché la società capitalistica, nata e continuamente alimentatasi sullo sfruttamento, riesce abilmente a persuaderci del fatto che i (suoi) bisogni sociali e quelli individuali siano identici; in questo modo si riproduce incessantemente un adattamento profondamente radicato, ‘organico’, del popolo a una società terribile, ma profittevole. Ma è solo dal superamento di questi limiti che dipende anche la vera realizzazione della democrazia.
È questo forse il punto più controverso. Da un lato infatti non è più così sicuro che le coscienze individuali siano livellate dai media “tradizionali” (leggasi televisione) dato che oggi disponiamo di tanti mezzi in grado di sfuggire a controlli e/o censure dall’alto (internet su tutti). Dall’altro lato però rimane vero che il circolo vizioso della produzione consumistica è ancora perfettamente in azione. L’industria continua infatti a creare, oltre che gli oggetti di consumo, anche i modelli di consumatori di cui ha bisogno, influenzandone i bisogni “biologici” (nel senso marcusiano del termine, ovvero quei bisogni che l’individuo considera fondamentali quando invece non lo sono – giusto per fare un esempio il viaggio in vacanza; l’iphone di 5° generazione; la terza macchina ecc). Inoltre, non è così facile rinunciare a tutte queste belle cose dopo un’intera esistenza passata in loro compagnia. Anzi, la maggioranza di noi è ancora ben lontana dal voler correggere le proprie abitudini.
4) Si lei è bravo, ma che possiamo fare?
L’alternativa possibile al sistema vigente non consiste in una romantica regressione a un precedente stadio di civiltà, bensì in un progredire a uno stadio di civiltà in cui l’uomo avrà imparato a domandarsi per chi e per che cosa organizza la sua società; lo stadio in cui egli controlla e magari addirittura arresta la sua lotta incessante per l’esistenza su scala più vasta, considera ciò che è stato compiuto in secoli e secoli di infelicità e di miseria e di ecatombi, e decide che ciò deve cessare, e che è ora di godere di ciò che ha e di ciò che si può riprodurre e perfezionare con un minimo di lavoro alienato: non già l’arresto o la riduzione del progresso tecnico, ma l’eliminazione di quegli aspetti di esso che perpetuano la soggezione dell’uomo all’apparato e l’intensificazione della lotta per l’esistenza – lavorare di più per potere acquistare più merci che devono essere vendute. Ma che cosa dovranno fare gli uomini in una società libera? La risposta secondo me più pertinente è stata data da una giovane ragazza: per la prima volta in vita nostra, saremo liberi di pensare a ciò che dovremo fare.
La conclusione, inutile dirlo, non risponde alla domanda. È senza dubbio vero, come sostiene Marcuse, che disponiamo di tutti i mezzi necessari per porre fine allo sfruttamento individuale e le prevaricazioni sociali, ma ciò che manca è la volontà condivisa di realizzare questo proposito. E non soltanto nelle intenzioni di chi gestisce il potere, ma anche di chi vi è sottoposto ed è riuscito in qualche modo a ritagliarsi un piccolo “tesoretto” di privilegi e comodità. Certo, è sempre meglio lasciare aperta la porta alla speranza di un cambiamento. Speriamo però che non sia proprio questa speranza a fregarci e a non intaccare lo status quo attuale.
Perchè non possiamo non dirci filosofi
martedì 13 marzo 2012
mercoledì 8 febbraio 2012
KKK
Passatevi velocemente un foglio A4 sui polpastrelli delle dita: avrete sperimentato la qualità principale degli aforismi di Karl Kraus.
Poiché la legge proibisce di tenere in casa animali selvaggi e gli animali domestici non mi danno alcuna soddisfazione, preferisco non sposarmi.
L’erotismo è superamento di ostacoli. L’ostacolo più seducente e più popolare è la morale.
Molti desiderano ammazzarmi. Molti desiderano fare un’oretta di chiacchiere con me. Dai primi mi difende la legge.
Il mondo è una prigione dove è preferibile stare in cella di isolamento.
La politica sociale è la disperata decisione di operare i calli di un malato di cancro.
Bisogna leggere due volte tutti gli scrittori, i buoni e i cattivi. Si riconosceranno i primi, si smaschereranno i secondi.
Gli altri lavorano al tavolino e si svagano in società. Io mi svago al tavolino e lavoro in società. Perciò evito la società.
Prima di dover subire la vita, bisognerebbe farsi narcotizzare.
Non il tradimento della morale è da condannare, ma la morale. Essa è in sé ipocrisia. Non il fatto che quelli bevono vino deve essere smascherato, ma che predicano l’acqua. E se uno predica vino, gli si può persino perdonare se beve acqua. È in contraddizione con se stesso, ma fa in modo che nel mondo si beva più vino.
Io e il mio pubblico ci capiamo benissimo: lui non sente ciò che io dico e io non dico ciò che lui vorrebbe sentire.
Si disprezzi la gente che non ha tempo. Si compiangano le persone che non hanno un lavoro. Ma gli uomini che non hanno tempo per lavorare, quelli sono da invidiare!
Spesso è necessario riflettere sul perché siamo allegri; ma sappiamo sempre perché siamo tristi.
L’ortodossia della ragione istupidisce l’umanità più di qualunque religione.
Cultura è quella cosa che i più ricevono, molti trasmettono e pochi hanno.
Poiché la legge proibisce di tenere in casa animali selvaggi e gli animali domestici non mi danno alcuna soddisfazione, preferisco non sposarmi.
L’erotismo è superamento di ostacoli. L’ostacolo più seducente e più popolare è la morale.
Molti desiderano ammazzarmi. Molti desiderano fare un’oretta di chiacchiere con me. Dai primi mi difende la legge.
Il mondo è una prigione dove è preferibile stare in cella di isolamento.
La politica sociale è la disperata decisione di operare i calli di un malato di cancro.
Bisogna leggere due volte tutti gli scrittori, i buoni e i cattivi. Si riconosceranno i primi, si smaschereranno i secondi.
Gli altri lavorano al tavolino e si svagano in società. Io mi svago al tavolino e lavoro in società. Perciò evito la società.
Prima di dover subire la vita, bisognerebbe farsi narcotizzare.
Non il tradimento della morale è da condannare, ma la morale. Essa è in sé ipocrisia. Non il fatto che quelli bevono vino deve essere smascherato, ma che predicano l’acqua. E se uno predica vino, gli si può persino perdonare se beve acqua. È in contraddizione con se stesso, ma fa in modo che nel mondo si beva più vino.
Io e il mio pubblico ci capiamo benissimo: lui non sente ciò che io dico e io non dico ciò che lui vorrebbe sentire.
Si disprezzi la gente che non ha tempo. Si compiangano le persone che non hanno un lavoro. Ma gli uomini che non hanno tempo per lavorare, quelli sono da invidiare!
Spesso è necessario riflettere sul perché siamo allegri; ma sappiamo sempre perché siamo tristi.
L’ortodossia della ragione istupidisce l’umanità più di qualunque religione.
Cultura è quella cosa che i più ricevono, molti trasmettono e pochi hanno.
lunedì 16 gennaio 2012
Per la serie: "quando 'ccè vò 'ccè vò"
Sìore e sìori, sua eccellenza Giorgio Baffo.
