sabato 2 ottobre 2010

Vico, la Repubblica e la giustizia

Giustizia, solidarietà, pietà, verità: chi cerca di perseguire nel corso della sua esistenza questi valori non solo viene additato come giustizialista, perbenista, bigotto, moralista e quant'altro, ma viene letteralmente fatto fuori, messo ai margini da un sistema ben collaudato per non funzionare, o meglio, per funzionare in modo che solo a pochi (furbetti, intrallazzatori, criminali e quant'altro) sia permesso arricchirsi e godere di un'agiata e placida esistenza. Pur facendo pienamente, e orgogliosamente, parte della schiera dei cosiddetti "sfigati", ovvero di quelli che la loro vita devono e dovranno sudarsela ben bene, non mi piace arrendermi facilmente e crogiolarmi nel pessimismo e nella certezza che nulla cambierà in meglio. Per questo credo e perseguo quegli ideali; per questo non invidio i miei coetanei che hanno ed avranno tutto pronto quando desidereranno averlo; per questo non ritengo "fico" appartenere ad una cosca malavitosa, operando secondo quei canoni da "uomini d'onore" che, per me, non sono altro che delle leggi della giungla che degli animali cercano di dare a sè stessi per evitare di azzannarsi a vicenda nella loro irrefrenabile corsa alla ricchezza e al potere. Per questo, infine, vi propongo questi estratti dalla "Scienza nuova", opera maxima di Giambattista Vico, uno dei più importanti filosofi italiani per originalità e personalità che troppo spesso viene sottovalutato, se non addirittura non considerato affatto. Bando alle ciance, lasciamo parlare Vico. (Le mie domande e integrazioni sono poste tra parentesi quadre).

- Progresso sociale e giustizia -

Gli uomini per la loro corrotta natura sono tiranneggiati dall'amor proprio, per lo quale non sieguono principalmente che la propria utilità; onde eglino, volendo tutto l'utile per sè e niuna parte per lo compagno, non posson essi porre in conato le passioni per indirizzarle a giustizia. Quindi stabiliamo: che l'uomo nello stato bestiale ama solamente la sua salvezza; presa moglie e fatti figliuoli, ama la sua salvezza con la salvezza delle famiglie; venuto a vita civile, ama la sua salvezza con la salvezza delle città; distesi gli imperi sopra più popoli, ama la sua salvezza con la salvezza delle nazioni; unite le nazioni in guerre, paci, allianze, commerzi, ama la sua salvezza con la salvezza di tutto il gener umano: l'uomo in tutte queste circostanze ama principalmente l'utilità propria. [A vostro giudizio, a quale tappa ci siamo fermati e/o siamo regrediti?]

- La nascita della repubblica -

Perchè gli uomini erano di menti particolarissime che non potevano intendere ben comune, per lo che eran avvezzi a non impicciarsi nemmeno delle cose particolari d'altrui, la provvedenza gli menò ad unirsi alle loro patrie, per conservarsi tanti grandi privati interessi quanto erano le loro monarchie famigliari; e sì, fuori d'ogni loro proposito, convennero in un bene universale civile, che si chiamava "repubblica". Questa sovrana civil persona si formò di mente e di corpo. La mente fu un ordine di sappienti, quali in quella somma rozzezza e semplicità esser per natura potevano; dall'altra parte il corpo, formato col capo ed altre minori membra. Onde alle repubbliche restonne quest'altra eterna proprietà: ch'altri vi debban esercitare la mente negl'impieghi della sapienza civile [in numero circoscritto aggiungerei, dato che una società di soli speculatori-teorici come sta diventando la nostra è destinata al fallimento], altri il corpo ne' mestieri e nell'arti che deon servire così alla pace come alla guerra; con questa eterna proprietà: che la mente sempre vi comandi e che 'l corpo v'abbia perpetuamente a servire.

- Corruzione delle repubbliche -

Corrompendosi gli Stati popolari, e quindi ancor le filosofie (le quali cadendo nello scetticismo, si diedero gli stolti dotti a calunniare la verità) [rappresentata, per Vico dalla divina Provvidenza] e nascendo quindi una falsa eloquenza, apparecchiata egualmente a sostener nelle cause entrambe le parti opposte - provenne che, mal usando l'eloquenza e non più contentandosi i cittadini delle ricchezze per farne ordine, ne vollero fare potenza; e commovendo civili guerre nelle loro repubbliche, le mandarono ad un totale disordine, e sì, da una perfetta libertà, le fecero cadere sotto una perfetta tirannide (la qual è peggiore di tutte) ch'è l'anarchia ovvero la sfrenata libertà de' popoli liberi.

