Tempo fa il Dalai Lama, intervistato, disse di non leggere romanzi in quanto finzioni. Nulla da eccepire anche se qualche piccola eccezione ogni tanto è lecito prendersela. E fra queste trasgressioni letterarie, per quanto mi riguarda, non può certo mancare il vecchio Hemingway. Ma, a ben vedere, leggere Hemingway non implica una vera e propria trasgressione alla suddetta regola aurea. In Morte nel pomeriggio potrete infatti trovare questa sua riflessione, vero e proprio manifesto della sua arte narrativa:
“Quando scrive un romanzo, uno scrittore dovrebbe creare gente viva; gente, non personaggi. Un personaggio è una caricatura. Se uno scrittore riesce a far vivere della gente, può darsi che non ci siano nel suo libro grandi personaggi, ma è possibile che il suo libro rimanga come un insieme; come un’entità; come un romanzo. Per buona che sia una frase o una similitudine, se la mette dove non è assolutamente necessaria e insostituibile rovina il suo lavoro per egotismo. La prosa è architettura, non decorazione d’interni, e il Barocco è finito. Che uno scrittore metta le proprie meditazioni intellettuali che potrebbe vendere a basso prezzo come saggi, in bocca a personaggi costruiti artificialmente che sono più rimunerativi se presentati in un romanzo come persone, questo è forse un buon principio economico, ma non costituisce letteratura. Gente, non personaggi costruiti abilmente, devono uscire in un romanzo dall’esperienza assimilata dello scrittore, dalla sua cultura, dalla sua testa, dal suo cuore e da tutto lui stesso”.
Proseguiamo nell’universo Hemingway accennando adesso alla sua filosofia. Facciamoci però accompagnare anche da Fernanda Pivano, storica traduttrice e curatrice dei suoi romanzi, oltre che amica personale dello scrittore americano. E’ anche un modo per ricordare una figura di spicco del panorama intellettuale italiano che ci ha da poco lasciati.
“Hemingway è stato uno scrittore tragico, un inimitabile cantore del rapporto tra uomo e donna e della sua disintegrazione in un destino senza via d’uscita. Che gli amanti si chiamassero Brett e Jake o Catherine e Frederick o Harry e Marie non cambiava il loro destino che restava senza speranza davanti allo spettro della morte, eterna protagonista di tutti i suoi libri.
L’unica speranza, l’unico spiraglio che permetta di vivere almeno con dignità il breve periodo concesso dal destino prima della fine è l’integrità, che per Hemingway vuol dire coraggio, vuol dire dignità, vuol dire onestà: vuol dire quella “grace under pressure” che lo ha guidato in tutta la vita fino all’alba segreta in cui silenziosamente, discretamente, umilmente si dichiarò sconfitto e si tolse la vita”. (Dalla prefazione di Hemingway- vol.1; i Meridiani; Mondadori)
“Le donne – ci dice Hem in Fiesta, il sole sorgerà ancora - possono essere amiche meravigliose. Assolutamente meravigliose. Ma prima di tutto, perché l’amicizia abbia una base, bisogna che di una donna tu sia innamorato. Io avevo Brett come amica. Non avevo mai pensato al suo punto di vista. Ottenevo qualcosa per niente. Ma questo ritardava soltanto la presentazione del conto. Il conto arrivava sempre. Era una delle cose meravigliose su cui potevi contare.
Pensai di aver già pagato tutto. Non come paga e paga e paga una donna. Nessuna idea di giusta punizione o di castigo. Un mero scambio di valori. Tu davi qualcosa e ricevevi qualcos’altro. O lavoravi per qualcosa. In un modo o nell’altro pagavi per tutto quello che ti capitava di buono. Io avevo pagato la mia parte per un sufficiente numero di cose che mi piacevano, e di conseguenza me l’ero passata bene. O pagavi imparando con l’esperienza o correndo rischi o con i soldi. Godersi la vita significava imparare a spendere bene i propri soldi e sapere quando ci si era riusciti. Potevi sempre spendere bene i tuoi soldi. Il mondo era un buon posto per fare acquisti. Sembrava una bella filosofia. Fra cinque anni, pensai, sembrerà stupida come tutte le altre belle filosofie che ho avuto.