La Felicità
Che i diga pur sti gran filosofoni,
che la felicità sta in la virtù,
che la consiste in no bramar de più
Anca se gabbiè ‘l cul tutto tacconi;
che no bisogna scuotterse ai spentoni,
che gnente no ghe xe fuora de nu,
che s’anca el mondo va col culo in su,
s’ha da essere Dïogenoni e Zenoni.
Opinion le xe tutte dite a caso,
Una no credo ghe ne sia de bona,
Lo sa ben tutti quei ga bon naso.
Per mi sostento in fazza a ogni persona,
Perché mo son del fatto persuaso,
che la felicità staga in la mona.
La Felicità
Che i diga pur sti gran filosofoni,
che la felicità sta in la virtù,
che la consiste in no bramar de più
Anca se gabbiè ‘l cul tutto tacconi;
che no bisogna scuotterse ai spentoni,
che gnente no ghe xe fuora de nu,
che s’anca el mondo va col culo in su,
s’ha da essere Dïogenoni e Zenoni.
Opinion le xe tutte dite a caso,
Una no credo ghe ne sia de bona,
Lo sa ben tutti quei ga bon naso.
Per mi sostento in fazza a ogni persona,
Perché mo son del fatto persuaso,
che la felicità staga in la mona.
giovedì 15 dicembre 2011
P come Perversione
Quest'intervento è tristemente suggerito da una tremenda strage che è solo l'ultima di una lunghissima serie. Solitamente, quando si cerca di comprendere il motivo di una simile follia, ci si sente rispondere che si trattava di un "pazzo isolato", il cui gesto è inutile da comprendere. Così facendo, però, lo spazio per una riflessione che cerchi di andare alle radici di un evidente disagio che serpeggia nella nostra progredita e acculturata civiltà si contrae sempre più. Per tentare allora di fare un po' di luce in questa fitta ombra mi sono rivolto ad uno scrittore che come pochi è riuscito ad analizzare e narrare i nostri (ben radicati) demoni: Edgar Allan Poe. La riflessione che vi propongo è presente nel racconto intitolato "Il demone della Perversione".
Esiste nell’uomo una propensione primitiva e inalienabile, che tuttavia è stata ignorata da moralisti e filosofi. Tutti noi, per arroganza della ragione, l’abbiamo trascurata. L’idea di questa tendenza non ci è mai venuta proprio per la sua stessa evidenza. Non si può negare che ogni tipo di metafisica sia stata costruita a priori. L’uomo intellettuale e logico, più che l’uomo intelligente e osservatore, ha provato a immaginare grandi disegni, addirittura a suggerire a Dio delle finalità. Avendo in tal modo scandagliato, con sua grande soddisfazione, le proprie intenzioni, sulla base di queste ha costruito i suoi innumerevoli sistemi mentali.
[…] Sarebbe stato più saggio e più sicuro classificare sulla base di quello che l’uomo normalmente e occasionalmente ha fatto, e sempre occasionalmente continua a fare, piuttosto che sulla base di quanto si pensava egli dovesse fare. L’induzione a posteriori ci potrebbe condurre ad ammettere, come innato e primordiale principio delle azioni umane, un qualcosa di paradossale che, per ora, possiamo definire come perversione, in mancanza di un termine migliore. Nel senso che gli attribuisco io questo è di fatto un mobile senza movente, un motivo non motivato. Sotto il suo impulso noi agiamo senza uno scopo apparente, oppure, se questo ci può sembrare una contraddizione, possiamo affermare che a causa di questi impulsi, noi agiamo per la ragione che non dovremmo. In teoria non c’è ragione più irragionevole, eppure non ce n’è, di fatto, una più forte e, per alcune menti in determinate condizioni, questa diviene assolutamente irresistibile.
[...] Questa incontenibile tendenza a fare il male solo per il gusto di farlo, non ammette altri elementi di analisi o altre soluzioni: è un impulso radicale primitivo ed elementare. Nessuno che consulti lealmente e interroghi a fondo la propria anima, sarà disposto a negare la radicalità della propensione di cui parliamo. Essa è tanto incomprensibile quanto spiccata. L’impulso diventa subito volontà, la volontà desiderio e il desiderio incontrollabile anelito, anelito a cui ci si abbandona a dispetto di tutte le possibili conseguenze.
Abbiamo di fronte un compito che dobbiamo eseguire prontamente, la più importante crisi della nostra vita ci richiede un’azione immediata. Bisogna cominciare oggi, eppure rimandiamo a domani. Ma perché? Non sappiamo rispondere, se non dicendo che ci sentiamo perversi, usando questa parola senza capirne il senso. Il momento ultimo per agire è vicino. La violenza del conflitto che è in noi ci fa tremare, la battaglia del definito con l’indefinito, della sostanza con le ombre, ma se la contesa è stata rimandata così tanto alla fine è l’ombra che vince. Lottiamo invano.
[...] Siamo in piedi sull’orlo di un baratro, gettiamo uno sguardo giù nell’abisso e ci sentiamo sofferenti e storditi. Il primo impulso è quello di scappare, evitare il pericolo, ma senza motivi apparenti restiamo. Pian piano il nostro malessere, lo stordimento e il terrore si confondono in una massa indefinita di sensazioni. A poco a poco, sempre più impercettibilmente, questa nuvola prende forma. È solo un pensiero, anche se così spaventoso da farci rabbrividire fino al midollo delle ossa grazie al fascino feroce del suo orrore. È solo una pallida idea di quello che sentiremmo veramente nella rovinosa caduta da una altezza così alta. Questo cadere, questo travolgente annullarsi suscita le più odiose e terribili tra tutte le immagini della morte e della sofferenza che mai siano arrivate ad affacciarsi alla nostra fantasia. Ma è proprio per questo motivo che noi lo vogliamo, ancor più intensamente.
La ragione cerca in ogni modo di tenerci lontani dal baratro, ma proprio per questo noi inesorabilmente ci avviciniamo. In natura non esiste una passione più diabolicamente impaziente di quella di chi, tremando sull’orlo di un baratro, pensa di lanciarsi. Se ci fermiamo a pensare, anche solo per un istante, siamo perduti. Perché la riflessione ci spinge a ritrarci e, proprio per questo, ripeto, non la possiamo ascoltare. Se non c’è un braccio amico che ci trattenga o se non siamo noi stessi in grado di ritrarci dall’abisso, ci lanciamo a capofitto e siamo finiti. Al di là o al di qua di questa spiegazione non ne esistono altre plausibili. E potremmo anche pensare che questa perversità sia provocata direttamente dall’Arcinemico, se solo non capitasse che, qualche volta, siamo spinti a agire per il bene.
Esiste nell’uomo una propensione primitiva e inalienabile, che tuttavia è stata ignorata da moralisti e filosofi. Tutti noi, per arroganza della ragione, l’abbiamo trascurata. L’idea di questa tendenza non ci è mai venuta proprio per la sua stessa evidenza. Non si può negare che ogni tipo di metafisica sia stata costruita a priori. L’uomo intellettuale e logico, più che l’uomo intelligente e osservatore, ha provato a immaginare grandi disegni, addirittura a suggerire a Dio delle finalità. Avendo in tal modo scandagliato, con sua grande soddisfazione, le proprie intenzioni, sulla base di queste ha costruito i suoi innumerevoli sistemi mentali.
