Esco di casa alle nove e un quarto. Dovrei essere all'università alle nove e mezza. "Pazienza - dico tra me e me - farò dieci minuti di ritardo". Salgo sull'autobus. Dopo qualche minuto si capisce che qualcosa non va: una coda disumana si snoda su tutto il Ponte della Libertà. Si sparge la notizia sull'autobus: "C'è un corteo di operai che hanno bloccato il traffico per difendere il loro posto di lavoro" (di questi tempi, niente di nuovo sotto il sole). Preoccupazione, sdegno, insofferenza si impadroniscono delle persone a bordo del mezzo pubblico: chi si lamenta, chi telefona al capo, chi ne approfitta per recuperare un pò di sonno, chi impreca senza troppi complimenti. E anch'io inizio a pensare al mio ritardo che è aumentato almeno di un'ora. Allora, per distrarmi un pò e per ammazzare il tempo inizio a leggere i Pensieri di Marco Aurelio.
Il tempo della vita umana è un punto, la sua sostanza flusso, la sensazione è oscura, l'intero composto fisico facile a corrompersi, l'anima erramento, la sorte realtà indecifrabile, la fama incerta; per dire in breve, tutto quanto attiene al corpo è fiume, quanto riguarda l'anima è sogno e vanagloria, e la vita guerra e viaggio di uno straniero, oblio la fama presso i posteri. Che cosa, dunque, può accompagnarci nel vivere? Una sola ed unica realtà: la filosofia. E questa consiste nel conservare il dèmone interiore [felicità in greco = eudaimonia, 'spirito buono'] al riparo da violenza e danno, più forte di piaceri e dolori, tale da non fare alcunchè in modo capriccioso o seguendo menzogna e ipocrisia o non faccia qualcosa; e, ancora, capace di accogliere quel che avviene ed è assegnato come proveniente da quello stesso luogo da cui anch'egli è venuto e sopratutto capace di attendere la morte con lieto pensiero. Perchè essa avviene secondo natura e niente che avvenga secondo natura è male. (II, 17)
Non agire controvoglia, nè contro il bene pubblico, nè senza ponderazione nè in modo titubante; e neppure orna l'intelletto con ricercata eleganza; non essere verboso nè troppo affaccendato. Serena luminosità dentro e nessun bisogno dall'esterno del soccorso e della tranquillità che altri possono dare. Diritti bisogna stare, non tenuti diritti. (III, 5)
Cercano per sè dei ritiri in campagna, sulle rive del mare, sui monti; anche tu sei solito desiderare fortemente siffatti luoghi. Ma tutto è quanto mai stupido, perchè ti è lecito, in qualunque momento lo desideri, ritirarti in te stesso. E in nessun luogo un uomo si può ritirare più tranquillamente e con meno problemi che nella sua anima, soprattutto chi ha dentro di sè tali valori che, piegatosi a contemplarli, subito si trova pienamente a suo agio; e parlando di agio nient'altro voglio significare se non uno stadio di ordine e decoro. [...] Infine, ricordati di ritirarti in questo campicello che ti appartiene e, prima di ogni cosa, non tormentarti, non crearti tensioni, sii libero e guarda alle cose come un vivente mortale.(IV, 3)
Fà poche cose se hai l'intenzione di ottenere la tranquillità. Non è meglio fare le cose necessarie e quante richiede la ragione del vivente? Ciò non solo produce la tranquillità che viene dal fare nobilmente, ma anche quella che viene dal fare poche cose. Se infatti si togliessero di mezzo la maggior parte delle cose che diciamo e facciamo, che non sono necessarie, si avrebbero più agio e tempo e si sarebbe meno perturbati. E bisogna togliere di mezzo non solo le azioni non necessarie, ma anche le rappresentazioni; perchè così neppure azioni superflue conseguiranno. (IV, 24)
Un fiume di accadimenti e un flusso impetuoso è il tempo: ciascuna cosa, non appena è vista, già è trascinata via, e un'altra viene trasportata che, a sua volta, è destinata a essere portata via. (IV, 43)
Sii simile a un promontorio, contro di cui di continuo si spezzano le onde. Quello sta eretto e attorno ad esso s'assopiscono i marosi bollenti. "Come sono infelice, perchè mi è capitato questo". No, al contrario: "Come sono felice, perchè, capitatomi questo, continuo a non provare afflizione, nè spezzato dal presente, nè terrorizzato dal futuro". Ricorda, in ogni circostanza che ti spinga a provare angustia, di avvalerti di questo principio, per cui non è questa una sventura, ma, al contrario, è buona ventura il saper sopportare la circostanza con nobiltà. (IV, 49)
Le cose di per sè non toccano per niente l'anima nè hanno accesso all'anima nè possono muoverla o scuoterla; essa sola si muove e scuote e plasma gli eventi esterni in rapporto a sè conformemente ai giudizi di valore che si reputa degna di esprimere su di loro. (V, 19)
D'un colpo, le porte si aprono. Siamo arrivati: la quotidianità ci reclama. Peccato, avrei voluto che quella corsa non finisse più.
mercoledì 16 febbraio 2011
venerdì 4 febbraio 2011
Pensieri in viaggio
Come alcuni di voi sapranno, sono da poco emigrato in terra veneta per motivi di studio. Anche se si tratterà (credo) di un soggiorno temporaneo, è pur sempre una bella 'botta' per chi, come me, aveva trascorso tutti gli anni della sua vita nella propria città natale, accompagnato dalle persone più care. Come al solito, non ho potuto fare a meno di trarre uno spunto di riflessione da ciò che sto vivendo per cercare un raffronto e, perchè no, qualche consiglio utile da qualcuno dei miei venerati filosofi che, nel nostro consueto appuntamento, vi propongo.