Ma forse non era vero. Forse, man mano che andavi avanti, imparavi realmente qualcosa. Non m’importava che cosa fosse il mondo. Volevo soltanto sapere come viverci. Forse, se scoprivi come viverci, imparavi anche che cos’era”.
Vi lascio come di consueto con una chicca: un breve racconto contenuto in una raccolta praticamente introvabile intitolata Uomini senza donne, trovato “al prezzo di Lire duecentoventi”. Dio benedica i mercatini di libri usati!
Una storia banale
E così egli mangiò un’arancia sputandone lentamente i semi. Fuori, la neve si trasformava in pioggia. All’interno, la stufa elettrica sembrava non dare alcun calore, ed egli, alzatosi dallo scrittoio, si sedette accanto alla stufa. Che benessere! In questo, alla fine, consisteva la vita.
Prese un’altra arancia. Lontano, a Parigi, Mascart aveva messo K.O. Danny Frush, peso piuma, al secondo round. Più lontano ancora, in Mesopotamia, c’erano ventun piedi di neve. Nell’altro emisfero, nella lontana Australia, giocatori inglesi di cricket stavano sollevando i bastoni. Lì c’era Romance. Mecenati delle arti e delle lettere avevano fondato il Forum, egli lesse. Questo era una guida, un consigliere, un amico degli intellettuali.
Vi piaceranno questi racconti americani, d’un calore nostrano, visioni di vita reale in aperto Ranch, in grandi tenute, o in case accoglienti, il tutto pervaso da un sano umorismo.
Dovrò leggerle, si disse.
E proseguì. Che ne sarà dei figli dei nostri figli? Chi rimarrà di loro? Nuovi mezzi dovranno essere scoperti per darci una casa al sole. Tutto ciò sarà raggiunto con la pace o con la guerra?
O dovremo emigrare tutti al Canadà?
Sconvolgerà la scienza le nostre più profonde convinzioni? La nostra civiltà è forse inferiore alle antiche?
E frattanto nelle lontane Jungle dello Yucatan risuonava il rumore delle scuri di tagliatori di gomma.
Vogliamo avere degli uomini forti o degli uomini colti?
E quali problemi avranno da risolvere le nostre figliole? Nancy Hawthorne è costretta a sbrigarsela da sola nel mare della vita. Essa risolve tutti i problemi di una ragazza di diciotto anni con sveglia sensibilità.
Era proprio un magnifico opuscolo.
I pittori e i poeti moderni sono Artisti? Si e no.
Prendi Picasso.
Ci sono delle regole di vita a cui attenersi? Azzardatevi a mandarci la vostra opinione, di grazia.
Lì c’era Romance dappertutto. Gli scrittori del Forum erano acuti, pieni di humor e di arguzie. Ma non tentavano d’essere caustici, né erano contorti. Vivevano animati dall’intelligenza, sostenuti da nuove idee, pervasi di fatti straordinari.
Posò l’opuscolo.
E frattanto, sdraiato in un letto nella semioscurità di una camera a Triana, Manuel Garcia Maera giaceva con un tubo in ciascun polmone, soffocava di pneumonia. Tutti i giornali dell’Andalusia uscirono in edizione speciale per la sua morte che si aspettava da parecchi giorni. Uomini e ragazzi compravano grandi fotografie a colori di lui per ricordo e, finite le fotografie, si vendevano le stampe. I toreadors erano contenti della sua morte, perché in ogni corrida egli si esibiva in tutti quei virtuosismi che per essi erano quasi sempre impossibili. Tutti seguivano sotto la pioggia il suo carro e c’erano 146 toreadors intorno a lui al cimitero quando fu posto nella tomba accanto a quella di Joselito. Dopo il funerale ognuno se ne andò al caffè sotto la pioggia, e tutti compravano le fotografie di Manuel e se le arrotolavano in tasca.
martedì 4 ottobre 2011
domenica 18 settembre 2011
Faust di Sokurov
Per Liberareggio.org
Si è recentemente chiusa la 68° Mostra internazionale del cinema di Venezia. Il prestigioso Leone d’oro è stato assegnato al regista russo Aleksander Sokurov e al suo Faust, pellicola liberamente ispirata all’omonimo romanzo di Goethe. Se il parere espresso della giuria, ovvero che si tratta di uno di quei film in grado di cambiarvi la vita, potrà sembrarvi troppo roboante, vi assicuro che quantomeno qualche segno questo film ve lo lascerà. Ma, prima delle mie impressioni, debbo fornirvi la rituale esposizione della trama (quantomeno per rovinarvi un po’ il piacere della prima visione).
