martedì 27 luglio 2010

Sgalambro, la consolazione

Preoccupato per l'incerto futuro assicuratomi dalla mia (prossima) laurea in filosofia ho cercato rifugio nella sopracitata opera sgalambriana consigliatami da un amico, anch'egli miserando-laureando in filosofia.

Cos'è la consolazione? Perchè ne abbiamo continuamente bisogno? Per Sgalambro è un fenomeno straordinario e misterioso allo stesso tempo. Straordinario in quanto rivela 'la sconfinata pietà per tutti gli esseri viventi' che è in noi e che ci porta a rispondere ad un appello d'aiuto. "Se ci chiediamo come sia possibile la presenza della pietà in questo mondo, noi non sappiamo rispondere. Ma questo dà un indizio, ci dice almeno che essa non nasce nè da questo nè da nessun altro mondo. Essa c'è perchè c'è, invece. Perchè è l'estraneo che ti trascina per i capelli alla pietà. Qui è il miracolo. Allo stesso modo la consolazione. Ci sentiamo come strappati a noi stessi, condotti con violenza a quell'altro e, con nostra stessa meraviglia, gli diamo tutto quello che possediamo".
Attenzione qui a non disperderci nella melassa della filosofia morale tradizionale: per Sgalambro l'uomo e soprattutto il filosofo, sono impotenti, cioè non possono fare nulla di concreto per cancellare dolori e preoccupazioni. "La consolazione è la pietà che non si estrinseca con atti ma con parole. E questo perchè l'agire non è più possibile. L'agire è ormai impotente. La coscienza morale potrà solamente consolare. Insomma, la consolazione sostituisce la compassione. Derisoria cosa, si! Ma il fato ci trascina".

Perchè non si può più agire? Perchè se ci fosse ancora speranza nell'azione il consolato non sarebbe più tale, dato che non sarebbe disperato e non avrebbe bisogno di consolazione. Quindi, continua Sgalambro, "la consolazione è la fonte di quel che solamente ci è possibile: parole, ahimè. Ma perchè 'ahimè'? Lo abbiamo detto: beatitudine estrema oppure, in quel che ci è dato, unica cosa possibile. Si scelga". Sgalambro è consapevole della possibile insoddisfazione di questo aut-aut: o la morte, come unico rimedio alle sofferenze, o un breve quanto illusorio paradiso fatto di parole. Ed infatti lo rivela quando evidenzia il limite della consolazione, cioè "la rabbia di non potere altro. E' il limite insito nella parola. Tu ti protendi con tutto te stesso verso un altro, eppure non puoi che schiacciarlo". Ma non è cosa di poco conto riuscire, se pur per breve tempo fare breccia nella preoccupazione, nel dolore e nella sofferenza umana. Come riuscire in ciò? Bisogna saper "aspirare il consolato con la forza del discorso ma, soprattutto, con la risposta al suo appello. Bisogna anzitutto che il discorso lo scuota, introduca un turbamento nella sua compatta disperazione. Un fremito, ed è fatta. Ammesso che il consolatore ignori tutto di lui, al discorso consolatorio non occorrono particolari. 'Tu vivi? Allora so tutto di te' dice il consolatore".

Il mistero della consolazione consiste invece nel fatto che essa agisce segretamente nel consolato e nello stesso consolatore, uniti dalle stesse miserie. Citando Seneca, la consolazione sublime per Sgalambro è sapere di "essere coinvolto nella distruzione universale. Cioè sapere che tutti saremo distrutti e inghiottiti in un abisso senza fine". Perchè questa consapevolezza, in tutta la sua catastroficità, riesce a consolarci? Perchè - continua Sgalambro - "essa non ci consola della nostra fine miseranda, ma ci consola proprio con la nostra fine miseranda. Una consolazione siffatta è come se si consolasse un malato in balia di sofferenze mortali dicendogli: 'Ne hai per poco, tra poco crepi'. Eppure è vero: se a un malato in preda alle sofferenze dell'agonia si riuscisse a fare capire che tra poco tutto sarà finito, ebbene, quale consolazione migliore di questa egli può attendersi? [...] Perchè ne sei consolato? Il desiderio di essere disperato esprime il rapporto con la verità perchè la verità ti è contro. Tu hai una certezza, la certezza che la verità ti è contro. Nello stesso tempo questo ti consola, ti consola perchè è una certezza. Nello stesso tempo tu sei in pace. Sei disperato ma in pace".