[…] Sarebbe stato più saggio e più sicuro classificare sulla base di quello che l’uomo normalmente e occasionalmente ha fatto, e sempre occasionalmente continua a fare, piuttosto che sulla base di quanto si pensava egli dovesse fare. L’induzione a posteriori ci potrebbe condurre ad ammettere, come innato e primordiale principio delle azioni umane, un qualcosa di paradossale che, per ora, possiamo definire come perversione, in mancanza di un termine migliore. Nel senso che gli attribuisco io questo è di fatto un mobile senza movente, un motivo non motivato. Sotto il suo impulso noi agiamo senza uno scopo apparente, oppure, se questo ci può sembrare una contraddizione, possiamo affermare che a causa di questi impulsi, noi agiamo per la ragione che non dovremmo. In teoria non c’è ragione più irragionevole, eppure non ce n’è, di fatto, una più forte e, per alcune menti in determinate condizioni, questa diviene assolutamente irresistibile.
[...] Questa incontenibile tendenza a fare il male solo per il gusto di farlo, non ammette altri elementi di analisi o altre soluzioni: è un impulso radicale primitivo ed elementare. Nessuno che consulti lealmente e interroghi a fondo la propria anima, sarà disposto a negare la radicalità della propensione di cui parliamo. Essa è tanto incomprensibile quanto spiccata. L’impulso diventa subito volontà, la volontà desiderio e il desiderio incontrollabile anelito, anelito a cui ci si abbandona a dispetto di tutte le possibili conseguenze.
Abbiamo di fronte un compito che dobbiamo eseguire prontamente, la più importante crisi della nostra vita ci richiede un’azione immediata. Bisogna cominciare oggi, eppure rimandiamo a domani. Ma perché? Non sappiamo rispondere, se non dicendo che ci sentiamo perversi, usando questa parola senza capirne il senso. Il momento ultimo per agire è vicino. La violenza del conflitto che è in noi ci fa tremare, la battaglia del definito con l’indefinito, della sostanza con le ombre, ma se la contesa è stata rimandata così tanto alla fine è l’ombra che vince. Lottiamo invano.
[...] Siamo in piedi sull’orlo di un baratro, gettiamo uno sguardo giù nell’abisso e ci sentiamo sofferenti e storditi. Il primo impulso è quello di scappare, evitare il pericolo, ma senza motivi apparenti restiamo. Pian piano il nostro malessere, lo stordimento e il terrore si confondono in una massa indefinita di sensazioni. A poco a poco, sempre più impercettibilmente, questa nuvola prende forma. È solo un pensiero, anche se così spaventoso da farci rabbrividire fino al midollo delle ossa grazie al fascino feroce del suo orrore. È solo una pallida idea di quello che sentiremmo veramente nella rovinosa caduta da una altezza così alta. Questo cadere, questo travolgente annullarsi suscita le più odiose e terribili tra tutte le immagini della morte e della sofferenza che mai siano arrivate ad affacciarsi alla nostra fantasia. Ma è proprio per questo motivo che noi lo vogliamo, ancor più intensamente.
La ragione cerca in ogni modo di tenerci lontani dal baratro, ma proprio per questo noi inesorabilmente ci avviciniamo. In natura non esiste una passione più diabolicamente impaziente di quella di chi, tremando sull’orlo di un baratro, pensa di lanciarsi. Se ci fermiamo a pensare, anche solo per un istante, siamo perduti. Perché la riflessione ci spinge a ritrarci e, proprio per questo, ripeto, non la possiamo ascoltare. Se non c’è un braccio amico che ci trattenga o se non siamo noi stessi in grado di ritrarci dall’abisso, ci lanciamo a capofitto e siamo finiti. Al di là o al di qua di questa spiegazione non ne esistono altre plausibili. E potremmo anche pensare che questa perversità sia provocata direttamente dall’Arcinemico, se solo non capitasse che, qualche volta, siamo spinti a agire per il bene.
lunedì 14 novembre 2011
Pensatori disonesti: Michelstaedter
Una storia sbagliata: è quella di un ragazzo ventitreenne che decide di suicidarsi appena dopo aver consegnato la propria tesi di laurea in filosofia. No, tranquilli, non si tratta del sottoscritto (altrimenti vi starei scrivendo dall’oltretomba), bensì di Carlo Michelstaedter. Un giovane che ha sofferto in prima persona i turbamenti dei giovani, lo definisce Campailla nell’introduzione alla Persuasione e la Rettorica, titolo della sua tesi di laurea. Sono stati proprio i profondi turbamenti michelstaedteriani che mi hanno convinto a dedicargli questa prima ‘puntata’ dei pensatori disonesti perché troppo onesti, nel senso che non ci dicono quello che solitamente vorremmo sentirci dire. Il precedente intervento si era focalizzato sul nostro smisurato bisogno di rassicurazioni e, come presto vedrete, in Michelstaedter troveremo delle importanti risposte.
So che voglio e non ho cosa io voglia. La nostra vita è una continua mancanza: né alcuna vita è mai sazia di vivere in alcun presente, chè tanto è vita, quanto si continua, e si continua nel futuro, quanto manca del vivere. L’uomo vuole dalle altre cose nel tempo futuro quello che in sé gli manca: il possesso di sé stesso: ma quanto vuole dal futuro sfugge a sé stesso in ogni presente. Così si muove: continuando nel tempo.
[…] Dalla relazione con la cosa egli non trae solo il possesso, bensì la sicurezza della propria vita – ma anche questa è in breve cerchia finita: così mentre il possesso della cosa gli sfugge, gli sfugge anche la padronanza della propria vita, che non può affermarsi infinitamente, ma solo in rapporto alla propria cerchia finita; che non può riposare nell’attualità, ma è trascinata dal tempo ad affermarsi nei limiti dati sempre avanti. Così il suo piacere è contaminato da un sordo e continuo dolore la cui voce è indistinta, che la sete della vita, nel giro delle determinazioni reprime. Gli uomini hanno paura del dolore e per sfuggirlo gli applicano come empiastro la fede in un potere adeguato all’infinità della potenza ch’essi non conoscono, e lo incaricano del peso del dolore ch’essi non sanno portare.
[…] Il senso delle cose, il sapore del mondo è solo pel continuare, esser nati non è che voler continuare: gli uomini vivono per vivere: per non morire. La loro persuasione è la paura della morte, esser nati non è che temere la morte. Così che se si fa loro certa la morte in un certo futuro – si manifestano già morti nel presente. Chi teme la morte è già morto.
Volendo sintetizzare, la nostra esistenza presenta, secondo Michelstaedter, un vizio di forma: quanto più ci affatichiamo per dirigerne l’esito, fissando in cose esterne l’obiettivo dei nostri desideri (relazioni sentimentali, gratificazioni professionali, ricchezze ecc), tanto più esse ci sfuggiranno. Il nostro conseguente senso di incompiutezza dovuto a questa condizione in cui siamo gettati è il dolore. Ma il dolore, ben lungi dall’essere qualcosa da cui scappare vilmente, ci parla, secondo Michelstaedter. E solo ascoltando ciò che esso ci dice potremo toccare con mano quell’unica gioia che ci è concessa: essere liberi.