Il protagonista, il dottor Faust (Johannes Zeiler), corrisponde al prototipo dell’intellettuale ottocentesco, in cerca di ogni tipo di risposte, da quelle materiali (come attestano le crude scene iniziali della sua dissezione di un cadavere), a quelle più metafisiche. Tuttavia la fame di Faust non è soltanto conoscitiva; si ritrova pertanto costretto a rivolgersi ad un misterioso usuraio, Mauricius (Anton Adasinsky), che in realtà è l’incarnazione del diavolo Mefistofele. Nonostante l’essenza spregevole di Mauricius traspaia già dal suo corpo deforme, Faust accondiscende alle condizioni propostegli per soddisfare tutti i suoi desideri, cosicchè i due iniziano ad intraprendere delle stravaganti avventure. Una di queste però, finisce male: in una bettola, Mauricius scatena una rissa con un giovane che sarà proprio Faust ad uccidere, anche se incidentalmente. Il tutto nella più totale indifferenza del resto degli uomini, troppo dediti ai loro piaceri vinaioli.
I sensi di colpa cominciano a tormentare Faust, accresciuti dal fatto che l’uomo da lui ucciso era il fratello di Margarete, una ragazza da cui era rimasto affascinato. Tuttavia, tra l’ammissione delle proprie colpe e le tentazioni della carne, Faust, sospinto dal suo malevolo suggeritore, sceglie le seconde, non rivelando nulla alla ragazza per tentare di sedurla. Mauricius, allora, propone a Faust un’ultima offerta irresistibile: una notte in compagnia di Margarete in cambio della sua anima. Faust accetta, siglando con il proprio sangue il contratto col diavolo. E dopo aver ottenuto ciò che voleva, a Faust non resta che abbandonarsi all’ultimo, lungo viaggio col demonio dal sorprendente finale.
E’ evidente già dalla trama che chi si aspettasse da questo film i forsennati ritmi hollywodiani o il classico lieto fine rimarrà deluso. Le vicende che si susseguono sono infatti poche, ma la peculiarità della narrazione sta tutta nella descrizione dell’altalena psicologico-emotiva vissuta da Faust. In un’atmosfera lugubre e funerea, ma sempre fiabesca e sospesa nel tempo, come solo ciò che è uscito dalla penna di Goethe sa esserlo, i sensi di colpa di Faust, la fragilità, il bisogno che lo rendono facile preda del Male si affollano nella sua mente, rendendolo incapace di porre fine a tutto ciò. Per questo dicevo che il Faust di Sokurov è un film che lascia il segno: le scelte, i bivi esistenziali di Faust diventano nostri, ponendoci di fronte problemi che siamo incapaci di risolvere definitivamente, come l’angoscia della morte, il valore della nostra esistenza, il peso delle nostre responsabilità, la facilità con cui cediamo alle scorciatoie per realizzare cinicamente i nostri obiettivi, della cui vacuità ci rendiamo conto sempre troppo tardi. Non è stato dunque un caso che, al termine della proiezione, le persone che affollavano la suggestiva arena del cinema allestita per l’occasione in Campo San Polo a Venezia se ne siano andate silenziosamente e più meditabonde che mai, come se avessero assistito ad una cerimonia. Cosa non da poco, visti i tempi che corrono.
Si è recentemente chiusa la 68° Mostra internazionale del cinema di Venezia. Il prestigioso Leone d’oro è stato assegnato al regista russo Aleksander Sokurov e al suo Faust, pellicola liberamente ispirata all’omonimo romanzo di Goethe. Se il parere espresso della giuria, ovvero che si tratta di uno di quei film in grado di cambiarvi la vita, potrà sembrarvi troppo roboante, vi assicuro che quantomeno qualche segno questo film ve lo lascerà. Ma, prima delle mie impressioni, debbo fornirvi la rituale esposizione della trama (quantomeno per rovinarvi un po’ il piacere della prima visione).