- Rimedio -

Ma se i popoli marciscano in quell'ultimo civil malore allora la provvedenza a questo estremo lor male adopera questo estremo rimedio: che - poichè tai popoli a guisa di bestie si erano accostumati di non ad altro pensare ch'alle particolari proprie utilità di ciascuno ed avevano dato nell'ultimo della dilicatezza, o per me' dire, dell'orgoglio, a guisa di fiere - per tutto ciò con ostinatissime fazioni e disperate guerre civili, vadano a fare selve delle città, e delle selve covili d'uomini, e 'n cotal guisa dentro lunghi secoli di barbarie vadano ad irrugginire le malnate sottigliezze degl'ingegni maliziosi, che gli avevano resi fiere più immani con la barbarie della riflessione. Perciò popoli di sì fatta riflessiva malizia, così storditi e stupiditi, non sentano più agi, dilicatezze, piaceri e fasto, ma solamente le necessarie utilità della vita; e, nel poco numero degli uomini alfin rimasti e nella copia delle cose necessarie alla vita, divengano naturalmente [razionalmente] comportevoli; e per la ritornata primiera semplicità del primo mondo de' popoli, sieno religiosi, veraci e fidi; e così ritorni tra essi la pietà, la fede, la verità, che sono i naturali fondamenti della giustizia e sono grazie e bellezze dell'ordine eterno di Dio.

- Degnità -

La filosofia per giovar al genere umano, dee sollevar e reggere l'uomo caduto e debole, non convellergli la natura, nè abbandonarlo nella sua corruzione.

La filosofia considera l'uomo quale dev'essere, e se non può fruttare ch'a pochi primi, che vogliono vivere nella repubblica di Platone, non rovesciarsi nella feccia di Romolo.

Il più sublime lavoro della poesia è alle cose insensate dare senso e passione, ed è proprietà de' fanciulli di prendere cose inanimate tra mani e, trastullandosi, favellarvi come se fussero, quelle, persone vive.

La natura de' popoli prima è cruda, di poi vera, quindi benigna, appresso dilicata, finalmente dissoluta.
[In quale di queste fasi collochereste l'attuale popolazione italiana?]

L'equità naturale della ragion umana tutta spiegata è una pratica della sapienza nelle faccende dell'utilità, poichè "sapienza", nell'ampiezza sua, altro non è che scienza di far uso delle cose qual esse hanno in natura.

lunedì 20 settembre 2010

Kant e l'esistenza di Dio

Domanda da un milione di dollari: Dio esiste?
Ce lo chiediamo in tanti, soprattutto chi si rifiuta di farsi imporre cosa pensare-fare-credere da una qualsiasi istituzione ecclesiastica o dogma prestabilito. E se lo chiedeva anche Immanuel Kant che, suo malgrado, assieme ad Hegel, ha contribuito a terrorizzare generazioni intere di studenti, facendoli scappare a gambe levate dalla filosofia. Ma qui la colpa non è nè di Kant, nè di Hegel, nè degli studenti (chi fa con piacere una cosa a cui è obbligato?). Ma torniamo in tema: Kant riflette sull' esistenza di Dio nella sua celeberrima Critica della ragion pura, nella quale s'era appunto proposto di criticare e ricostruire la metafisica (ovvero "la naturale disposizione della umana ragione a procedere oltre i limiti dell'esperienza e del sensibile") su delle basi "scientifiche" che consentissero quantomeno di ridurre il caos in cui versava quest'infruttuosa disciplina del sapere umano.