Tuttavia, gli uomini non riescono a rendersene conto e, per questo, scelgono di nascondersi in quei piccoli rifugi preparati per loro da qualcun altro. Così, deleghiamo ad altri le redini della nostra esistenza, facendo fiorire ideologie politiche, dottrine religiose o buttandoci a capofitto nelle vertiginose ascese e discese di una carriera lavorativa. Michelstaedter, ben consapevole del pericolo di tutto questo, cioè di un totale azzeramento dell’unicità di ogni singolo uomo e della mortificazione di quella tensione vitale che anima ciascuno di noi, ci esorta a svegliarci, prima che sia troppo tardi.
Negli uomini la voce del dolore è troppo forte. Essi non sanno più sopportarla con tutta la loro persona. Guardano dietro a sé, guardano intorno a sé, e chiedono una benda agli occhi, chiedono di essere per qualcuno, per qualche cosa, chè di fronte alla richiesta del possesso si sentivano mancare. Di essere qualcuno e per qualche cosa persona sufficiente con la loro qualunque attività, perché la relazione si possa ripetere nel futuro; perché il correlato sia per loro sicuro nel futuro. La loro potenza si finge finita, finito il possesso che volevano; la loro volontà persuasa nella qualunque attualità che si ripete.
[…] Egli si vuol ‘costruire una persona’ con l’affermazione della persona assoluta che egli non ha: è l’inadeguata affermazione d’individualità: la rettorica.
Gli uomini parlano, parlano sempre e il loro parlare chiamano ragionare, ma qualunque cosa uno dica non dice, ma attribuendosi voce a parlare si adula. Così insieme ripetono: ‘noi siamo, noi siamo, perché sappiamo, perché possiamo dirci le parole del sapere, della conoscenza libera e assoluta’. Così si stordiscono l’un altro.
[…] Ma non fai niente, non sai niente, non dici niente, fosse anche la via dove credi di trovarti la via del più saggio uomo sulla terra. Non c’è cosa fatta, non c’è via preparata, non c’è modo o lavoro finito per quale tu possa giungere alla vita, non ci sono parole che ti possano dare la vita: perché la vita è proprio nel crear tutto da sé, nel non adattarsi a nessuna via: la lingua non c’è ma devi crearla, devi crear il modo, devi crear ogni cosa: per aver tua la tua vita. Ognuno ha in sé il bisogno di trovarla e nel proprio dolore l’indice, ognuno deve nuovamente aprirsi da sé la via, poiché ognuno è solo e non può sperar aiuto che da sé: la vira della persuasione non ha che questa indicazione: non adattarti alla sufficienza di ciò che t’è dato.
Tuttavia, Michelstaedter sa di non potersi illudere con una consolatio finale e intuisce che l’eco di questo suo grido sofferente sarà destinato a cadere nel vuoto nell’Italia della prima metà del Novecento, troppo presa da effervescenze ideologiche e futuristiche. Così, nello sguardo che Michelstaedter getta sui propri contemporanei e nelle previsioni che ne fa sul loro futuro si rivelerà ben più che profetico.
La rettorica organizzata a sistema, nutrita dal costante sforzo dei secoli – fiorisce al sole, porta i suoi frutti e benefica i suoi fedeli. – Ed altri ne porterà in futuro. Il νεΐκος [lotta] avrà preso l’apparenza della φιλία [amicizia] quando ognuno, socialmente ammaestrato, volendo per sé vorrà per la società, che la sua negazione degli altri sarà affermazione della vita sociale.- Così ogni atto dell’uomo sarà la rettorica in azione, che oscuro per lui stesso gli darà quanto gli serva.
Il danaro, il mezzo attuale di comunicazione della violenza sociale per cui ognuno è signore del lavoro altrui: il ‘concentrato di lavoro’, il ‘rappresentante di diritto’, la fascia di trasmissione fra le ruote della macchina – sarà come divinità assunto in cielo, diventerà del tutto nominale, un’astrazione, quando le ruote saranno così ben congegnate che ognuna entrerà nei denti dell’altra senza bisogno di trasmissione.
La lingua arriverà al limite della persuasività assoluta, quello che il profeta raggiunge col miracolo, - arriverà al silenzio quando ogni atto avrà la sua efficienza assoluta. Ma se a uno di questi poveri rimasugli d’umanità in un giorno di sole verrà un brivido di vita, quasi una reminiscenza attraverso i tempi al suo tardo cervello – e s’indugerà sul manubrio della sua macchina turbato, e s’allontanerà dal lavoro, - il compagno avrà poca pena a farlo rinsavire. ‘Vieni’, gli dirà, ‘è il tuo dovere morale!’. L’altro capirà subito: ‘è il pane’, e andrà al lavoro con la testa bassa. Καλλωπίσματα όρφνης: ‘ornamenti dell’oscurità’! – Prima di giungere al regno del silenzio ogni parola sarà un ‘ornamento dell’oscurità’: un’apparenza assoluta, un’efficacia immediata d’una parola che non avrà più contenuto che il minimo oscuro istinto di vita. Tutte le parole saranno termini tecnici quando l’oscurità sarà per tutti allo stesso modo velata, essendo tutti gli uomini allo stesso modo addomesticati. Gli uomini parleranno, ma ουδέν λέξουσιν ‘non diranno nulla’. […] Temo che gli uomini siano sì bene incamminati, che non verrà loro mai il capriccio di uscir da questa tranquilla e serena minor età.
So che voglio e non ho cosa io voglia. La nostra vita è una continua mancanza: né alcuna vita è mai sazia di vivere in alcun presente, chè tanto è vita, quanto si continua, e si continua nel futuro, quanto manca del vivere. L’uomo vuole dalle altre cose nel tempo futuro quello che in sé gli manca: il possesso di sé stesso: ma quanto vuole dal futuro sfugge a sé stesso in ogni presente. Così si muove: continuando nel tempo.
[…] Dalla relazione con la cosa egli non trae solo il possesso, bensì la sicurezza della propria vita – ma anche questa è in breve cerchia finita: così mentre il possesso della cosa gli sfugge, gli sfugge anche la padronanza della propria vita, che non può affermarsi infinitamente, ma solo in rapporto alla propria cerchia finita; che non può riposare nell’attualità, ma è trascinata dal tempo ad affermarsi nei limiti dati sempre avanti. Così il suo piacere è contaminato da un sordo e continuo dolore la cui voce è indistinta, che la sete della vita, nel giro delle determinazioni reprime. Gli uomini hanno paura del dolore e per sfuggirlo gli applicano come empiastro la fede in un potere adeguato all’infinità della potenza ch’essi non conoscono, e lo incaricano del peso del dolore ch’essi non sanno portare.
[…] Il senso delle cose, il sapore del mondo è solo pel continuare, esser nati non è che voler continuare: gli uomini vivono per vivere: per non morire. La loro persuasione è la paura della morte, esser nati non è che temere la morte. Così che se si fa loro certa la morte in un certo futuro – si manifestano già morti nel presente. Chi teme la morte è già morto.