La cosa che più di tutte mi ha impressionato prima della partenza è stata leggere negli occhi dei miei familiari e dei miei inseparabili amici un profondo senso di tristezza. Dico tristezza piuttosto che dispiacere empatico perchè, mentre quest'ultimo rimanda più ad una compassione verso l'altro destinata a fermarsi ad un livello superficiale, ciò che in loro traspariva era qualcosa di più intimo, proprio come una 'egostica' perdita di una parte di loro stessi. Ed è stato proprio questo ad avermi colpito: rendermi conto di quanto la nostra esistenza possa essere condizionata e legarsi a ciò che le è esterno, al punto tale da aver paura di privarsene come se si venisse amputati di un pezzo di sè stessi, nonostante l'impossibilità strutturale di 'impadronirci' dell'altro sia evidente. Ma lasciamo ora che sia qualcun altro a parlarci della tristezza.
"La tristezza non è mai uno straripamento, ma uno stato che si spegne e muore. Ciò che la caratterizza in modo estremamente significativo è la frequenza del suo insorgere dopo i supremi appagamenti e compimenti vitali. Perchè essa fa seguito all'atto sessuale, perchè si è tristi dopo una sbornia formidabile o un eccesso dionisiaco, perchè le grandi gioie sono foriere di tristezza? Perchè di tutto lo slancio consumato in questi eccessi restano solo il sentimento dell'irreparabile e il senso di perdita e abbandono, contrassegnati da una fortissima intensità negativa. La tristezza insorge ogni volta che la vita si dissipa. La sua intensità eguaglia l'entità delle perdite subìte.
[...] La vita non è che una prolungata agonia. E la tristezza mi sembra rispecchi qualcosa di questa agonia. Il contrarsi del volto che essa provoca non ne è un riflesso? Il viso di chi è colpito da un'intensa tristezza mostra dei segni che sembrano scavare nell'essenza stessa dell'essere. Nella tristezza il volto emana una tale interiorità che il visibile apre una porta sull'anima. (Fenomeno che si manifesta anche nelle grandi gioie)" (E.M. Cioran, Al culmine della disperazione par. 53)
Già, le grandi gioie. Confesso di averne vissute parecchie, la maggior parte coi miei 'sgangherati' amici. Penso spesso a loro in questi giorni: alle cavolate fatte assieme, a come sia cambiato tutto nella nostra vita tranne la certezza di poter contare l'uno su l'altro e, soprattutto, a quante piccole cose ci meriteremmo di più e di cui, putroppo, ce ne siamo dovuti privare. Per questo voglio dedicare loro, a mò di esortazione fraterna, questi accorati versi per cercare di vivere, il più possibile, senza rimpianti.
"Che cosa è mai decisione? La scelta; no, scegliere riguarda sempre qualcosa che è già dato prima, qualcosa che si può prendere o respingere. De-cisione significa qui fondare e creare, avere a disposizione, rinunciare o perdere, prima e al di là di sè. Chi decide? Ognuno, anche senza prendere alcuna decisione e senza volerne sapere, eludendo la preparazione. Di che cosa si decide? Di noi stessi? Noi chi? Ma perchè si devono prendere decisioni? Che cos'è decisione? La necessaria forma di attuazione della libertà. Decisione, in quanto atto dell'uomo, vista come un processo, nelle sue conseguenze.
[...] Solo ciò che è vissuto e che si può vivere come un'esperienza, ciò che pro-rompe nell'orizzonte del vivere esperienze, ciò che l'uomo è capace di portare a sè e di fronte a sè, può valere". (M. Heidegger, Contributi alla filosofia par. 46 e 63)
E, last but not least, un ringraziamento va ai miei genitori per avermi regalato questa straordinaria occasione nonostante i mille sacrifici che un pò tutti noi poveri stronzi dobbiamo sobbarcarci in un periodo come questo, oltre ad avermi fatto diventare ciò che sono. Sarei però un ingrato, dopo tutta questa smielata prosopopea, se non ringraziassi anche tutti voi frequentatori di questo blog che, piano piano, va avanti, sempre consapevole delle tante, tantissime cose di cui mi piacerebbe parlarvi.
Infine, tornando sulle sofferenze e sui sacrifici inevitabili, forse possiamo vedere le cose sotto un'altra luce, quantomeno per non piangerci solo addosso...
"Così come oggi siamo, possiamo sopportare un buon numero d'afflizioni, e il nostro stomaco è attrezzato al cibo pesante. Forse, senza di esse, troveremmo scipito il banchetto della vita; e senza la buona volontà del dolore, dovremmo lasciarci sfuggire fin troppe gioie." (F. Nietzsche, Il coraggio di soffrire par.354 in Aurora).
La cosa che più di tutte mi ha impressionato prima della partenza è stata leggere negli occhi dei miei familiari e dei miei inseparabili amici un profondo senso di tristezza. Dico tristezza piuttosto che dispiacere empatico perchè, mentre quest'ultimo rimanda più ad una compassione verso l'altro destinata a fermarsi ad un livello superficiale, ciò che in loro traspariva era qualcosa di più intimo, proprio come una 'egostica' perdita di una parte di loro stessi. Ed è stato proprio questo ad avermi colpito: rendermi conto di quanto la nostra esistenza possa essere condizionata e legarsi a ciò che le è esterno, al punto tale da aver paura di privarsene come se si venisse amputati di un pezzo di sè stessi, nonostante l'impossibilità strutturale di 'impadronirci' dell'altro sia evidente. Ma lasciamo ora che sia qualcun altro a parlarci della tristezza.