Per fare ciò, Kant riteneva essenziale smascherare alcune pseudo-questioni che hanno occupato la metafisica su questioni impossibili da risolvere, a causa dei limiti evidenti dell'umana specie. E tra questi vi figura anche la teologia e le varie prove per dimostrare, razionalmente, l'esistenza di Dio. L'idea trascendentale di Dio è importantissima non solo all'interno della riflessione metafisica, ma proprio per tutta la nostra esistenza, dato che si tratta dell' "Essere primo perfettissimo che, sebbene non possa essere pensato nell'esperienza, pure è pensato in servizio dell'esperienza per poter concepire la connessione, l'ordine e l'unità di essa". Il problema sorge quando si cercano delle prove concrete dell'esistenza di Dio: allora, non avendo riscontro con la realtà fattuale, ci abbandoniamo all'immaginazione, staccandoci dalla stessa esperienza, per poi cercare di tornarvi in un non precisato modo pur di soddisfare il bisogno insopprimibile della nostra ragione di "ordine, sistematicità, compiutezza e unità sintetica". Tre sono state le dimostrazioni "oggettive" che avrebbero dovuto dimostrare l'esistenza di Dio:


La prova ontologica: essendo Dio l'Essere supremo e perfettissimo non può essere manchevole di qualcosa, specialmente dell'esistenza. Kant obietta però che non è possibile saltare così liberamente dal piano della possibilità logica a quella ontologica, dato che l'esistenza di qualcosa si può constatare solo per via empirica.

La prova cosmologica: si parte dal fatto che, dato che tutta la realtà procede secondo legami di causa-effetto, deve esistere un primo "anello" incausato, necessario. Ma, per Kant, anche questa prova si basa su un salto logico simile a quello della prova ontologica. Inoltre, anche la presunta oggettività del legame della causalità interno alla realtà è una congettura da dimostrare.

La prova fisico-teologica: dato che nella natura risplende l'ordine, la finalità e la bellezza si passa poi ad affermare che deve necessariamente esistere una "mente ordinatrice", il Dio creatore, perfetto ed infinito. Kant ritiene inaccettabile anche questa dimostrazione, dato che dà per scontato l'ordine del mondo, per poi riferirlo ad una causa trascendente (ammesso e non concesso che potrebbe trattarsi di un ordine immanente alla natura).


Quindi Kant era ateo? Guai a dirlo! Con tutto questo ambaradàn egli voleva dimostrare che la ragione umana non può dimostrare con assoluta certezza nè l'esistenza di Dio, nè la sua non-esistenza. Ma quindi, che senso o, se preferite, che "utilità" ha la metafisica secondo Kant? Lasciamo che sia lui a risponderci:
"Chi può starsene contento alla semplice conoscenza che ci dà l'esperienza in tutte le quistioni cosmologiche della durata e grandezza dell'universo, della libertà o della necessità naturale? [...] La metafisica, nei cimenti dialettici della ragione pura, ci porta ai limiti; e le idee trascendentali, appunto perchè da una parte non se ne può fare a meno, e dall'altra non si lascian mai realizzare, servono non solo a mostrarci realmente i limiti dell'uso puro della ragione, ma anche il modo di determinarli; e questo è lo scopo e l'utilità di questa disposizione naturale della nostra ragione, la quale ha generata, come sua figlia prediletta, la metafisica. La metafisica, nei suoi tratti fondamentali, è posta in noi dalla natura stessa forse più di qualunque altra scienza; e non può affatto essere considerata come il prodotto di una scelta fatta ad arbitrio, o di una fortuita estensione nel procedere delle esperienze".

lunedì 13 settembre 2010

La pittura di Friedrich - Arte e Filosofia

Il legame tra arte e filosofia mi affascina da sempre. Soprattutto quella scintilla che, quando si è di fronte ad un capolavoro, ci fa pensare: "Cosa significa? Cosa vuole dirci l'autore?". E' qualcosa di istintivo, di primordiale che induce sia noi a cercare il senso di un'opera d'arte, sia l'artista a cercare sfogo nell'espressione pittorico-formale (forma di comunicazione ancor più immediata e universale rispetto alla parola). Ma il bello dell'arte consiste proprio nell'essenziale decodificazione che lo spettatore deve fare dell'opera che ha dinnanzi: è in quel momento che scatta la magia dell'arte, la stessa che rende unica ed immortale ogni autentica opera d'arte.

Fra i tanti pensatori che si sono concentrati sul rapporto tra arte e filosofia Massimo Donà mi ha letteralmente entusiasmato. La sua opera "Arte e filosofia" non è un canonico trattato d'estetica: in ogni capitolo vengono esposti, con grandissima semplicità e discorsività, i serrati legami tra le principali evoluzioni del pensiero filosofico e le rivoluzioni espressive avvenute nella storia dell'arte. Rivoluzioni concettuali ed espressive spesso si anticipano o si influenzano le une con le altre, secondo intrecci davvero estasianti e inaspettati. L'opera di Donà ci mostra chiaramente che quando filosofia ed arte non vengono studiate come due compartimenti stagni si può dare vita a ottimi saggi filosofico-storici, ricchi di valore e significato; distanti anni luce da quell'approccio accademico e asettico che mortifica questi straordinari campi della conoscenza umana. Il testo che qui vi propongo è un estratto dell'opera sopracitata, accompagnato dalle immagini degli splendidi dipinti di Caspar David Friedrich (cliccatevi sopra per vederli per intero), artista da inscrivere a pieno titolo nel movimento culturale del Romanticismo europeo ottocentesco.