Volendo sintetizzare, la nostra esistenza presenta, secondo Michelstaedter, un vizio di forma: quanto più ci affatichiamo per dirigerne l’esito, fissando in cose esterne l’obiettivo dei nostri desideri (relazioni sentimentali, gratificazioni professionali, ricchezze ecc), tanto più esse ci sfuggiranno. Il nostro conseguente senso di incompiutezza dovuto a questa condizione in cui siamo gettati è il dolore. Ma il dolore, ben lungi dall’essere qualcosa da cui scappare vilmente, ci parla, secondo Michelstaedter. E solo ascoltando ciò che esso ci dice potremo toccare con mano quell’unica gioia che ci è concessa: essere liberi.
Tuttavia, gli uomini non riescono a rendersene conto e, per questo, scelgono di nascondersi in quei piccoli rifugi preparati per loro da qualcun altro. Così, deleghiamo ad altri le redini della nostra esistenza, facendo fiorire ideologie politiche, dottrine religiose o buttandoci a capofitto nelle vertiginose ascese e discese di una carriera lavorativa. Michelstaedter, ben consapevole del pericolo di tutto questo, cioè di un totale azzeramento dell’unicità di ogni singolo uomo e della mortificazione di quella tensione vitale che anima ciascuno di noi, ci esorta a svegliarci, prima che sia troppo tardi.
Negli uomini la voce del dolore è troppo forte. Essi non sanno più sopportarla con tutta la loro persona. Guardano dietro a sé, guardano intorno a sé, e chiedono una benda agli occhi, chiedono di essere per qualcuno, per qualche cosa, chè di fronte alla richiesta del possesso si sentivano mancare. Di essere qualcuno e per qualche cosa persona sufficiente con la loro qualunque attività, perché la relazione si possa ripetere nel futuro; perché il correlato sia per loro sicuro nel futuro. La loro potenza si finge finita, finito il possesso che volevano; la loro volontà persuasa nella qualunque attualità che si ripete.
[…] Egli si vuol ‘costruire una persona’ con l’affermazione della persona assoluta che egli non ha: è l’inadeguata affermazione d’individualità: la rettorica.
Gli uomini parlano, parlano sempre e il loro parlare chiamano ragionare, ma qualunque cosa uno dica non dice, ma attribuendosi voce a parlare si adula. Così insieme ripetono: ‘noi siamo, noi siamo, perché sappiamo, perché possiamo dirci le parole del sapere, della conoscenza libera e assoluta’. Così si stordiscono l’un altro.
[…] Ma non fai niente, non sai niente, non dici niente, fosse anche la via dove credi di trovarti la via del più saggio uomo sulla terra. Non c’è cosa fatta, non c’è via preparata, non c’è modo o lavoro finito per quale tu possa giungere alla vita, non ci sono parole che ti possano dare la vita: perché la vita è proprio nel crear tutto da sé, nel non adattarsi a nessuna via: la lingua non c’è ma devi crearla, devi crear il modo, devi crear ogni cosa: per aver tua la tua vita. Ognuno ha in sé il bisogno di trovarla e nel proprio dolore l’indice, ognuno deve nuovamente aprirsi da sé la via, poiché ognuno è solo e non può sperar aiuto che da sé: la vira della persuasione non ha che questa indicazione: non adattarti alla sufficienza di ciò che t’è dato.
Tuttavia, Michelstaedter sa di non potersi illudere con una consolatio finale e intuisce che l’eco di questo suo grido sofferente sarà destinato a cadere nel vuoto nell’Italia della prima metà del Novecento, troppo presa da effervescenze ideologiche e futuristiche. Così, nello sguardo che Michelstaedter getta sui propri contemporanei e nelle previsioni che ne fa sul loro futuro si rivelerà ben più che profetico.
La rettorica organizzata a sistema, nutrita dal costante sforzo dei secoli – fiorisce al sole, porta i suoi frutti e benefica i suoi fedeli. – Ed altri ne porterà in futuro. Il νεΐκος [lotta] avrà preso l’apparenza della φιλία [amicizia] quando ognuno, socialmente ammaestrato, volendo per sé vorrà per la società, che la sua negazione degli altri sarà affermazione della vita sociale.- Così ogni atto dell’uomo sarà la rettorica in azione, che oscuro per lui stesso gli darà quanto gli serva.
Il danaro, il mezzo attuale di comunicazione della violenza sociale per cui ognuno è signore del lavoro altrui: il ‘concentrato di lavoro’, il ‘rappresentante di diritto’, la fascia di trasmissione fra le ruote della macchina – sarà come divinità assunto in cielo, diventerà del tutto nominale, un’astrazione, quando le ruote saranno così ben congegnate che ognuna entrerà nei denti dell’altra senza bisogno di trasmissione.
La lingua arriverà al limite della persuasività assoluta, quello che il profeta raggiunge col miracolo, - arriverà al silenzio quando ogni atto avrà la sua efficienza assoluta. Ma se a uno di questi poveri rimasugli d’umanità in un giorno di sole verrà un brivido di vita, quasi una reminiscenza attraverso i tempi al suo tardo cervello – e s’indugerà sul manubrio della sua macchina turbato, e s’allontanerà dal lavoro, - il compagno avrà poca pena a farlo rinsavire. ‘Vieni’, gli dirà, ‘è il tuo dovere morale!’. L’altro capirà subito: ‘è il pane’, e andrà al lavoro con la testa bassa. Καλλωπίσματα όρφνης: ‘ornamenti dell’oscurità’! – Prima di giungere al regno del silenzio ogni parola sarà un ‘ornamento dell’oscurità’: un’apparenza assoluta, un’efficacia immediata d’una parola che non avrà più contenuto che il minimo oscuro istinto di vita. Tutte le parole saranno termini tecnici quando l’oscurità sarà per tutti allo stesso modo velata, essendo tutti gli uomini allo stesso modo addomesticati. Gli uomini parleranno, ma ουδέν λέξουσιν ‘non diranno nulla’. […] Temo che gli uomini siano sì bene incamminati, che non verrà loro mai il capriccio di uscir da questa tranquilla e serena minor età.
giovedì 3 novembre 2011
Pensatori disonesti
Leggendo gli Aforismi dell’Amarezza di Cioran pensavo, totalmente assorto dalla tensione autodistruttiva della sua riflessione, al fatto che stentiamo a renderci conto della potenza del nostro pensare. Sono sempre più convinto che il pensiero sia una droga: bisogna saperlo dosare, altrimenti si può restarne fregati. Beata ignorantia si suol dire e forse non a torto: se dovessimo fare un calcolo puramente utilitaristico, senza dubbio gettare lo sguardo sui nostri abissi (tanto cari a Nietzsche) non potrà mai essere conveniente e comodo quanto tirare avanti a campare. Eppure non riusciamo a farne a meno: dobbiamo razionalizzare tutto, abbiamo un bisogno insaziabile di certezze e di rassicurazioni che soltanto l’armonia di un sistema (che sia filosofico, religioso, politico-ideologico non cambia la sostanza) riescono ad acquietare, anche se provvisoriamente.