"La tristezza non è mai uno straripamento, ma uno stato che si spegne e muore. Ciò che la caratterizza in modo estremamente significativo è la frequenza del suo insorgere dopo i supremi appagamenti e compimenti vitali. Perchè essa fa seguito all'atto sessuale, perchè si è tristi dopo una sbornia formidabile o un eccesso dionisiaco, perchè le grandi gioie sono foriere di tristezza? Perchè di tutto lo slancio consumato in questi eccessi restano solo il sentimento dell'irreparabile e il senso di perdita e abbandono, contrassegnati da una fortissima intensità negativa. La tristezza insorge ogni volta che la vita si dissipa. La sua intensità eguaglia l'entità delle perdite subìte.
[...] La vita non è che una prolungata agonia. E la tristezza mi sembra rispecchi qualcosa di questa agonia. Il contrarsi del volto che essa provoca non ne è un riflesso? Il viso di chi è colpito da un'intensa tristezza mostra dei segni che sembrano scavare nell'essenza stessa dell'essere. Nella tristezza il volto emana una tale interiorità che il visibile apre una porta sull'anima. (Fenomeno che si manifesta anche nelle grandi gioie)" (E.M. Cioran, Al culmine della disperazione par. 53)
Già, le grandi gioie. Confesso di averne vissute parecchie, la maggior parte coi miei 'sgangherati' amici. Penso spesso a loro in questi giorni: alle cavolate fatte assieme, a come sia cambiato tutto nella nostra vita tranne la certezza di poter contare l'uno su l'altro e, soprattutto, a quante piccole cose ci meriteremmo di più e di cui, putroppo, ce ne siamo dovuti privare. Per questo voglio dedicare loro, a mò di esortazione fraterna, questi accorati versi per cercare di vivere, il più possibile, senza rimpianti.
"Che cosa è mai decisione? La scelta; no, scegliere riguarda sempre qualcosa che è già dato prima, qualcosa che si può prendere o respingere. De-cisione significa qui fondare e creare, avere a disposizione, rinunciare o perdere, prima e al di là di sè. Chi decide? Ognuno, anche senza prendere alcuna decisione e senza volerne sapere, eludendo la preparazione. Di che cosa si decide? Di noi stessi? Noi chi? Ma perchè si devono prendere decisioni? Che cos'è decisione? La necessaria forma di attuazione della libertà. Decisione, in quanto atto dell'uomo, vista come un processo, nelle sue conseguenze.
[...] Solo ciò che è vissuto e che si può vivere come un'esperienza, ciò che pro-rompe nell'orizzonte del vivere esperienze, ciò che l'uomo è capace di portare a sè e di fronte a sè, può valere". (M. Heidegger, Contributi alla filosofia par. 46 e 63)
E, last but not least, un ringraziamento va ai miei genitori per avermi regalato questa straordinaria occasione nonostante i mille sacrifici che un pò tutti noi poveri stronzi dobbiamo sobbarcarci in un periodo come questo, oltre ad avermi fatto diventare ciò che sono. Sarei però un ingrato, dopo tutta questa smielata prosopopea, se non ringraziassi anche tutti voi frequentatori di questo blog che, piano piano, va avanti, sempre consapevole delle tante, tantissime cose di cui mi piacerebbe parlarvi.
Infine, tornando sulle sofferenze e sui sacrifici inevitabili, forse possiamo vedere le cose sotto un'altra luce, quantomeno per non piangerci solo addosso...
"Così come oggi siamo, possiamo sopportare un buon numero d'afflizioni, e il nostro stomaco è attrezzato al cibo pesante. Forse, senza di esse, troveremmo scipito il banchetto della vita; e senza la buona volontà del dolore, dovremmo lasciarci sfuggire fin troppe gioie." (F. Nietzsche, Il coraggio di soffrire par.354 in Aurora).
martedì 25 gennaio 2011
Tra sesso e castità
Per Liberareggio.org
Le "piccanti" gesta del nostro Presidente del Consiglio sono, come ben sapete, tornate alla ribalta della gogna mediatica. Periodicamente abituati a sorbirci simili chiacchiere e scontri politico-ideologico-erotici, ormai non ce la facciamo neanche ad indignarci più di tanto. Ma l'argomento su cui volevo incentrare quest'intervento non riguarda i più squallidi dettagli su come e quante volte B. abbia consumato con le varie Ruby "rubacuori". Ciò che mi preme analizzare è l'insopportabile ipocrisia e bigottismo di quei tanti moralizzatori che, se solo avessero un quarto di soldi, potere e privilegi di cui gode B. chissà cosa combinerebbero.
Sia chiaro: con questo non intendo minimamente giustificare i comportamenti di un settantacinquenne (il quale per la posizione da lui ricoperta è ingiustificabile, per non dire di peggio) che, molto probabilmente, se la fa con le minorenni; piuttosto sarebbe utile cominciare a scalfire quell'insopportabile ghigliottina che incombe sulla sessualità confenzionataci da quel mix di bigottismo, finto perbenismo e clericalismo che tanti danni continua a procurare alla nostra civiltà (e la recente condanna dell'educazione sessuale da parte del Papa, del tutto cieco nei confronti di un problema serissimo chiamato AIDS, la dice lunga a riguardo).
Ma cos'è davvero per noi questa benedetta (o maledetta) sessualità? Quali sono le radici storiche che ci hanno portato allo stato attuale di cose, ovvero di repressioni che, inevitabilmente, portano con sé trasgressioni, eccessi, nevrosi e malattie? Perché non riusciamo a svincolarci definitivamente dalle grinfie della condanna clericale della sessualità responsabile, a mio avviso, proprio di quegli stessi problemi che si vorrebbero risolvere rifiutandoli, espungendoli come se nulla fosse? Per tentare di rispondere a simili domande vi propongo alcuni stralci di un saggio, intitolato “Il rifiuto del piacere”, di uno dei massimi storici del Medioevo, Jacques Le Goff.