[...] Nei quadri di Friedrich appare spesso una piccola figura umana o un gruppo di figure; ma soprattutto queste donne o questi uomini sono visti quasi sempre di schiena. Simboli perfetti di quella vocazione a perdersi nella potenza incondizionata di una natura in cui, a manifestarsi, non può mai essere un semplice insieme di fenomeni. La Natura è per lui, piuttosto, la perfetta espressione di un incondizionato che può vederci protagonisti solo quali umili spettatori passivi della sua tendenziale o riflessa infinitudine; impotenti a determinare il corso del suo meccanico procedere. Si pensi al dipinto intitolato "Un uomo e una donna davanti alla luna"; dove due viandanti sono rivolti verso una luce che viene dal fondo e che li sovrasta, mettendo per ciò stesso in evidenza la loro pochezza, la loro fragile ed empirica contingenza o inessenzialità. Ma cosa contemplano tali figure? Nulla di preciso o di determinato; contemplano l'inabbracciabile e inconcepibile infinità che solo l'incondizionato trascendentale può in qualche modo illuminare.



[...] I contemplanti dipinti da Friedrich nascondono la propria frontalità; perchè il loro sguardo coincide con il nostro. Mai ci sarebbe consentito vederli di fronte; ossia rivolti a noi. Tutto in quelle tele, così come tutto in ogni determinazione della nostra esperienza, si volge all'impossibile; ovvero, al Nulla che si costituisce solo nella più perfetta distinzione rispetto all'Essere. Ovvero, all'Impossibile. Perciò, nell'abisso in cui si perde lo sguardo degli uomini e delle donne ospitati dalle sue tele, nulla si dà a vedere se non l'indeterminatezza di un'opposizione assoluta di cui il pittore può solo tracciare le deboli vestigia. Come quelle cui dà corpo il "Viandante sul mare di nebbia", che trasfigura il nulla (che vorrebbe poter affrontare frontalmente) nella virulenta ed inquieta dinamicità delle nubi, contrapponendola alla fissità del viandante o della roccia - dalla cui sommità il medesimo sembra intento a sfidare gli elementi naturali, invitandoli a mostrare il loro vero ma impossibile volto.



Tale traduzione viene operata da Friedrich anche in molte altre opere; si pensi alla "Donna al tramonto del sole" oppure al "Monaco sulla spiaggia". Qui la sproporzione tra l'infima consistenza del monaco e l'inoggettivabile potenza di cui la natura tutta si fa portatrice risalta nella sua massima evidenza. L'essere umano non ha più a che fare con oggetti determinati; ma con il senso ultimo della datità oggettuale; con la sua indominabile estraneità - che tanto intimamente ci riguarda e avvolge. Ed è destinato a non poterla mai risolvere nella propria inconfutabile finitudine. Perciò la contempla dilaniato da una irrisolvibile ambiguità; sente che lo riguarda, sente che quella forma può essere spiegata, ma nello stesso tempo sente che 'altro' rimarrà sempre di là dalla propria imperfetta infinitudine. Perchè nulla dovrebbe esserci di fronte al proprio sguardo incantato.





L'uomo sente che quella perfetta ma impossibile visione lo costituisce e lo reclama da sempre. Sente che quella è la sua impossibile origine. Ma sente appunto la vanità della propria pretesa. Sente d'esser destinato al naufragio - come appare in "Il mare di ghiaccio". Non è certo un caso se per errore quel quadro finì per essere intitolato "Il naufragio della speranza". La speranza del soggetto fichtiano è destinata a farsi inghiottire come il vascello friedrichiano dall'iceberg e dal mare ghiacciato da cui quello doveva in qualche modo esser emerso. Sul fondo della tela appare ciò che l'iceberg doveva esser stato prima dell'evento devastante; ma appare in una lontananza che lo rende sostanzialmente inarrivabile; e comunque non ancora raggiunto. Quello che è stato invece raggiunto, è crollato, mandando in mille pezzi la "navicula" con cui l'essere umano avrebbe preteso di svelare l'arcano e de-terminare l'infinito.