Il protagonista, il dottor Faust (Johannes Zeiler), corrisponde al prototipo dell’intellettuale ottocentesco, in cerca di ogni tipo di risposte, da quelle materiali (come attestano le crude scene iniziali della sua dissezione di un cadavere), a quelle più metafisiche. Tuttavia la fame di Faust non è soltanto conoscitiva; si ritrova pertanto costretto a rivolgersi ad un misterioso usuraio, Mauricius (Anton Adasinsky), che in realtà è l’incarnazione del diavolo Mefistofele. Nonostante l’essenza spregevole di Mauricius traspaia già dal suo corpo deforme, Faust accondiscende alle condizioni propostegli per soddisfare tutti i suoi desideri, cosicchè i due iniziano ad intraprendere delle stravaganti avventure. Una di queste però, finisce male: in una bettola, Mauricius scatena una rissa con un giovane che sarà proprio Faust ad uccidere, anche se incidentalmente. Il tutto nella più totale indifferenza del resto degli uomini, troppo dediti ai loro piaceri vinaioli.
I sensi di colpa cominciano a tormentare Faust, accresciuti dal fatto che l’uomo da lui ucciso era il fratello di Margarete, una ragazza da cui era rimasto affascinato. Tuttavia, tra l’ammissione delle proprie colpe e le tentazioni della carne, Faust, sospinto dal suo malevolo suggeritore, sceglie le seconde, non rivelando nulla alla ragazza per tentare di sedurla. Mauricius, allora, propone a Faust un’ultima offerta irresistibile: una notte in compagnia di Margarete in cambio della sua anima. Faust accetta, siglando con il proprio sangue il contratto col diavolo. E dopo aver ottenuto ciò che voleva, a Faust non resta che abbandonarsi all’ultimo, lungo viaggio col demonio dal sorprendente finale.
E’ evidente già dalla trama che chi si aspettasse da questo film i forsennati ritmi hollywodiani o il classico lieto fine rimarrà deluso. Le vicende che si susseguono sono infatti poche, ma la peculiarità della narrazione sta tutta nella descrizione dell’altalena psicologico-emotiva vissuta da Faust. In un’atmosfera lugubre e funerea, ma sempre fiabesca e sospesa nel tempo, come solo ciò che è uscito dalla penna di Goethe sa esserlo, i sensi di colpa di Faust, la fragilità, il bisogno che lo rendono facile preda del Male si affollano nella sua mente, rendendolo incapace di porre fine a tutto ciò. Per questo dicevo che il Faust di Sokurov è un film che lascia il segno: le scelte, i bivi esistenziali di Faust diventano nostri, ponendoci di fronte problemi che siamo incapaci di risolvere definitivamente, come l’angoscia della morte, il valore della nostra esistenza, il peso delle nostre responsabilità, la facilità con cui cediamo alle scorciatoie per realizzare cinicamente i nostri obiettivi, della cui vacuità ci rendiamo conto sempre troppo tardi. Non è stato dunque un caso che, al termine della proiezione, le persone che affollavano la suggestiva arena del cinema allestita per l’occasione in Campo San Polo a Venezia se ne siano andate silenziosamente e più meditabonde che mai, come se avessero assistito ad una cerimonia. Cosa non da poco, visti i tempi che corrono.
lunedì 1 agosto 2011
'notte
Arieccoci per uno "spuntino" filosofico in una notte di mezza estate. E questa volta voglio parlarvi proprio della notte servendomi di svariati pretesti.
Il primo non poteva che essere il famosissimo standard di Thelonious Monk: 'Round Midnight. Classica dimostrazione di come e quanto la musica possa superare qualsiasi parola o definizione.
Il secondo pretesto consiste nell'immagine che ho posto come nuovo sfondo del blog. Si tratta di una foto che ho scattato a Venezia. Chiunque c'è stato di notte sa infatti che Venezia dà il meglio di sé quando indossa l'abito da sera. Non a caso, Brodskij la descrive così nel suo diario veneziano intitolato "Fondamenta degli Incurabili":
"Il lento procedere del vaporetto attraverso la notte era come il passaggio di un pensiero coerente attraverso il subconscio. Sui due lati, con l'acqua nera come pece fino al ginocchio, si levavano gli enormi stipi intagliati di scuri palazzi ricolmi di tesori insondabili. L'atmosfera complessiva aveva qualcosa di mitologico, anzi di ciclopico per essere precisi; ero entrato in quell'infinito che prima potevo solo contemplare dai gradini della Stazione. Intorno a noi i passeggeri se ne stavano immobili, e quando avevano qualcosa da dirsi usavano toni altrettanto sommessi, come se anche i loro discorsi riguardassero cose di natura intima. Poi, per un momento, il cielo fu oscurato dalla vasta parentesi marmorea di un ponte, e di colpo tutto fu inondato di luce. "Rialto" mi disse una ragazza con la sua voce normale".