Per opinione comune la tarda Antichità segna una svolta fondamentale nel modo di concepire e di praticare la sessualità in Occidente. Mentre nell'Antichità greco-latina la sessualità e il piacere carnale erano considerati valori positivi e dappertutto regnava una grande libertà sessuale, vediamo in seguito subentrare una condanna generalizzata della sessualità e una rigida regolamentazione del modo di esercitarla. Fattore principale di tale ribaltamento è il cristianesimo.
[…] Con l'avvento del cristianesimo, una delle prime novità consiste nel collegamento fra la carne e il peccato. Non che l'espressione “peccato carnale” sia frequente nel Medioevo; ma è già visibile il processo che porterà durante l'intero Medioevo, mediante uno slittamento di significati, a servirsi dell'autorità suprema, la Bibbia, per giustificare la repressione della maggior parte delle pratiche sessuali. L'eredità biblica non aveva lasciato alla dottrina cristiana un pesante bagaglio di repressione sessuale. L'Antico Testamento, spesso indulgente sotto questo aspetto, aveva concentrato la repressione della sessualità nei divieti rituali enumerati nel Levitico (15 e 18). Nel Nuovo Testamento i Vangeli sono molto discreti sulla sessualità. Fanno l'elogio del matrimonio, purché sia monogamico e indissolubile. La carne non è assimilata a un'attività sessuale peccaminosa: essa in fondo designa soltanto, come dice il Vangelo di Giovanni, la natura umana. Per Paolo, l'appello alla verginità e alla continenza si fonda sul rispetto del corpo umano. Nel Medioevo, invece, la demonizzazione della carne e del corpo, assimilati a luoghi di depravazione, al centro della produzione del peccato, toglierà al corpo ogni dignità.
[...] Fra il tempo dei Vangeli e il trionfo del cristianesimo (secolo IV), due serie di avvenimenti assicurano il successo della nuova etica sessuale: sul piano teorico, la diffusione dei nuovi concetti di carne, fornicazione, concupiscenza, e la sessualizzazione del peccato originale; sul piano pratico, l'apparizione di uno status virginale fra i cristiani e la realizzazione dell'ideale di castità nel monachesimo. Per quanto riguarda il concetto di carne l'essenziale consiste nell'inasprimento della contrapposizione carne/spirito, che porta verso la nozione di carne debole, corruttibile, e del significato di carnale verso quello di sessuale.
Ma più importante è la lunga evoluzione che condurrà ad assimilare il peccato originale al peccato carnale. Nella Genesi il peccato originale è un peccato dello spirito, che consiste nel concepire l'appetito della conoscenza e nel disubbidire a Dio. Clemente di Alessandria è il primo ad accostare il peccato originale all'atto sessuale; ma fu Agostino a collegare definitivamente il peccato originale con la sessualità, attraverso la concupiscenza. A partire dai figli di Adamo ed Eva il peccato originale viene trasmesso all'uomo mediante l'atto sessuale. Tale concezione diverrà generale durante il secolo XII: nella volgarizzazione operata dalla maggioranza dei predicatori, dei confessori e degli autori di trattati morali, questo slittamento arriverà fino all'assimilazione del peccato originale al peccato carnale. L'umanità è stata generata nella colpa, insita in ogni accoppiamento a causa della concupiscenza che inevitabilmente vi si manifesta.
[…] La nuova etica sessuale è, in definitiva, solo la forma più diffusa e spettacolare di un tema storico che il cristianesimo ha ripreso per farlo pesare sull’Occidente: il rifiuto del piacere. […] Il Medioevo (dobbiamo forse vedervi un segno di ‘imbarbarimento’?) ha sempre più nella mira i peccati della carne, li stringe in una rete sempre più fitta di definizioni, divieti e sanzioni. Per correggerli, alcuni esponenti della Chiesa redigono i penitenziali, elenchi di peccati e penitenze in cui aleggia lo spirito dei codici barbarici. I peccati carnali vi occupano il posto di gran lunga maggiore, rispecchiando così gli ideali e i fantasmi dei militanti monastici. Disprezzo del mondo, umiliazione della carne: il modello monastico ha decisamente pesato assai sui costumi e sulle mentalità dell’Occidente.
[…] Anche nella sfera della sessualità è evidente il manifestarsi – almeno agli occhi della Chiesa – di una separazione sociale e culturale fra chierici e laici (nobiltà compresa) da un lato, e fra i due ordini dei chierici e dei cavalieri e quello dei lavoratori – soprattutto contadini – dall’altro. Il disprezzo per i villani [che legittima il dominio “ammantato” dalla promessa della salvezza spirituale] trova dunque alimento anche nel sesso. Sono due le credenze che si diffonderanno durante il Medioevo. Anzitutto la malattia ossessionante e colpevolizzante, la malattia-assillo (come sarà la peste alla metà del secolo XIV), la lebbra, trova la sua origine nella sessualità colpevole. E poi c’è questa fissazione dell’eccesso di spudoratezza sessuale nel mondo degli illitterati, dei poveri, dei contadini. Non è un caso che il servaggio esprima le conseguenze del peccato originale nella società cristiana medievale. Più di ogni altro schiavi della carne, i servi meritano di essere anche schiavi dei signori. Quale miglior barriera poteva essere istituita fra chierici e laici di quella della sessualità? Ai laici il matrimonio e la lussuria, ai chierici la verginità, il celibato e la continenza. Un muro separa la purezza dall’impurità. In una simile deformazione, la parte dominata della società viene presentata come la parte dei deboli, degli abulici, senza ragione, ma anche senza volontà. In quel mondo di guerrieri i villani sono quasi animali, giocattoli alla mercé di cattivi desideri.