lunedì 6 settembre 2010

Eugenio Bennato - Italia minore

"Questione meridionale", "terroni": da sempre veniamo chiamati in causa con queste due paroline. Periodicamente alcuni soloni del mondo politico o della classe intellettuale (ovviamente settentrionale) si affannano a proporre le loro geniali trovate per risolvere questo "problema", come se gliene importasse davvero. Sono anni che parole come federalismo fiscale o cassa-banca (casciabancu sarebbe più appropriato) del Mezzogiorno sono sulla bocca di politici di qualsiasi colore e fazione. Il tutto viene poi infarcito da una dilagante ignoranza: ignoranza del fatto che la "questione meridionale" è nata proprio con l'unità d'Italia, circa 150 anni fa.

Ora, senza alimentare sterili polemiche filo-settentrionalisti o filo-meridonalisti che lasciano il tempo che trovano (perchè già siamo con le pezze al sedere con l'Italia attuale, figuriamoci se ci separiamo), quello che mi preme sottolineare da tutto ciò è che il Sud, l' "Italia minore" come qui viene definita da Eugenio Bennato, non è sempre e soltanto l'ultima ruota del carro; non è sempre e soltanto esportatrice di mafia-'ndrangheta e camorra.

Eravamo e siamo la culla della cultura italiana. Eravamo e siamo la sorgente della poesia e della musica più raffinate che siano mai state prodotte nel nostro Paese. Per questo vi propongo questo brano di Eugenio Bennato che, pur essendo una semplice canzone, riesce a sintetizzare magistralmente tutta la sofferenza e il dolore che da sempre noi, figli diversi del Sud, abbiamo imparato a sopportare: alcuni per la lontananza dalla loro terra; altri per la paura di essere discriminati o additati come mafiosi o terroni; altri ancora perchè in questa terra vogliono restarci per aiutarla a rialzarsi ma che, spesso sono costretti ad arrendersi. Lasciamoci cullare per un attimo dalla nostra musica popolare: autentica e preziosa come può esserlo solo ciò che abbiamo di più caro.

(Mi scuso sin da adesso per eventuali errori nel testo e per non aver messo le parti cantate in dialetto: ho dovuto fare la trascrizione di mio pugno ed ho preferito evitare di mettere cose a muzzo).



Grande poeta di povera gente
figlio diverso del sud dell'Italia
la tua canzone è un mendicante
che è passato dalla notte sull'aia.

La tua canzone, la povertà
è la canzone più bella che c'è.

Tu che ci parli di una fontana,
di una cometa e di un aquilone,
il tuo dialetto è una musica strana
perchè appartiene a un' Italia minore.

Ma la canzone della povertà
è la ricchezza che porti con te.

Grande poeta di povera gente,
figlio diverso del sud dell'Italia,
la tua canzone è un emigrante
che va a cercare fortuna in Germania.

La tua canzone, la povertà
è la canzone più bella che c'è.

Secoli e secoli di lontananza
da ogni potere, da ogni padrone.
Musica anonima senza importanza
per chi appartiene a un' Italia minore.

Ma la canzone della povertà
è la ricchezza che porti con te.

E' l'Italia che tu canti,
è l'Italia che tu suoni,
la canzone dei briganti,
la canzone dei terroni.

Le finestre degli amanti
e la luna eccezionale
di chi dorme sotto i ponti
della musica popolare.

In questa Italia distratta ed assente
rincoglionita di televisione,
c'è un'altra Italia controcorrente
e ognuno sceglie la propria canzone.

La tua canzone, la povertà
è la canzone più bella che c'è.

La tua poesia è una nave pirata
e io che mi sento pirata nel cuore,
io voglio perdermi nella tua strada,
fiero di essere Italia minore.

Ma la canzone della povertà
è la ricchezza che porti con te.

E' l'Italia che tu canti
è l'Italia che tu suoni,
la ricchezza che nascondi
nelle povere canzoni.

La tua arte che i mercanti
non potranno mai comprare
i rubini e i diamanti della musica popolare.

E' l'Italia che tu canti,
è l'Italia che tu suoni,
la canzone dei briganti,
la canzone dei terroni.