E' il volto terribile della verità: essa ci spaventa, siamo certi di essere destinati ad essa così come a miserie e dolori indicibili, anzi l'unico modo per giungere ad essa sono proprio gli stessi dolori e miserie. Ma è questa la nostra unica certezza: "la verità ci è contro, incute spavento, ma sono certo che è questa la verità. Perchè oggi non si ha nessuna certezza o, per andare più a fondo, perchè non si ha più nessuna verità? Perchè la verità è che la verità ci è contro. Perchè la certezza matematica è che la verità ti è contro e che per te è finita".

domenica 18 luglio 2010

Watzlawick, istruzioni per rendersi infelici

Perchè mai dovreste ricercare l'infelicità? Perchè l'uomo è infelice quando non sa di essere felice. Chi lo comprende sarà subito felice, immediatamente nello stesso istante... (F.M. Dostoevskij)
Perchè dovreste leggere questo mio intervento? Perchè l'eudaimonia, ovvero la ricerca della felicità che ci viene propinata quotidianamente da tv,manuali di psicologia, persino temi della maturità scolastica è una menzogna bell'e buona. E Paul Watzlawick, così come Dostoevskij, questo lo sa: 'E' giunta l'ora di farla finita con la favola millenaria secondo cui la felicità, beatitudine e serenità sono mete desiderabili della vita. Troppo a lungo ci è stato fatto credere, e noi ingenuamente abbiamo creduto, che la ricerca della felicità conduca infine alla felicità. Al nostro mondo, che rischia di essere sommerso da una marea di istruzioni per essere felici, non si può rifiutare più a lungo un salvagente'.

La felicità intesa come una meta salda e definitiva della nostra esistenza, a cui poter giungere un giorno e sentirci assolutamente soddisfatti e paghi, non esiste e non può esistere. Fa parte della nostro modo di vivere, incontentabile, insaziabile ed in continua trasformazione. Ma soprattutto, ciò che ci avvince della felicità come meta non è il fatto di poterla un giorno raggiungere, ma proprio la sua lontananza, la speranza di poterci arrivare. Watzlawick affronta questo concetto cruciale quando parla dell' attenzione all'arrivare. Citando George Bernard Shaw, egli scrive: 'Nella vita esistono due tragedie. La prima è la mancata realizzazione di un intimo desiderio, l'altra è la sua realizzazione'. Questo perchè 'la strada del successo è faticosa, sia perchè è necessario applicarsi molto, sia perchè anche sforzandosi intensamente si può fallire'. Allora che fare? O accontentarsi, optando per un successo 'a piccoli passi', o scegliersi una meta straordinariamente elevata, consapevoli dell'alto rischio di fallimento ma anche della possibile, immensa, soddisfazione.

Ma per Watzlawick essenziale è, prima di ogni cosa, evitare di illudersi. Per questo egli ci fornisce una serie di consigli, non richiesti dai più, per raggiungere l'infelicità: essere fedeli a se stessi, ovvero non arretrare mai di fronte ai propri principi anche quando tutto il mondo va dalla direzione opposta; esaltare il proprio passato come luogo di felicità e spensieratezza; crearsi accorgimenti per non affrontare o, quantomeno, rimandare il confronto con i propri problemi; credere negli oroscopi e nelle profezie fatalistiche; sprofondarsi nelle contraddizioni delle relazioni amorose (esilarante è a tal proposito l'illusione delle alternative: se il proprio partner fa A, avrebbe dovuto fare B, e se fa B, avrebbe dovuto fare A); innamorarsi di persone per noi inarrivabili; vivere la vita come un gioco la cui prima regola è: non conoscere le regole del gioco.

'Il principio fondamentale secondo cui il gioco non è un gioco ma una cosa molto seria fa della vita un gioco senza fine, che solo la morte conclude. E qui - come se ciò non fosse già abbastanza paradossale - c'è la seconda assurdità: l'unica regola che può far terminare questo gioco molto serio non è di per sè una delle sue regole'. La nostra esistenza, la sua paradossalità.

martedì 6 luglio 2010

Nietzsche, pregiudizi filosofici

'Posto che la verità sia una donna -, E perchè no? Non ha forse fondamento il sospetto che tutti i filosofi, in quanto dogmatici si intendessero poco di donne? E' certo che essa non si è lasciata conquistare: - e oggi ogni specie di dogmatica se ne sta lì, in atteggiamento abbacchiato e disfatto.
[...] C'è da sperare che la filosofia dei dogmatici sia stata soltanto una promessa per millenni di là da venire. Ora che essa è stata superata, che l'Europa riprende fiato da questo incubo e può almeno godere di un più salutare sonno, siamo noi - cui spetta per compito proprio l'esser desti - gli eredi di tutta quella forza che la lotta contro quest'errore ha fatto crescere rigogliosa'.