Le "piccanti" gesta del nostro Presidente del Consiglio sono, come ben sapete, tornate alla ribalta della gogna mediatica. Periodicamente abituati a sorbirci simili chiacchiere e scontri politico-ideologico-erotici, ormai non ce la facciamo neanche ad indignarci più di tanto. Ma l'argomento su cui volevo incentrare quest'intervento non riguarda i più squallidi dettagli su come e quante volte B. abbia consumato con le varie Ruby "rubacuori". Ciò che mi preme analizzare è l'insopportabile ipocrisia e bigottismo di quei tanti moralizzatori che, se solo avessero un quarto di soldi, potere e privilegi di cui gode B. chissà cosa combinerebbero.
Sia chiaro: con questo non intendo minimamente giustificare i comportamenti di un settantacinquenne (il quale per la posizione da lui ricoperta è ingiustificabile, per non dire di peggio) che, molto probabilmente, se la fa con le minorenni; piuttosto sarebbe utile cominciare a scalfire quell'insopportabile ghigliottina che incombe sulla sessualità confenzionataci da quel mix di bigottismo, finto perbenismo e clericalismo che tanti danni continua a procurare alla nostra civiltà (e la recente condanna dell'educazione sessuale da parte del Papa, del tutto cieco nei confronti di un problema serissimo chiamato AIDS, la dice lunga a riguardo).
Ma cos'è davvero per noi questa benedetta (o maledetta) sessualità? Quali sono le radici storiche che ci hanno portato allo stato attuale di cose, ovvero di repressioni che, inevitabilmente, portano con sé trasgressioni, eccessi, nevrosi e malattie? Perché non riusciamo a svincolarci definitivamente dalle grinfie della condanna clericale della sessualità responsabile, a mio avviso, proprio di quegli stessi problemi che si vorrebbero risolvere rifiutandoli, espungendoli come se nulla fosse? Per tentare di rispondere a simili domande vi propongo alcuni stralci di un saggio, intitolato “Il rifiuto del piacere”, di uno dei massimi storici del Medioevo, Jacques Le Goff.
Per opinione comune la tarda Antichità segna una svolta fondamentale nel modo di concepire e di praticare la sessualità in Occidente. Mentre nell'Antichità greco-latina la sessualità e il piacere carnale erano considerati valori positivi e dappertutto regnava una grande libertà sessuale, vediamo in seguito subentrare una condanna generalizzata della sessualità e una rigida regolamentazione del modo di esercitarla. Fattore principale di tale ribaltamento è il cristianesimo.
[…] Con l'avvento del cristianesimo, una delle prime novità consiste nel collegamento fra la carne e il peccato. Non che l'espressione “peccato carnale” sia frequente nel Medioevo; ma è già visibile il processo che porterà durante l'intero Medioevo, mediante uno slittamento di significati, a servirsi dell'autorità suprema, la Bibbia, per giustificare la repressione della maggior parte delle pratiche sessuali. L'eredità biblica non aveva lasciato alla dottrina cristiana un pesante bagaglio di repressione sessuale. L'Antico Testamento, spesso indulgente sotto questo aspetto, aveva concentrato la repressione della sessualità nei divieti rituali enumerati nel Levitico (15 e 18). Nel Nuovo Testamento i Vangeli sono molto discreti sulla sessualità. Fanno l'elogio del matrimonio, purché sia monogamico e indissolubile. La carne non è assimilata a un'attività sessuale peccaminosa: essa in fondo designa soltanto, come dice il Vangelo di Giovanni, la natura umana. Per Paolo, l'appello alla verginità e alla continenza si fonda sul rispetto del corpo umano. Nel Medioevo, invece, la demonizzazione della carne e del corpo, assimilati a luoghi di depravazione, al centro della produzione del peccato, toglierà al corpo ogni dignità.
[...] Fra il tempo dei Vangeli e il trionfo del cristianesimo (secolo IV), due serie di avvenimenti assicurano il successo della nuova etica sessuale: sul piano teorico, la diffusione dei nuovi concetti di carne, fornicazione, concupiscenza, e la sessualizzazione del peccato originale; sul piano pratico, l'apparizione di uno status virginale fra i cristiani e la realizzazione dell'ideale di castità nel monachesimo. Per quanto riguarda il concetto di carne l'essenziale consiste nell'inasprimento della contrapposizione carne/spirito, che porta verso la nozione di carne debole, corruttibile, e del significato di carnale verso quello di sessuale.
Ma più importante è la lunga evoluzione che condurrà ad assimilare il peccato originale al peccato carnale. Nella Genesi il peccato originale è un peccato dello spirito, che consiste nel concepire l'appetito della conoscenza e nel disubbidire a Dio. Clemente di Alessandria è il primo ad accostare il peccato originale all'atto sessuale; ma fu Agostino a collegare definitivamente il peccato originale con la sessualità, attraverso la concupiscenza. A partire dai figli di Adamo ed Eva il peccato originale viene trasmesso all'uomo mediante l'atto sessuale. Tale concezione diverrà generale durante il secolo XII: nella volgarizzazione operata dalla maggioranza dei predicatori, dei confessori e degli autori di trattati morali, questo slittamento arriverà fino all'assimilazione del peccato originale al peccato carnale. L'umanità è stata generata nella colpa, insita in ogni accoppiamento a causa della concupiscenza che inevitabilmente vi si manifesta.