Le finestre degli amanti
e la luna eccezionale
di chi dorme sotto i ponti
della musica popolare.

sabato 21 agosto 2010

Comune di Reggio: che sta succedendo?

Per Liberareggio.org

Lo spettacolo che i nostri rappresentanti comunali stanno offrendo a noi e a tutta l’Italia non è qualcosa di cui andare fieri. Non credo nemmeno che si possa definire come una “normale dialettica politica” (usando le parole di Raffa), anche se l’esempio del governo nazionale forse è anche peggiore in quanto a cialtroneria e confusione. La ragione di questo mio intervento non è quella di ricostruire nel dettaglio lo sviluppo delle vicende: non ne uscirei vivo.

Tuttavia qualche considerazione generale deve essere fatta. Quantomeno per sensibilizzare il dibattito sulle vicende comunali ed evitare che continui ad avere le attuali caratteristiche della rissa da bar o del pettegolezzo. L’unico risultato del fiume di polemiche, documenti firmati in calce, comunicati stampa, interviste e smentite a cui stiamo assistendo da settimane è stato l’oscuramento dei gravi problemi della comunità (su tutti l’entità del debito delle casse comunali). Attività in cui i nostri rappresentanti eccellono, forti del loro “politichese” e della compiacenza, o del comprensibile timore, dei giornalisti locali.

L’impressione che ho avuto fin dall’inizio delle polemiche è stata quella del “quando il gatto non c’è, i topi ballano”: ovvero che si trattasse di una squallida lotta tra gli assessori per mantenere il proprio status o, se possibile, ritagliarsi ancor più spazio e privilegio prima che l’impero scopellitiano (alias “modello Reggio”) crollasse. Evidentemente una possibile reazione di Raffa non doveva spaventare gli assessori che, anzi, sentendosi più forti di lui, di fronte alle sue prime decisioni sfavorevoli, hanno reagito col famoso documento firmato dai 30 “compagneros della rivolucìon”. Da allora le cose sono precipitate, Raffa annuncia le dimissioni, poi le fa rientrare a patto di poter azzerare la giunta comunale e propone un nuovo team di assessori tra cui figura Irene Pivetti, della quale, con tutto il rispetto, non ho capito cosa centri con Reggio e di cosa dovrebbe occuparsi.

A più riprese ho sentito definire ciò che stava accadendo come “commedia”, “farsa” o “tragedia”: ma tutti, compreso il sottoscritto, eravamo convinti che la querelle sarebbe in qualche modo rientrata pur di scongiurare l’ombra del commissariamento. Ma stamattina, a rendere ancor più torbida e complessa la vicenda è arrivata allo stesso sindaco Raffa un’intimidazione, una busta con delle munizioni. Ovvero, un esplicito invito a rivedere le sue convinzioni e posizioni. Cosa ha generato la reazione della malavita reggina? Quali interessi sono stati toccati? Col gesto di stamattina si voleva forse convincere “con le cattive” Raffa a ritornare sui suoi passi, pur di scongiurare il commissariamento?

Ma siamo qui sconfinati nel campo delle ipotesi e delle congetture. Per questo è meglio aspettare che la magistratura riesca a fare un po’ di luce nel buio più totale che attanaglia Palazzo San Giorgio. Questo non vuol dire però fregarsene e aspettare che la questione si risolva: per quanto ci è possibile rientra nei nostri interessi informarci seriamente e vigilare su quanto sta succedendo nella nostra città. Il mare e l’ombrellone possono anche aspettare: troviamo un modo per manifestare la nostra preoccupazione e per invocare chiarezza ai protagonisti di questa squallida vicenda. "La Polis, propriamente, non è la città stato in quanto entità fisica ma una forma di organizzazione nella quale ogni membro partecipa all'azione e al discorso comunitari, la cui collocazione più autentica è fra persone che vivono insieme a tale scopo" scriveva Hannah Arendt: dimostriamo che Reggio non dorme e che, soprattutto, non si merita quanto si sta verificando.

martedì 17 agosto 2010

Pink Floyd - High Hopes (video)