Di tutto questo ne era consapevole anche Henri-Louis Bergson che, nella sua ultima opera, Le due fonti della morale e della religione, scrive:
‘L’uomo è il solo animale la cui azione sia malsicura, che esiti e vada a tentoni, che formuli dei progetti con la speranza di riuscire e il timore di fallire. È il solo che si senta soggetto alla malattia, e il solo che sappia di dover morire. Il resto della natura vive in una perfetta tranquillità. Inoltre, di tutti gli esseri che vivono in una società, l’uomo è il solo che possa deviare dalla linea sociale, cedendo alle preoccupazioni egoiste, quando il bene comune è in causa. Questa duplice imperfezione è il prezzo dell’intelligenza. L’uomo non può esercitare la sua facoltà di pensiero senza rappresentarsi un avvenire incerto, che ridesti il suo timore o la sua speranza. Non può riflettere su ciò che la natura gli domanda, in quanto essa ha fatto di lui un essere socievole, senza dirsi che potrebbe trovare spesso il suo tornaconto nel trascurare gli altri, nell’occuparsi solo di se stesso. E tuttavia la natura ha voluto l’intelligenza, l’ha posta come approdo di una delle due grandi linee dell’evoluzione animale, per far da contrappeso all’istinto più perfetto, punto terminale dell’altra. Ed è impossibile che essa non abbia preso le sue precauzioni affinchè l’ordine, appena turbato dall’intelligenza, tenda a ristabilirsi automaticamente. Di fatto, la funzione fabulatrice, che appartiene all’intelligenza e che tuttavia non è pura intelligenza, ha precisamente questo obiettivo. Essa è una reazione difensiva della natura contro ciò che potrebbe esservi di deprimente per l’individuo, e di disgregatore per la società nell’esercizio dell’intelligenza’.
Bergson svilupperà questo tema in una direzione forse troppo distante dall’economia del nostro discorso, ovvero in un’esaltazione della vita del mistico (per es. Gesù Cristo, Socrate, Buddha), inteso come figura esemplare di comportamento in grado di attirare non solo l’attenzione e la fiducia degli uomini, ma anche di innalzarli dal mero interesse individuale ad un afflato amoroso verso l’intera comunità umana. Ma ciò che mi interessava sottolineare citando Bergson è che, per fortuna o purtroppo, non siamo delle macchine perfette ed unidirezionali; ed oltre a ciò di cui abbiamo parlato come la giustizia, l’amore, la verità, il senso del bello c’è dell’altro in noi. Si tratta di qualcosa che non vogliamo prendere in considerazione perché, come dicevamo prima, temiamo cosa potremmo scoprire: allora scegliamo di prendere la via di fuga. E specialmente la filosofia ha spesso battuto questa strada: si tratta di quelle filosofie, agli occhi di Cioran, troppo sopportabili, ovvero quelle dottrine che ci forniscono una visione rassicurante della realtà ed un modello ideale dell’uomo improntato sul suo dover-essere anziché sul suo essere. Per questo mi propongo l’ardito compito, dal prossimo intervento, di fare le veci dell’indagatore dell’incubo, ovvero di perlustare, accompagnato dalle autorevoli guide che selezionerò di volta in volta per voi, il lato oscuro della forza.
Di tutto questo ne era consapevole anche Henri-Louis Bergson che, nella sua ultima opera, Le due fonti della morale e della religione, scrive:
‘L’uomo è il solo animale la cui azione sia malsicura, che esiti e vada a tentoni, che formuli dei progetti con la speranza di riuscire e il timore di fallire. È il solo che si senta soggetto alla malattia, e il solo che sappia di dover morire. Il resto della natura vive in una perfetta tranquillità. Inoltre, di tutti gli esseri che vivono in una società, l’uomo è il solo che possa deviare dalla linea sociale, cedendo alle preoccupazioni egoiste, quando il bene comune è in causa. Questa duplice imperfezione è il prezzo dell’intelligenza. L’uomo non può esercitare la sua facoltà di pensiero senza rappresentarsi un avvenire incerto, che ridesti il suo timore o la sua speranza. Non può riflettere su ciò che la natura gli domanda, in quanto essa ha fatto di lui un essere socievole, senza dirsi che potrebbe trovare spesso il suo tornaconto nel trascurare gli altri, nell’occuparsi solo di se stesso. E tuttavia la natura ha voluto l’intelligenza, l’ha posta come approdo di una delle due grandi linee dell’evoluzione animale, per far da contrappeso all’istinto più perfetto, punto terminale dell’altra. Ed è impossibile che essa non abbia preso le sue precauzioni affinchè l’ordine, appena turbato dall’intelligenza, tenda a ristabilirsi automaticamente. Di fatto, la funzione fabulatrice, che appartiene all’intelligenza e che tuttavia non è pura intelligenza, ha precisamente questo obiettivo. Essa è una reazione difensiva della natura contro ciò che potrebbe esservi di deprimente per l’individuo, e di disgregatore per la società nell’esercizio dell’intelligenza’.
Bergson svilupperà questo tema in una direzione forse troppo distante dall’economia del nostro discorso, ovvero in un’esaltazione della vita del mistico (per es. Gesù Cristo, Socrate, Buddha), inteso come figura esemplare di comportamento in grado di attirare non solo l’attenzione e la fiducia degli uomini, ma anche di innalzarli dal mero interesse individuale ad un afflato amoroso verso l’intera comunità umana. Ma ciò che mi interessava sottolineare citando Bergson è che, per fortuna o purtroppo, non siamo delle macchine perfette ed unidirezionali; ed oltre a ciò di cui abbiamo parlato come la giustizia, l’amore, la verità, il senso del bello c’è dell’altro in noi. Si tratta di qualcosa che non vogliamo prendere in considerazione perché, come dicevamo prima, temiamo cosa potremmo scoprire: allora scegliamo di prendere la via di fuga. E specialmente la filosofia ha spesso battuto questa strada: si tratta di quelle filosofie, agli occhi di Cioran, troppo sopportabili, ovvero quelle dottrine che ci forniscono una visione rassicurante della realtà ed un modello ideale dell’uomo improntato sul suo dover-essere anziché sul suo essere. Per questo mi propongo l’ardito compito, dal prossimo intervento, di fare le veci dell’indagatore dell’incubo, ovvero di perlustare, accompagnato dalle autorevoli guide che selezionerò di volta in volta per voi, il lato oscuro della forza.
martedì 4 ottobre 2011
Monsieur Hemingway
Tempo fa il Dalai Lama, intervistato, disse di non leggere romanzi in quanto finzioni. Nulla da eccepire anche se qualche piccola eccezione ogni tanto è lecito prendersela. E fra queste trasgressioni letterarie, per quanto mi riguarda, non può certo mancare il vecchio Hemingway. Ma, a ben vedere, leggere Hemingway non implica una vera e propria trasgressione alla suddetta regola aurea. In Morte nel pomeriggio potrete infatti trovare questa sua riflessione, vero e proprio manifesto della sua arte narrativa:
“Quando scrive un romanzo, uno scrittore dovrebbe creare gente viva; gente, non personaggi. Un personaggio è una caricatura. Se uno scrittore riesce a far vivere della gente, può darsi che non ci siano nel suo libro grandi personaggi, ma è possibile che il suo libro rimanga come un insieme; come un’entità; come un romanzo. Per buona che sia una frase o una similitudine, se la mette dove non è assolutamente necessaria e insostituibile rovina il suo lavoro per egotismo. La prosa è architettura, non decorazione d’interni, e il Barocco è finito. Che uno scrittore metta le proprie meditazioni intellettuali che potrebbe vendere a basso prezzo come saggi, in bocca a personaggi costruiti artificialmente che sono più rimunerativi se presentati in un romanzo come persone, questo è forse un buon principio economico, ma non costituisce letteratura. Gente, non personaggi costruiti abilmente, devono uscire in un romanzo dall’esperienza assimilata dello scrittore, dalla sua cultura, dalla sua testa, dal suo cuore e da tutto lui stesso”.