[…] La nuova etica sessuale è, in definitiva, solo la forma più diffusa e spettacolare di un tema storico che il cristianesimo ha ripreso per farlo pesare sull’Occidente: il rifiuto del piacere. […] Il Medioevo (dobbiamo forse vedervi un segno di ‘imbarbarimento’?) ha sempre più nella mira i peccati della carne, li stringe in una rete sempre più fitta di definizioni, divieti e sanzioni. Per correggerli, alcuni esponenti della Chiesa redigono i penitenziali, elenchi di peccati e penitenze in cui aleggia lo spirito dei codici barbarici. I peccati carnali vi occupano il posto di gran lunga maggiore, rispecchiando così gli ideali e i fantasmi dei militanti monastici. Disprezzo del mondo, umiliazione della carne: il modello monastico ha decisamente pesato assai sui costumi e sulle mentalità dell’Occidente.
[…] Anche nella sfera della sessualità è evidente il manifestarsi – almeno agli occhi della Chiesa – di una separazione sociale e culturale fra chierici e laici (nobiltà compresa) da un lato, e fra i due ordini dei chierici e dei cavalieri e quello dei lavoratori – soprattutto contadini – dall’altro. Il disprezzo per i villani [che legittima il dominio “ammantato” dalla promessa della salvezza spirituale] trova dunque alimento anche nel sesso. Sono due le credenze che si diffonderanno durante il Medioevo. Anzitutto la malattia ossessionante e colpevolizzante, la malattia-assillo (come sarà la peste alla metà del secolo XIV), la lebbra, trova la sua origine nella sessualità colpevole. E poi c’è questa fissazione dell’eccesso di spudoratezza sessuale nel mondo degli illitterati, dei poveri, dei contadini. Non è un caso che il servaggio esprima le conseguenze del peccato originale nella società cristiana medievale. Più di ogni altro schiavi della carne, i servi meritano di essere anche schiavi dei signori. Quale miglior barriera poteva essere istituita fra chierici e laici di quella della sessualità? Ai laici il matrimonio e la lussuria, ai chierici la verginità, il celibato e la continenza. Un muro separa la purezza dall’impurità. In una simile deformazione, la parte dominata della società viene presentata come la parte dei deboli, degli abulici, senza ragione, ma anche senza volontà. In quel mondo di guerrieri i villani sono quasi animali, giocattoli alla mercé di cattivi desideri.
sabato 15 gennaio 2011
Chissà cosa saremo
Con questa nuova sezione, Aforismi e Poesie, proveremo ad arrivare laddove non ci è consentito arrivare con i nostri 'mini-saggi'. Sempre accompagnati dalla speranza di arricchire questo piccolo blog per voi.
- Chissà cosa saremo -
Chissà cosa saremo
se fiaccole o macerie
su questo grande altare della vita
Chissà cosa potremo
contro tutto quello che vedemmo
di male fiammeggiare
sulla pelle e negli occhi
del bimbo già uomo
ormai vecchio
nell'affondo del pugnale
nel dolore del sacrificio
inferto dal vivere nel male
che chiamiamo l'umano progredire
Forse saranno i tuoi occhi
il tuo sorriso
l'unico valore al vivere
la grazia illuminante
il bene che è dipinto sul tuo viso
Forse in dono questo io porterò
nell'inevitabile mio viaggio tra le stelle
Ma ora respiro lacrime
invecchio mentre scrivo
Quante volte dovrò morire
per sentirmi ancora vivo
(Lorenzo Giulianini)
- Chissà cosa saremo -
Chissà cosa saremo
se fiaccole o macerie
su questo grande altare della vita
Chissà cosa potremo
contro tutto quello che vedemmo
di male fiammeggiare
sulla pelle e negli occhi
del bimbo già uomo
ormai vecchio
nell'affondo del pugnale
nel dolore del sacrificio
inferto dal vivere nel male
che chiamiamo l'umano progredire
Forse saranno i tuoi occhi
il tuo sorriso
l'unico valore al vivere
la grazia illuminante
il bene che è dipinto sul tuo viso
Forse in dono questo io porterò
nell'inevitabile mio viaggio tra le stelle
Ma ora respiro lacrime
invecchio mentre scrivo
Quante volte dovrò morire
per sentirmi ancora vivo
(Lorenzo Giulianini)
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Aforismi e Poesie
domenica 2 gennaio 2011
Charles Bukowski
Un piccolo omaggio a quel "vecchio sporcaccione" di Charles Bukowski, pur consapevole della difficoltà di apprezzarlo appieno in tale sede, ovvero non con la classica lettura instancabile, lunga e appassionante, qual'è quella richiesta dai suoi "raccontacci" e dalle sue poesie (fortunatamente recitate da lui stesso).
[...] Andò a versarsi uno scotch con acqua, lo portò in camera da letto, si tolse la camicia, i calzoni, le scarpe e le calze. Rimase in mutande e andò a letto con il drink. Era mezzogiorno meno un quarto. Niente ambizione, niente talento, niente opportunità. Solo la fortuna gli aveva impedito di finire in strada, ma la fortuna non durava in eterno. Vuotò il bicchiere e si stirò. Prese L'uomo in rivolta di Camus e ne lesse qualche pagina. Camus parlava di angoscia, di terrore e dell'infelicità della condizione umana, ma ne parlava in modo così sereno e fiorito...il suo linguaggio era tale da dare l'impressione che niente sarebbe mai riuscito a scalfire nè lui nè il suo stile. In altre parole, era lo stesso che se tutto fosse andato nel migliore dei modi. Il suo modo di scrivere era quello di un uomo che aveva appena finito di mangiare una grossa bistecca, con contorno di insalata e di patate fritte, accompagnandola con una bottiglia di buon vino francese. Forse l'umanità soffriva, ma lui no di sicuro. Molto saggio da parte sua, ma Henry preferiva qualcuno che urlasse quando il mondo andava a fuoco. (da Grida quando stai bruciando, in Musica per organi caldi)
[...] "Cosa c'è che non va nell'amore, Tony?"