Non mi sembra di esagerare se considero i testi dei Pink Floyd come dei veri e propri saggi filosofici. Alcune loro canzoni, come questa che vi propongo, sono vere e proprie gemme condensate di dubbi, questioni e riflessioni esistenziali. La ragione per cui vi propongo "High Hopes" e non altri brani più famosi è racchiusa nell'enigmaticità di questo video che, se accompagnato da un'analisi del testo, diventa più chiaro ed esplicativo. Qui di seguito il testo tradotto (i miei commenti/riferimenti/integrazioni sono nelle parentesi quadre):

- Grandi Speranze -

Oltre l’orizzonte del luogo
in cui abbiamo vissuto da giovani,
in un mondo di magneti e miracoli,
i nostri pensieri vagavano costantemente e senza confini

[al min. 1:19 compaiono degli uomini che corrono lungo un orizzonte che, presumibilmente, è quello della loro vita, lasciandosi dietro una lunga scia (di sogni? di speranze? di illusioni?)]

il suono della campana della discordia era iniziato
[potrebbe trattarsi dell'altra faccia della medaglia del progresso della civiltà, ovvero la discordia, l'egoismo, le reciproche violenze e le sopraffazioni quotidiane]

per la lunga strada e giù dalla strada rialzata
s'incontreranno ancora lì, vicino al taglio?

c’era una banda discontinua che seguiva i nostri passi
correndo prima che il tempo portasse via i nostri sogni
lasciando la miriade di piccole creature
a cercare di incatenarci al suolo
ad una vita consumata da un lento decadimento.

[min 1.44: le piccole creature, ovvero gli uomini sui trampoli e con le 24ore, si credono ed appaiono alti, immortali, onnipotenti, mentre invece sono destinati all'inesorabile deterioramento fisico ed intellettuale imposto dalla nostra natura e ancor più accentuato ritmo imposto dalla civiltà, con tutto il suo carico di obblighi, doveri e privazioni]

l'erba era più verde,
la luce era più brillante,
eravamo circondati di amici
la notte era un prodigio

cercando oltre le braci di ponti lucenti dietro di noi
fino ad uno sguardo di come fosse verde sull’altra sponda
passi fatti in avanti ma camminando nel sonno di nuovo indietro
trascinati dalla forza di una marea interiore.

[min. 2.26: degli uomini, sonnambuli, camminano all'indietro fino a toccarsi e abbracciarsi. I passi fatti in avanti potrebbero alludere ai progressi della civiltà che però spesso ci fa regredire, obnubilandoci con le sue promesse e facendoci dimenticare la nostra essenza di esseri finiti, miserandi e bisognosi di aiutarci a vicenda]

ad una maggiore altezza con bandiere spiegate
abbiamo raggiunto le gelide cime di quel mondo sognato

[min 2.40: degli uomini spiegano delle bandiere al vento: potrebbe essere un'allusione ai disastri e alle stragi compiute in nome della "patria", come le guerre sante, o le guerre "civilizzatrici", oppure ancora le odierne "missioni di pace". Non a caso, dopo poco le bandiere scompaiono e ne rimane soltanto una, grande e nera]

per sempre oppressi da desiderio e ambizione
c'e' una fame non ancora soddisfatta
i nostri occhi stanchi ancora vagano all'orizzonte
sebbene abbiamo percorso questa strada così tante volte

[min 3.40: compaiono degli uomini al tramonto, carichi di pesi come dei muli. Da una scena del genere non può che trasparire insofferenza e oppressione. La stessa insofferenza e oppressione che proviamo quando ci accorgiamo di vivere la maggior parte del nostro tempo come degli schiavi, inconsapevoli di esserlo perchè accecati dal desiderio di avere sempre di più. Tuttavia, anche se riuscissimo a possedere tutto, qualcosa continuerà a mancarci. Cosa abbiamo perduto per strada e non riusciamo più trovare?]

l'erba era più verde,
la luce era più brillante,
eravamo circondati di amici
la notte era un prodigio
eravamo circondati di amici
l'alba si vaporizzava incandescente
l’acqua scorreva
nel fiume senza fine
per sempre e sempre

[min. 4.00: ecco cosa abbiamo perso, la semplicità, l'innocenza dei primi anni della nostra esistenza. Non a caso si vedono scene di bambini che lasciano volare dei palloni per aria, un peluche gettato dalla finestra, un uomo asservito da una ruota per farla girare all'infinito, l'uomo dell'inizio del video che libera da un'automobile quegli stessi palloni abbandonati che si riversano lungo strade, ponti, portici di chiese, carceri: tutti prodotti e simboli del progresso, della spiritualità e delle autoprivazioni a cui l'uomo si è dovuto sottomettere per diventare quello che è adesso. Ma ne è davvero valsa la pena? O forse non è stata tutta un'illusione, come lo è quella provocataci da quegli uomini che, alla fine del video, sembrano trasportare una statua pesantissima e che invece si rivela insulsa e vuota, ma non per questo meno pesante, così come lo può essere la consapevolezza di un fallimento o del fardello portato sulle spalle dagli uomini-schiavi mentre tramonta il sole della loro civiltà?]