Proseguiamo nell’universo Hemingway accennando adesso alla sua filosofia. Facciamoci però accompagnare anche da Fernanda Pivano, storica traduttrice e curatrice dei suoi romanzi, oltre che amica personale dello scrittore americano. E’ anche un modo per ricordare una figura di spicco del panorama intellettuale italiano che ci ha da poco lasciati.
“Hemingway è stato uno scrittore tragico, un inimitabile cantore del rapporto tra uomo e donna e della sua disintegrazione in un destino senza via d’uscita. Che gli amanti si chiamassero Brett e Jake o Catherine e Frederick o Harry e Marie non cambiava il loro destino che restava senza speranza davanti allo spettro della morte, eterna protagonista di tutti i suoi libri.
L’unica speranza, l’unico spiraglio che permetta di vivere almeno con dignità il breve periodo concesso dal destino prima della fine è l’integrità, che per Hemingway vuol dire coraggio, vuol dire dignità, vuol dire onestà: vuol dire quella “grace under pressure” che lo ha guidato in tutta la vita fino all’alba segreta in cui silenziosamente, discretamente, umilmente si dichiarò sconfitto e si tolse la vita”. (Dalla prefazione di Hemingway- vol.1; i Meridiani; Mondadori)
“Le donne – ci dice Hem in Fiesta, il sole sorgerà ancora - possono essere amiche meravigliose. Assolutamente meravigliose. Ma prima di tutto, perché l’amicizia abbia una base, bisogna che di una donna tu sia innamorato. Io avevo Brett come amica. Non avevo mai pensato al suo punto di vista. Ottenevo qualcosa per niente. Ma questo ritardava soltanto la presentazione del conto. Il conto arrivava sempre. Era una delle cose meravigliose su cui potevi contare.
Pensai di aver già pagato tutto. Non come paga e paga e paga una donna. Nessuna idea di giusta punizione o di castigo. Un mero scambio di valori. Tu davi qualcosa e ricevevi qualcos’altro. O lavoravi per qualcosa. In un modo o nell’altro pagavi per tutto quello che ti capitava di buono. Io avevo pagato la mia parte per un sufficiente numero di cose che mi piacevano, e di conseguenza me l’ero passata bene. O pagavi imparando con l’esperienza o correndo rischi o con i soldi. Godersi la vita significava imparare a spendere bene i propri soldi e sapere quando ci si era riusciti. Potevi sempre spendere bene i tuoi soldi. Il mondo era un buon posto per fare acquisti. Sembrava una bella filosofia. Fra cinque anni, pensai, sembrerà stupida come tutte le altre belle filosofie che ho avuto.
Ma forse non era vero. Forse, man mano che andavi avanti, imparavi realmente qualcosa. Non m’importava che cosa fosse il mondo. Volevo soltanto sapere come viverci. Forse, se scoprivi come viverci, imparavi anche che cos’era”.
Vi lascio come di consueto con una chicca: un breve racconto contenuto in una raccolta praticamente introvabile intitolata Uomini senza donne, trovato “al prezzo di Lire duecentoventi”. Dio benedica i mercatini di libri usati!
Una storia banale
E così egli mangiò un’arancia sputandone lentamente i semi. Fuori, la neve si trasformava in pioggia. All’interno, la stufa elettrica sembrava non dare alcun calore, ed egli, alzatosi dallo scrittoio, si sedette accanto alla stufa. Che benessere! In questo, alla fine, consisteva la vita.
Prese un’altra arancia. Lontano, a Parigi, Mascart aveva messo K.O. Danny Frush, peso piuma, al secondo round. Più lontano ancora, in Mesopotamia, c’erano ventun piedi di neve. Nell’altro emisfero, nella lontana Australia, giocatori inglesi di cricket stavano sollevando i bastoni. Lì c’era Romance. Mecenati delle arti e delle lettere avevano fondato il Forum, egli lesse. Questo era una guida, un consigliere, un amico degli intellettuali.
Vi piaceranno questi racconti americani, d’un calore nostrano, visioni di vita reale in aperto Ranch, in grandi tenute, o in case accoglienti, il tutto pervaso da un sano umorismo.
Dovrò leggerle, si disse.
E proseguì. Che ne sarà dei figli dei nostri figli? Chi rimarrà di loro? Nuovi mezzi dovranno essere scoperti per darci una casa al sole. Tutto ciò sarà raggiunto con la pace o con la guerra?
O dovremo emigrare tutti al Canadà?
Sconvolgerà la scienza le nostre più profonde convinzioni? La nostra civiltà è forse inferiore alle antiche?
E frattanto nelle lontane Jungle dello Yucatan risuonava il rumore delle scuri di tagliatori di gomma.
Vogliamo avere degli uomini forti o degli uomini colti?
E quali problemi avranno da risolvere le nostre figliole? Nancy Hawthorne è costretta a sbrigarsela da sola nel mare della vita. Essa risolve tutti i problemi di una ragazza di diciotto anni con sveglia sensibilità.
Era proprio un magnifico opuscolo.
I pittori e i poeti moderni sono Artisti? Si e no.
Prendi Picasso.
Ci sono delle regole di vita a cui attenersi? Azzardatevi a mandarci la vostra opinione, di grazia.
Lì c’era Romance dappertutto. Gli scrittori del Forum erano acuti, pieni di humor e di arguzie. Ma non tentavano d’essere caustici, né erano contorti. Vivevano animati dall’intelligenza, sostenuti da nuove idee, pervasi di fatti straordinari.
Posò l’opuscolo.
E frattanto, sdraiato in un letto nella semioscurità di una camera a Triana, Manuel Garcia Maera giaceva con un tubo in ciascun polmone, soffocava di pneumonia. Tutti i giornali dell’Andalusia uscirono in edizione speciale per la sua morte che si aspettava da parecchi giorni. Uomini e ragazzi compravano grandi fotografie a colori di lui per ricordo e, finite le fotografie, si vendevano le stampe. I toreadors erano contenti della sua morte, perché in ogni corrida egli si esibiva in tutti quei virtuosismi che per essi erano quasi sempre impossibili. Tutti seguivano sotto la pioggia il suo carro e c’erano 146 toreadors intorno a lui al cimitero quando fu posto nella tomba accanto a quella di Joselito. Dopo il funerale ognuno se ne andò al caffè sotto la pioggia, e tutti compravano le fotografie di Manuel e se le arrotolavano in tasca.