"L'amore è una forma di pregiudizio. Si ama quello di cui ha bisogno, quello che ci fa star bene, quello che ci fa comodo. Come fai a dire che ami una persona, quando al mondo ci sono migliaia di persone che potresti amare di più, se solo le incontrassi? Il fatto è che non le incontri."
"D'accordo, comunque si tende sempre al meglio."
"Concesso. Ma dobbiamo renderci conto che l'amore non è che il risultato di un incontro casuale. La gente gli da troppa importanza. Per questo motivo una buona scopata è tutt'altro che da disprezzare."
"Ma anche quella è il risultato di un incontro casuale."
"Quì si che hai ragione. Bevi, ne ordino un altro." (da Colpi a vuoto, in op.cit.)
[...] Seguitai a camminare, girai a destra, poi a sinistra, poi ancora avanti. Non sapevo dove stessi andando. Passai davanti a un locale e c'era uno sulla soglia che mi fa:
"Ehi, volete un lavoro?"
Sbirciai dentro e vidi tante file di uomini, in piedi davanti a banconi di legno, con un martello in mano, che davan martellate a delle robe, come delle conchiglie o delle cozze, e spaccavano il guscio e tiravano fuori il buono, e non so che ci facevano, era buio lì dentro. Era come se quegli uomini colpissero se stessi col martello e buttassero via quel che avanzava di loro. Dissi a quell'uomo:
"No, un lavoro non mi serve."
Passai oltre. Avevo il sole in faccia.
Avevo 74 cents.
Il sole m'andava bene. (da Un'amabile storia d'amore, in Storie di ordinaria follia)
[...] Andò a versarsi uno scotch con acqua, lo portò in camera da letto, si tolse la camicia, i calzoni, le scarpe e le calze. Rimase in mutande e andò a letto con il drink. Era mezzogiorno meno un quarto. Niente ambizione, niente talento, niente opportunità. Solo la fortuna gli aveva impedito di finire in strada, ma la fortuna non durava in eterno. Vuotò il bicchiere e si stirò. Prese L'uomo in rivolta di Camus e ne lesse qualche pagina. Camus parlava di angoscia, di terrore e dell'infelicità della condizione umana, ma ne parlava in modo così sereno e fiorito...il suo linguaggio era tale da dare l'impressione che niente sarebbe mai riuscito a scalfire nè lui nè il suo stile. In altre parole, era lo stesso che se tutto fosse andato nel migliore dei modi. Il suo modo di scrivere era quello di un uomo che aveva appena finito di mangiare una grossa bistecca, con contorno di insalata e di patate fritte, accompagnandola con una bottiglia di buon vino francese. Forse l'umanità soffriva, ma lui no di sicuro. Molto saggio da parte sua, ma Henry preferiva qualcuno che urlasse quando il mondo andava a fuoco. (da Grida quando stai bruciando, in Musica per organi caldi)
[...] "Cosa c'è che non va nell'amore, Tony?"
"L'amore è una forma di pregiudizio. Si ama quello di cui ha bisogno, quello che ci fa star bene, quello che ci fa comodo. Come fai a dire che ami una persona, quando al mondo ci sono migliaia di persone che potresti amare di più, se solo le incontrassi? Il fatto è che non le incontri."
"D'accordo, comunque si tende sempre al meglio."
"Concesso. Ma dobbiamo renderci conto che l'amore non è che il risultato di un incontro casuale. La gente gli da troppa importanza. Per questo motivo una buona scopata è tutt'altro che da disprezzare."
"Ma anche quella è il risultato di un incontro casuale."
"Quì si che hai ragione. Bevi, ne ordino un altro." (da Colpi a vuoto, in op.cit.)
[...] Seguitai a camminare, girai a destra, poi a sinistra, poi ancora avanti. Non sapevo dove stessi andando. Passai davanti a un locale e c'era uno sulla soglia che mi fa:
"Ehi, volete un lavoro?"
Sbirciai dentro e vidi tante file di uomini, in piedi davanti a banconi di legno, con un martello in mano, che davan martellate a delle robe, come delle conchiglie o delle cozze, e spaccavano il guscio e tiravano fuori il buono, e non so che ci facevano, era buio lì dentro. Era come se quegli uomini colpissero se stessi col martello e buttassero via quel che avanzava di loro. Dissi a quell'uomo:
"No, un lavoro non mi serve."
Passai oltre. Avevo il sole in faccia.
Avevo 74 cents.
Il sole m'andava bene. (da Un'amabile storia d'amore, in Storie di ordinaria follia)
giovedì 23 dicembre 2010
Gaber, Sartre: libertà e responsabilità
"L'uomo, essendo condannato a essere libero, porta il peso del mondo sulle spalle: egli è responsabile del mondo e di se-stesso in quanto modo d'essere. Prendiamo la parola "responsabilità" nel senso banale di "coscienza di essere l'autore incontestabile di un avvenimento o di un oggetto". In questo senso, la responsabilità del per-sè è molto grave, perché colui che si fa essere, qualunque sia la situazione in cui si trova, il per-sè deve assumere interamente la situazione con il suo coefficiente di avversità, fosse pure insostenibile [...].
E' quindi insensato pensare di rammaricarsi perchè nulla di estraneo ha deciso di ciò che proviamo, di ciò che viviamo o di ciò che siamo. Quello che mi accade, accade per opera mia e non potrei affliggermene nè rivoltarmi nè rassegnarmi. D'altra parte tutto ciò che mi accade è mio: con ciò bisogna intendere che sono sempre all'altezza di quello che mi accade, in quanto uomo, perchè ciò che accade agli uomini per opera di altri uomini e di se-stesso non potrebbe essere che umano. Non ci sono situazioni disumane; è solo per paura, fuga e ricorso a comportamenti magici che deciderò dell'inumano; ma questa decisione è umana e ne sopporterò tutta la responsabilità [...].