Benvenuti nella mente di Friedrich W. Nietzsche. Quella sopracitata è soltanto la prefazione di "Al di là del bene e del male", una delle ultime opere del filosofo contraddistinta soprattutto per la vis polemica contro la morale e il cristianesimo, considerati come gli aguzzini attraverso cui l'uomo è arrivato a porsi contro la vita stessa. Tuttavia, preferisco soffermarmi su un altro aspetto presente in "Al di là..." e non si tratta di qualcosa di marginale. Leggendo il primo capitolo di quest'opera ho avvertito infatti il grande debito che ogni intellettuale ha nei confronti di Nietzsche quando egli afferma: 'La volontà che ha per mira il vero: di quali domande ci ha già fatti consci questa volontà! Ma chi c'è qui propriamente a porci domande? Noi ci siamo interrogati rispetto al valore di questa volontà. Posto che noi vogliamo la verità: perchè non dovremmo desiderare piuttosto la controverità? E la controcertezza? Ed addirittura la controsapienza? [...] Assumere la controverità come modus vivendi: questo significa davvero proporsi un'opposizione di pericolosa natura ai sentimenti abituali con cui la gente soppesa i valori; ed una filosofia, che a tal punto si spinge, per questo sol motivo ben si spinge al di là del bene e del male'.

E' questa forza eversiva, contraria a qualsiasi ovvietà che rende immortale il pensiero di Nietzsche. Non vi sono certezze, nè tranquillizzanti possessi concettuali: la filosofia, ben lungi dall'essere quel regno armonico d'amore per la saggezza, è qualcosa di contorto, di complesso ma di incredibilmente necessario per l'oltreuomo nietzscheano e per la sua irrefrenabile volontà di vivere, sempre in conflitto con pulsioni a lei contrapposte. 'I filosofi - scrive Nietzsche - hanno il vezzo di discorrere della volontà come se fosse la cosa più ovvia di questo mondo. Tuttavia mi sembra che il volere sia qualcosa di complicato, qualcosa che trova la sua unità soltanto nella parola con cui lo si designa. [...] In ogni atto di volontà c'è un pensiero che comanda; - e non si deve affatto credere di poter separare questo pensiero dal 'volere', come se, dopo aver fatto ciò, restasse ancora una volontà! La volontà non è soltanto un complesso di sensazioni e pensieri, ma è anche e soprattutto una passione: ed è quella passione del comando a tutti ben nota. Quella che viene definita libera volontà è in sostanza una forte emozione, provocata dalla sensazione di avere il completo dominio di colui che deve obbedire. [...] Il nostro corpo non è che una strutturazione di anime conviventi'.

Il filosofo, conscio di tutto ciò 'ha in fin dei conti un diritto al cattivo carattere, in quanto è l'essere che sulla terra è stato beffato al massimo grado, - egli oggi ha il dovere della diffidenza, di sbirciare occhiate maligne fuor d'ogni abisso di sospetto. [...] Perchè mai il mondo non dovrebbe essere una finzione? Non è niente di più che un pregiudizio morale il fatto che la verità abbia più valore dell'apparenza. [...] In quale singolare attitudine al semplicismo, tra quante falsificazioni vive l'uomo! [...] Attenti a voi, filosofi e amici della conoscenza: siete pienamente consapevoli di come non possa avere nessuna importanza il fatto che proprio voi abbiate ragione, e del fatto che fino ad ora nessun filosofo ha mai avuto ragione. Il martirio del filosofo, il suo sacrificio votivo alla verità, costringe a venire alla luce quei caratteri dell'arruffapopolo e del commediante che si annidavano in lui'.