“Quando scrive un romanzo, uno scrittore dovrebbe creare gente viva; gente, non personaggi. Un personaggio è una caricatura. Se uno scrittore riesce a far vivere della gente, può darsi che non ci siano nel suo libro grandi personaggi, ma è possibile che il suo libro rimanga come un insieme; come un’entità; come un romanzo. Per buona che sia una frase o una similitudine, se la mette dove non è assolutamente necessaria e insostituibile rovina il suo lavoro per egotismo. La prosa è architettura, non decorazione d’interni, e il Barocco è finito. Che uno scrittore metta le proprie meditazioni intellettuali che potrebbe vendere a basso prezzo come saggi, in bocca a personaggi costruiti artificialmente che sono più rimunerativi se presentati in un romanzo come persone, questo è forse un buon principio economico, ma non costituisce letteratura. Gente, non personaggi costruiti abilmente, devono uscire in un romanzo dall’esperienza assimilata dello scrittore, dalla sua cultura, dalla sua testa, dal suo cuore e da tutto lui stesso”.
Proseguiamo nell’universo Hemingway accennando adesso alla sua filosofia. Facciamoci però accompagnare anche da Fernanda Pivano, storica traduttrice e curatrice dei suoi romanzi, oltre che amica personale dello scrittore americano. E’ anche un modo per ricordare una figura di spicco del panorama intellettuale italiano che ci ha da poco lasciati.
“Hemingway è stato uno scrittore tragico, un inimitabile cantore del rapporto tra uomo e donna e della sua disintegrazione in un destino senza via d’uscita. Che gli amanti si chiamassero Brett e Jake o Catherine e Frederick o Harry e Marie non cambiava il loro destino che restava senza speranza davanti allo spettro della morte, eterna protagonista di tutti i suoi libri.
L’unica speranza, l’unico spiraglio che permetta di vivere almeno con dignità il breve periodo concesso dal destino prima della fine è l’integrità, che per Hemingway vuol dire coraggio, vuol dire dignità, vuol dire onestà: vuol dire quella “grace under pressure” che lo ha guidato in tutta la vita fino all’alba segreta in cui silenziosamente, discretamente, umilmente si dichiarò sconfitto e si tolse la vita”. (Dalla prefazione di Hemingway- vol.1; i Meridiani; Mondadori)
“Le donne – ci dice Hem in Fiesta, il sole sorgerà ancora - possono essere amiche meravigliose. Assolutamente meravigliose. Ma prima di tutto, perché l’amicizia abbia una base, bisogna che di una donna tu sia innamorato. Io avevo Brett come amica. Non avevo mai pensato al suo punto di vista. Ottenevo qualcosa per niente. Ma questo ritardava soltanto la presentazione del conto. Il conto arrivava sempre. Era una delle cose meravigliose su cui potevi contare.
Pensai di aver già pagato tutto. Non come paga e paga e paga una donna. Nessuna idea di giusta punizione o di castigo. Un mero scambio di valori. Tu davi qualcosa e ricevevi qualcos’altro. O lavoravi per qualcosa. In un modo o nell’altro pagavi per tutto quello che ti capitava di buono. Io avevo pagato la mia parte per un sufficiente numero di cose che mi piacevano, e di conseguenza me l’ero passata bene. O pagavi imparando con l’esperienza o correndo rischi o con i soldi. Godersi la vita significava imparare a spendere bene i propri soldi e sapere quando ci si era riusciti. Potevi sempre spendere bene i tuoi soldi. Il mondo era un buon posto per fare acquisti. Sembrava una bella filosofia. Fra cinque anni, pensai, sembrerà stupida come tutte le altre belle filosofie che ho avuto.
Ma forse non era vero. Forse, man mano che andavi avanti, imparavi realmente qualcosa. Non m’importava che cosa fosse il mondo. Volevo soltanto sapere come viverci. Forse, se scoprivi come viverci, imparavi anche che cos’era”.
Vi lascio come di consueto con una chicca: un breve racconto contenuto in una raccolta praticamente introvabile intitolata Uomini senza donne, trovato “al prezzo di Lire duecentoventi”. Dio benedica i mercatini di libri usati!
Una storia banale
E così egli mangiò un’arancia sputandone lentamente i semi. Fuori, la neve si trasformava in pioggia. All’interno, la stufa elettrica sembrava non dare alcun calore, ed egli, alzatosi dallo scrittoio, si sedette accanto alla stufa. Che benessere! In questo, alla fine, consisteva la vita.
Prese un’altra arancia. Lontano, a Parigi, Mascart aveva messo K.O. Danny Frush, peso piuma, al secondo round. Più lontano ancora, in Mesopotamia, c’erano ventun piedi di neve. Nell’altro emisfero, nella lontana Australia, giocatori inglesi di cricket stavano sollevando i bastoni. Lì c’era Romance. Mecenati delle arti e delle lettere avevano fondato il Forum, egli lesse. Questo era una guida, un consigliere, un amico degli intellettuali.
Vi piaceranno questi racconti americani, d’un calore nostrano, visioni di vita reale in aperto Ranch, in grandi tenute, o in case accoglienti, il tutto pervaso da un sano umorismo.
Dovrò leggerle, si disse.
E proseguì. Che ne sarà dei figli dei nostri figli? Chi rimarrà di loro? Nuovi mezzi dovranno essere scoperti per darci una casa al sole. Tutto ciò sarà raggiunto con la pace o con la guerra?
O dovremo emigrare tutti al Canadà?
Sconvolgerà la scienza le nostre più profonde convinzioni? La nostra civiltà è forse inferiore alle antiche?
E frattanto nelle lontane Jungle dello Yucatan risuonava il rumore delle scuri di tagliatori di gomma.
Vogliamo avere degli uomini forti o degli uomini colti?
E quali problemi avranno da risolvere le nostre figliole? Nancy Hawthorne è costretta a sbrigarsela da sola nel mare della vita. Essa risolve tutti i problemi di una ragazza di diciotto anni con sveglia sensibilità.
Era proprio un magnifico opuscolo.
I pittori e i poeti moderni sono Artisti? Si e no.
Prendi Picasso.
Ci sono delle regole di vita a cui attenersi? Azzardatevi a mandarci la vostra opinione, di grazia.
Lì c’era Romance dappertutto. Gli scrittori del Forum erano acuti, pieni di humor e di arguzie. Ma non tentavano d’essere caustici, né erano contorti. Vivevano animati dall’intelligenza, sostenuti da nuove idee, pervasi di fatti straordinari.
Posò l’opuscolo.
E frattanto, sdraiato in un letto nella semioscurità di una camera a Triana, Manuel Garcia Maera giaceva con un tubo in ciascun polmone, soffocava di pneumonia. Tutti i giornali dell’Andalusia uscirono in edizione speciale per la sua morte che si aspettava da parecchi giorni. Uomini e ragazzi compravano grandi fotografie a colori di lui per ricordo e, finite le fotografie, si vendevano le stampe. I toreadors erano contenti della sua morte, perché in ogni corrida egli si esibiva in tutti quei virtuosismi che per essi erano quasi sempre impossibili. Tutti seguivano sotto la pioggia il suo carro e c’erano 146 toreadors intorno a lui al cimitero quando fu posto nella tomba accanto a quella di Joselito. Dopo il funerale ognuno se ne andò al caffè sotto la pioggia, e tutti compravano le fotografie di Manuel e se le arrotolavano in tasca.
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