Non ci sono accidenti in una vita; un avvenimento sociale che scoppia improvvisamente e mi trascina non viene dall'esterno; se sono mobilitato in guerra, questa guerra è la mia. Non essendomi sottratto, l'ho scelta. Non c'è stata alcuna costrizione, poichè la costrizione non può avere alcuna presa su una libertà: non ho avuto scuse perchè la qualità propria della realtà-umana è di essere senza scuse [...].
Così, totalmente libero, devo essere senza rimorsi nè rimpianti come sono senza scuse, perchè dal momento del mio nascere all'essere, porto il peso del mondo da solo senza che nulla nè alcuno possano alleggerirlo".
Le due voci che vi ho proposto nell'ultimo intervento di quest'anno apparentemente sono in contrapposizione fra loro, ma, alla fine rappresentano due esemplari richiami alla responsabilità individuale che faremmo bene a non dimenticare mai. Da un lato, Gaber constata amaramente che la libertà di pensiero e parola di cui godiamo oggi è inconsistente poiché è schiacciata dall'isolamento, dall'emarginazione, dalle barriere erette fra quegli stessi uomini che dovrebbero, sulla carta, costituire una comunità.
Dall'altro, Sartre ci richiama alla strutturale condizione di dover decidere nella nostra esistenza di noi stessi. Condizione ineludibile, in quanto anche il rifiuto di decisione o la volontà di sottrarci col suicidio sono sempre delle possibilità rese tali dal nostro essere-nel-mondo.
E allora, come uscire da questo vicolo cieco? Come rendere, quantomeno, più accettabile questo mondo dove la fanno da padrone disparità ed ingiustizie?
Ce lo ha già ricordato Gaber.
mercoledì 15 dicembre 2010
Pasolini e i politicanti
Le vicende (o meglio le vicissitudini) politiche di questi ultimi giorni impongono una breve riflessione. Non si può restare indifferenti o inermi di fronte alla marea di palle che siamo costretti a sopportare quotidianamente. E non voglio qui ricreare il solito predicozzo che mentre la gente non arriva a fine mese questi pensano al loro tornaconto, a gridarsi insulti di ogni tipo nei beceri talk show (che noi, sadicamente, guardiamo intontiti e assuefatti), a vendersi l'un l'altro dopo "profonde riflessioni ideologiche e pensando al bene degli italiani". E' troppo facile fare un discorso del genere adesso: bisognerebbe farlo quando verranno a chiedere i nostri voti, a prometterti un lavoro, un futuro ecc ecc. Per quanto mi riguarda, pur di non dover pietire un posticino a qualcuno di questi figuri preferirei morire di fame. In ogni caso, vi lascio con una riflessione di Pier Paolo Pasolini, pensatore tanto fine quanto bistrattato ed ignorato dal suo Paese, oggi più che mai. Il brano propostovi è tratto da "Lettere luterane", raccolta di saggi che Pasolini scrisse nel 1975, suo ultimo anno di vita.
"[...] I potenti democristiani che in questi anni hanno detenuto il potere, dovrebbero andarsene, sparire, per non dire di peggio.
Invece non solo restano al potere, ma parlano. Ora è la loro lingua che è la pietra dello scandalo. Infatti ogni volta che aprono bocca, essi, per insincerità, per colpevolezza, per paura, per furberia, non fanno altro che mentire. La loro lingua è la lingua della menzogna. E poichè la loro cultura è una putrefatta cultura forense e accademica, mostruosamente mescolata con la cultura tecnologica, in concreto la loro lingua è pura teratologia. Non la si può ascoltare. Bisogna tapparsi le orecchie.
Il primo dovere degli intellettuali, oggi, sarebbe quello di insegnare alla gente a non ascoltare le mostruosità linguistiche dei potenti democristiani, a urlare, a ogni loro parola, di ribrezzo e di condanna. In altre parole, il dovere degli intellettuali sarebbe quello di rintuzzare tutte le menzogne che attraverso la stampa e soprattutto la televisione inondano e soffocano quel corpo del resto inerte che è l'Italia.
Invece, quasi tutti gli intellettuali all'opposizione accettano sostanzialmente quello che accettano i potenti democristiani. Essi non sono affatto scandalizzati dalla mostruosità della lingua dei potenti democristiani".
"[...] I potenti democristiani che in questi anni hanno detenuto il potere, dovrebbero andarsene, sparire, per non dire di peggio.
Invece non solo restano al potere, ma parlano. Ora è la loro lingua che è la pietra dello scandalo. Infatti ogni volta che aprono bocca, essi, per insincerità, per colpevolezza, per paura, per furberia, non fanno altro che mentire. La loro lingua è la lingua della menzogna. E poichè la loro cultura è una putrefatta cultura forense e accademica, mostruosamente mescolata con la cultura tecnologica, in concreto la loro lingua è pura teratologia. Non la si può ascoltare. Bisogna tapparsi le orecchie.
Il primo dovere degli intellettuali, oggi, sarebbe quello di insegnare alla gente a non ascoltare le mostruosità linguistiche dei potenti democristiani, a urlare, a ogni loro parola, di ribrezzo e di condanna. In altre parole, il dovere degli intellettuali sarebbe quello di rintuzzare tutte le menzogne che attraverso la stampa e soprattutto la televisione inondano e soffocano quel corpo del resto inerte che è l'Italia.
Invece, quasi tutti gli intellettuali all'opposizione accettano sostanzialmente quello che accettano i potenti democristiani. Essi non sono affatto scandalizzati dalla mostruosità della lingua dei potenti democristiani".
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