Ma chi è il vero filosofo per Nietzsche? 'Un uomo che costantemente vive, vede, ascolta, sospetta spera, sogna cose fuori dell'ordinario; qualcuno che i suoi stessi pensieri colgono di sorpresa, come venissero da fuori, dall'alto, dal basso, allo stesso modo in cui lo colgono gli eventi e i colpi di fulmine che gli sono peculiari; e forse egli stesso è una tempesta che s'avanza gravida di nuovi fulmini; un uomo fatale, intorno al quale c'è sempre qualcosa che borbotta, rimbomba, precipita e s'avventa con sinistro, perturbante accadere. Un filosofo: vale a dire, ahimè, un essere che spesso sfugge a se stesso, spesso ha timore di sè - tuttavia è troppo curioso per non 'tornare' sempre di nuovo a sè...'

martedì 22 giugno 2010

Castrizio e la storia di Reggio

Non è facile fare cultura a Reggio. Anche se sentiamo parlare sempre più spesso di iniziative culturali, di mostre, di meeting o convegni e quant'altro in pochi riescono a suscitare l'interesse delle persone comuni, o dei "non addetti ai lavori". Il prof. Castrizio invece con il romanzo storico "Demetrio il bizantino" prima e con la bella iniziativa de le "Cinque storie reggine" poi è riuscito a coadiuvare la sua passione per la storia con l'amore verso la nostra città, dimostrando come la storia non sia qualcosa di appassito o di inerte.

Nei cinque romanzi in questione (tutti scaricabili gratuitamente dal blog del prof. Castrizio al sito www.reggioneisecoli.blogspot.com) protagonista è la popolazione reggina, con le sue continue sofferenze per le invasioni subìte (dei vandali ne "Il tesoro dei Vandali", dei cartaginesi in "Tris Nika", dei crotoniati ne "La spada di Oreste" e infine dei normanni ne "La croce di Calabria"), ma anche con il suo grandissimo coraggio e forza d'animo che le impedivano di arrendersi senza combattere strenuamente. Quanti di noi oggi difenderebbero la nostra Reggio così come fecero i nostri antenati di fronte ai ripetuti assalti dei Cartaginesi nel 215 a.C.? E quanti sarebbero oggi in grado di reagire ai soprusi dei Normanni per riaffermare la propria cultura ed identità? Eppure di motivi per ribellarci ne avremmo parecchi verso quei politicanti che si vantano delle loro origini celtiche...

Ma la storia che più di tutte mi ha affascinato è stata quella intitolata "Pitagora il bronzista di Reggio", non solo per il contesto della polis reggina ma soprattutto per la ricostruzione della vita di Pitagora, scultore e bronzista reggino vissuto nel V sec. a.C. a cui il prof. Castrizio attribuisce la paternità dei Bronzi di Riace e della Testa del filosofo Pitagora di Samio. Pitagora, dopo l'emigrazione nel Peloponneso, riuscì a costruirsi un illustre fama di scultore e bronzista di figure mitiche e degli atleti vincitori alle gare sacre ad Olympia. Gli Argivi gli proposero allora un ambizioso progetto: la creazione di un gruppo statuario che avrebbe dovuto raffigurare il duello dei fratelli Eteocle e Polinice, narrato nella famosa tragedia di Eschilo dei "Sette contro Tebe". La descrizione che il prof. Castrizio ci fa delle intenzioni dell' artista reggino sfiora la poesia per chi, almeno una volta, si è perso nella contemplazione dei due guerrieri bronzei:

'Pitagora aveva deciso che i due contendenti fossero effigiati in una posa molto simile, per mostrare il loro essere fratelli; Polyneikes, in ossequio al nome che significa "dalle molte contese" ed al suo carattere avrebbe esibito la fredda determinazione che lo aveva spinto a muovere guerra contro la sua stessa patria grazie ad un ghigno sarcastico, mostrando dei denti d' argento nella bocca semichiusa. Eteoklés, invece, sarebbe stato consapevole del destino di morte che gravava su di lui e sul fratello, assumendo un atteggiamento riflessivo, che mal si adatta a chi sta per iniziare un duello all'ultimo sangue e che, perciò, avrebbe colpito chi avesse guardato le statue con un minimo di attenzione'.