martedì 10 agosto 2010

Ceronetti, l'automobile e la carne

Agosto. Tempo di file interminabili su strade e autostrade. Milioni di persone si spostano come una massa abnorme verso le località turistiche, ansiose di trascorrere le loro misere vacanze stressandosi forse ancora di più rispetto alla loro grigia vita di tutti i giorni. Sono stati questi i primi pensieri che mi sono venuti in mente leggendo la riflessione di Guido Ceronetti che qui vi propongo.


"La sofferenza è morale, anche se l'aggressione è fisica, per il senso di avvilimento, di degradazione, di confusione, d'ingiustizia patita e di solitudine: questo provo quando faccio, nella mia nudità schernita di uomo a piedi un bagno di traffico automobilistico, ma per un'autentica coscienza dolorosa di uomo a piedi bisogna sapersi vedere e sentire un essere umano, cioè il punto più debole della natura, lampadina di tirassegno da frantumare, candela da soffiare, pudenti scoperti, cibus vermium". Per comprendere ciò vi consiglio di provare a camminare per le variegate salite di Reggio Calabria, magari a mezzogiorno: strade affollate da lamiere contorte sfreccianti e parcheggiate ovunque. Una vera e propria esperienza mistica.


Continua Ceronetti: "la carne teme l'assedio dei metalli; non può tollerarli, non può conoscerli. E una grande concentrazione di automobili è prima di tutto un 'infernale concentrazione di metalli, acciaio, alluminio, piombo, cromo, ecc. Ma l'uomo non è che carne. Ecco perchè la carne (l'uomo a piedi) è smarrita e disfatta nel ribollimento metallico del traffico automobilistico. Non vi accorgete che le automobili vi prendono a sprangate, anche se non vi toccano? Vi trapanano la testa, vi coprono dei loro escrementi gassosi, vi abbagliano, vi braccano come volpi rincoglionite, vi strinano le arterie, vi regolano il passo, vi strangolano a poco a poco. Vi fanno dimenticare di non essere che carne.


"[...] Doveva essere un privilegio di pochi come la carrozza e la portantina. L'imbecillità democratica ha voluto il motore per tutti, l'automobile ai polsi di tutti. I danni sono incalcolabili. [...] Un rigido feudalismo automobilistico ci avrebbe salvati. Ministri, attori del cinema, qualche chirurgo, pochi delinquenti di eccezionale bravura, sarebbe stato un materiale di studio per gli studiosi del fasto umano... Ma gli altri a piedi, come sempre; i più affannati in tram, in bicicletta... E' stato infame mettere in circolazione tanto denaro da permettere alla classe media le più lussuose berline; adescare con l'odore della potenza e del prestigio sociale tutti i tarati delle città e delle campagne, tutta la schiuma della Terra. Tutta questa infezione si è rovesciata dentro i metalli da strada, smaniosa di abolirsi come carne e pretendendo, per speranza di felicità, di essere cosa. Difficile attuare un così grande sogno!"


"[...] Tutti quelli che portano in sè un seme di odio per il Bello l'automobile li fa sfogare, distrugge per loro paesaggi, arte e forme di vita, li fa sentire, giustamente, soggetti attivi della Storia. L'economia rateale riesce a collocare il demente al suo posto di lotta prima che abbia messo da parte il denaro per conquistarselo. Pagando una sola rata, qualunque tristissimo prodotto uterino entra legalmente in possesso di un involucro omicida che può lanciare dove vuole, contro chi capita; adoperare come feritoia o catapulta, spavento di deboli, deposito di droga o di fucili, letto di stupro. Perciò l'automobile-per-tutti, culmine penosamente statico della farsa economica (e adesso che l'avrete raggiunto? dovranno tutti averne due, poi tre, e poi?), è anche l'occasione del crimine data a tutti, in combinazioni illimitate". Tanto di cappello, mr. Guido Ceronetti.