I due Bronzi furono l'ultima opera che Pitagora di Reggio portò a compimento. E nella storia di questo grande artista che partì da Rhéghion povero e sconosciuto ma con la speranza di tornare nella sua patria possiamo intravedere il destino, le speranze e l'amore per la propria città di molti reggini costretti ad allontanarsi dalla loro terra. Basta poco, come una semplice lettura di questi splendidi romanzi storici del prof. Castrizio, per far svegliare in noi l'orgoglio per la nostra identità culturale e l'interesse per la storia della nostra città che, come giustamente sottolinea Daniele Castrizio, 'è come una miniera che ancora aspetta di essere valorizzata".

martedì 15 giugno 2010

Adorno e l'impiego musicale della radio

L' estetica musicale e la musicologia sono dei settori della filosofia quanto mai sottovalutati. A farmi dire questo non è solo la grande passione che ho per entrambe (musica e filosofia), ma il significato che il fenomeno musicale ha per la nostra esistenza. 'Senza musica la vita sarebbe un errore' scriveva Nietzsche nel "Crepuscolo degli idoli": come dargli torto?

Ma mettiamo da parte la visione romantica della musica per vedere cosa accade oggi. Nello scritto di Theodor Adorno "Il fido maestro sostituto" un capitolo è riservato all'odierno impiego musicale della radio. Per Adorno la tecnicizzazione a cui la musica è costantemente sottoposta se da un lato ne può incrementare le potenzialità espressive dall' altro 'la mette a disposizione di quella ideologia sociale che si richiama al cliente (cioè alla massa degli ascoltatori) per renderla ancora più flessibile alla volontà di dominio e al conformismo che questa sottintende'. La dimensione più autentica dell'esecuzione musicale è e resterà quella dal vivo: soltanto essa mantiene intatta l'enfaticità e l' auraticità propria di una composizione. Con l' auraticità Adorno si rifà alla definizione di Benjamin che lega indissolubilmente il valore di un'opera d'arte al singolo momento e allo spazio circoscritto in cui essa prende forma. Le conseguenze più importanti della tecnicizzazione e dell'ubiquità della musica contemporanea sono da un lato la perdita dell' aura dell'opera d'arte concepita come qualcosa che sconvolge e sta al di sopra della dimensione quotidiana del tempo, e dall' altro la standardizzazione del fenomeno musicale trasformato in una pallida copia di sè stesso ed in un qualsiasi prodotto commerciale.

Un' altra importante conseguenza della musica trasformata in un'industria produttiva è l' eccesso di produzione che può indurre l'ascoltatore alla saturazione. Si tratta dell'altra faccia della medaglia del progresso tecnico: se da un lato tutti noi siamo pronti a lodare la tecnologia che ci consente di avere in meno di un minuto qualsiasi album da noi desiderato, dall'altro non possiamo negare che tutta questa accessibilità, facilità e ingenuità con cui possiamo disporre della musica ne impedisce un ascolto serio e approfondito. La definizione comune della "musica usa&getta" è quanto mai appropriata.

Colpevolizzare la tecnica di tutto ciò sarebbe un comportamento miope oltre che anacronistico. Secondo Adorno 'la standardizzazione ha la sua causa tecnica nel fatto che il prodotto ripartito tra le masse nasce da una fonte che fornisce a tutti la stessa cosa. Ma ciò che nasce da questo, la virtuale standardizzazione della coscienza, dipende a sua volta dal sistema nel cui ambito vengono propagati gli stimoli standardizzati, dipende dalla potenza di dominio che si cela dietro i mezzi di comunicazione, le condizioni d'ascolto e i comportamenti sedimentati di coloro che accettano tutto questo'. L'opera d'arte riprodotta meccanicamente non è soltanto la negazione dell'opera d'arte auratica intesa come oggetto di culto: l'opera d'arte nega sè stessa, perdendo la propria autonomia e diventando un bene di consumo, manipolato, massificato. Spetta a noi, attraverso un recupero sincero dell' arte autentica e vera, guidato dalla filosofia storica dell'arte, restituire alla musica la sua originaria estaticità e la sua autonomia da qualsiasi ideologia e interessi vigenti.

lunedì 7 giugno 2010

Marcuse e le nuove forme di controllo

Quotidianamente, sfogliando un giornale o accendendo la tv, veniamo assediati dalle stesse notizie. Siamo letteralmente assuefatti a furia di sentire parlare di crisi economiche e politiche, guerre, disastri ambientali da non farci più caso. Qualche risposta sul perchè di ciò l'ho trovata nel testo di Herbert Marcuse, "L'uomo a una dimensione", che ovviamente vi consiglio.

Per Marcuse la nostra società è irrazionale non soltanto per i mali e le contraddizioni che la pervadono, ma soprattutto per quella subdola, confortevole e democratica "non-libertà" che ci offre. Così scrive Marcuse: 'L'indipendenza del pensiero, l'autonomia e il diritto alla opposizione politica sono private della loro fondamentale funzione critica in una società che pare sempre meglio capace di soddisfare i bisogni degli individui grazie al modo in cui è organizzata'. In questo senso è venuta meno soprattutto la funzione critico-negativa del pensiero filosofico che, lungi dall'essere una cura superficiale delle contraddizioni della società, per la sua essenza deve contestarla, mettendo in evidenza sia i mali che hanno attecchito alle sue radici, sia le possibilità concrete di un suo miglioramento. Secondo Marcuse, le potenzialità offerteci dalla tecnica potrebbero realizzare "uno dei più grandi successi della civilità": liberare l'uomo da ciò che domina su di esso e ne determina l'intera esistenza, ovvero dalla quotidiana lotta economica per la vita, da una politica su cui non ha alcun controllo effettivo, dalla comunicazione e dall'indottrinamento di massa.

Marcuse ammette l'irrealizzabilità di questo progetto ma, se riuscissimo a vedere da un'altra prospettiva la nostra esistenza potremmo renderci conto che la maggior parte dei nostri bisogni e delle nostre aspirazioni sono "falsi". 'I bisogni falsi -scrive Marcuse- sono quelli che vengono sovrimposti all'individuo da parte di interessi sociali particolari cui preme la sua repressione: sono i bisogni che perpetuano la fatica, l'aggressività, la miseria e l'ingiustizia. La maggior parte dei bisogni che oggi prevalgono, il bisogno di rilassarsi, di divertirsi, di comportarsi e di consumare in accordo con gli annunci pubblicitari, di amare e odiare ciò che altri amano e odiano, appartengono a questa categoria di falsi bisogni'. Ma in cosa consistono i bisogni veri?

Per Marcuse sono quei bisogni che l'individuo può scegliere veramente in maniera autonoma, ovvero solo se e quando è libero di decidere. Infatti la caratteristica essenziale della società industriale è il modo con cui riesce a soffocare i bisogni autentici degli individui, mentre nel contempo alimenta e consolida il suo dominio instillando dei modelli e dei bisogni socialmente utili ('il bisogno ossessivo di produrre e consumare fino allo spreco, il bisogno di lavorare sino all'istupidimento, il bisogno di mantenere libertà ingannevoli come la libera concorrenza, una stampa libera che si censura da sola, la scelta libera tra marche e aggeggi vari'). L'individuo è talmente preso dal meccanismo sociale in cui è inserito da non rendersi conto della manipolazione a cui è sottoposto; egli è in completa mimesi con la sua società e perde così l'unica possibilità di opporsi a ciò che lo sovrasta, ovvero il pensiero, la dimensione "interiore" della mente.

Questo pensiero a una dimensione è ovviamente portato avanti con ogni sforzo dai politici e dai potenti, gli stessi che danno il lavoro e che "informano" il popolo attraverso i mass-media, col preciso scopo di far sembrare qualsiasi ostacolo passeggero, di darle l'impressione che tutto può cambiare quando invece niente deve cambiare. I mezzi per controllare e per contenere le forze della società che potrebbero ribellarsi sono, come abbiamo già detto, i bisogni e le aspirazioni degli individui. Più la società industriale riesce a far proprie la scienza e la tecnologia tanto più questa sarà in grado di sfruttare l'uomo e le risorse della natura per i suoi scopi. E quando la dominazione assume 'le sembianze dell'opulenza e della libertà essa si estende a tutte le sfere dell'esistenza privata e pubblica, assorbendo in sè ogni alternativa'.

Concludo citando il soggetto individuato da Marcuse per fare da traino per il superamento di questa società a una dimensione, ovvero ciò che sta 'al di sotto della base popolare conservatrice: il sostrato dei reietti e degli stranieri, degli sfruttati e dei perseguitati, dei disoccupati e degli inabili. La loro presenza prova quanto sia immediato il bisogno di porre fine a condizioni ed istituzioni intollerabili. La loro opposizione colpisce il sistema dal di fuori; è una forza elementare che viola le regole del gioco, e così facendo mostra che è un gioco truccato. Il fatto che essi incomincino a rifiutare di prendere parte al gioco può segnare l'inizio della fine di un periodo'.

lunedì 31 maggio 2010

Dennis Hopper: Easy rider, libertà e paura

"Easy rider" non è solo un film. E' il simbolo di un periodo storico e del movimento hippy che ha ampiamente influenzato quello che siamo oggi. Come giustamente sottolinea Mikal Gilmore dalle pagine di "Rolling Stone" ciò che successe intorno al 1967 è ancora con noi, che ci piaccia o meno. Molto è stato assimilato (la libertà sessuale, la tolleranza verso i cambiamenti nelle convinzioni politiche, la promozione della libertà individuale), tuttavia 'gran parte della nostra storia è stata una reazione, uno sforzo per respingere gli spiriti della trasformazione e della resistenza a quel periodo, per essere certi che nulla di simile possa succedere di nuovo'. Questa premessa di carattere storico era doverosa per contestualizzare al meglio "Easy rider" e per mettere in risalto cosa rappresenta.

Tutto inizia con Billy (Dennis Hopper) e Wyatt (Peter Fonda) che fanno da corrieri della droga per un giovane "altolocato". Il ricavato dell'operazione ha un'unica destinazione: partire, andare lontano, rigorosamente in sella a due chopper. Dopo il simbolico gesto di rottura di Wyatt che scaglia l'orologio il viaggio inizia. Più che la trama a rivelarci il senso del film sono gli incontri che i due protagonisti fanno durante il loro viaggio. Il primo è quello con l'hippy che chiede loro un passaggio per ritornare alla sua comunità. Qui possiamo toccare con mano gli ideali della controcultura del '67: la condivisione, l'amore privo dei vincoli e delle costrizioni sociali, il ritorno alla natura, la droga come fattore unificante ("Quando sarai nel posto giusto con le persone giuste dividetevi questo" dice l'hippy a Wyatt mentre gli dà un acido), la speranza dei giovani di migliorare una società opposta ai loro valori e che li isola ai suoi margini (gli hippy vivono nel deserto e cercano disperatamente di coltivare qualcosa per sopravvivere).

Il ritorno alla "realtà" è brusco sia paesaggisticamente (il passaggio dalle sterminate pianure del deserto alla città) che metaforicamente: Billy e Wyatt vengono arrestati per aver preso parte alla sfilata di una banda in una piccola cittadina. In carcere però fanno una nuova conoscenza con George Hanson (Jack Nicholson). Dopo i primi screzi superficiali (George è un avvocato finito dentro per aver alzato un pò troppo il gomito), fra i tre nasce una sincera amicizia e decidono di partire assieme alla volta di New Orleans in occasione del Martedì grasso.

Il loro progetto però è destinato a infrangersi contro l'intolleranza e la chiusura mentale della cultura conservatrice americana piccolo-borghese. La scena del caffè, gli insulti che i giovani si prendono dallo sceriffo e da altri paesanotti ("Che sono, delle scimmie?";"Facciamoli accoppiare con una battona negra! No, sarebbe troppo per loro") e l'assalto notturno che costerà la vita a George fotografano con crudezza lo scontro fra due generazioni diverse: i genitori che erano convinti che i loro figli avrebbero affermato l'universale valore americano della ricchezza e che avrebbero scongiurato la minaccia comunista anche con la vita (guerra del Vietnam) ed i figli che aveano programmi differenti. Sarà lo stesso George a dire: "Non hanno paura di voi, ma di quello che rappresentate: la libertà".

Dopo la tragica morte del loro amico Billy e Wyatt decidono di raggiungere lo stesso la loro destinazione. Arrivati a New Orleans passeggiano per le vie della città in festa accompagnati da due prostitute e dopo aver preso l'acido in un cimitero iniziano ad avere delle enigmatiche visioni. Alcune di esse riguardano la paura della morte, di quella morte da cui quotidianamente cerchiamo di fuggire perdendoci nelle nostre preoccupazioni. Altre visioni, accompagnate da preghiere, lamenti e da un profondo senso di smarrimento spirituale ed esistenziale, mettono in risalto la totale mancanza di punti di riferimento nella nostra vita (nessuna certezza ci è data, nè la religione, nè la ragione e neanche la ricchezza possono dare al nostro smarrimento alcun conforto).

Arriviamo così al tragico finale: l' uccisione di Billy e "Capitan America" per opera di altri due bifolchi simboleggia il duro scontro e l'inevitabile fallimento della cultura hippy contro una realtà che andava verso una direzione completamente opposta.

In memoria di Dennis Hopper (1936 - 2010)