Pretesto numero tre: salvare la notte dalla filastrocca marzulliana.
Il quarto, e decisivo, pretesto l'ho tratto dalla lettura degli "Inni alla notte" di Novalis (alias Friedrich Von Weissenfels), uno dei tanti filosofi inspiegabilmente ignorati sia in ambienti accademici che dal "grande pubblico". Dietro gli "Inni" c'è la profonda convinzione novalisiana dell'insufficienza dell'umanità di fronte alla soluzione dei grandi problemi del pensiero e delle relazioni tra mondo visibile e quello invisibile, tra questo mondo e l'aldilà. Insufficienza affermata nonostante la pretesa del suo secolo di proclamarsi in grado di far luce su tutto (Illuminismo). Novalis protesta contro questa pretesa, ed esprime la sua fiducia nella poesia, nella spiritualità mistica e nelle tenebre della notte. Per questo è meglio lasciarvi in sua compagnia; nel frattempo, buona notte.
"Quale vivente, dall'acuta sensibilità, tra le meravigliose visioni che riempiono il vasto spazio attorno a lui, non ama sopra ogni altra l'omnigioconda luce - coi suoi colori, coi suoi raggi, coi suoi ondeggiamenti, con la sua mite onnipresenza, come il giorno nel suo risvegliarsi?
Ma io mi volgo in giù, verso la notte, che è santa, indescrivibile, misteriosa. Lontano giace il mondo - sommerso in un profondo sepolcro; - deserta e solitaria è la sua posizione. Nel petto vibrano le dolorose corde di una profonda malinconia. Voglio precipitare giù nelle gocce di rugiada e mischiarmi con la cenere.
Nei loro abiti bigi, come la nebbia della sera quando il sole è tramontato, mi vengono incontro lontananze di ricordi, desideri di gioventù, sogni d'infanzia, le brevi gioie di tutta la lunga vita, e le vane speranze. [...] Ma cos'è che scaturisce pieno di tristi presagi da sotto il cuore e trangugia la dolce aria della malinconia? Hai dunque anche tu un beneplacito in noi, oscura notte? Che cos'hai dunque sotto il tuo mantello, che invisibile e potente mi penetra nell'anima?
In alto sollevi le grevi ali della mente. Noi ci sentiamo oscuramente e inespimibilmente eccitati. Quanto povera e infantile m'appare ora la luce - quanto letificante e benedetto l'addio al giorno!".
"Deve sempre il mattino ritornare? Non va mai alla fine la potenza terrena? Una fatale operosità consuma il celeste volo della notte. Non avverrà mai che l'arcano sacrificio dell'amore bruci eternamente?
Fu attribuito in misura determinata alla luce il suo tempo; ma fuori dei limiti del tempo e dello spazio si estende l'imperio della notte. - Eterna è la durata del sonno. Santo dormire - non rallegrare avaramente coloro che sono consacrati alla notte in questa quotidiana fatica terrestre. Essi non sanno che sei tu a volteggiare intorno al delicato seno della ragazza e che dal suo seno fai cielo - essi non presentono che tu apri il paradiso e porti la chiave delle abitazioni ai beati, silenziosa ambasciatrice di misteri infiniti".
"Una volta io spandevo amare lagrime, e la mia speranza si struggeva mortalmente nel dolore, ed io solitario stavo presso lo sparuto colle che nell'angusto e buio spazio nascondeva la fisionomia della mia vita - solitario come mai alcuno in solitudine si trovò, ero premuto in un'angoscia indescrivibile - privo di forza, io non riuscivo a concepire che un pensiero di miseria.
Con infinita bramosia mi attaccavo alla fuggente e spenta vita: - allora dall'azzurra lontananza venne un tremito crepuscolare e ad un tratto la catena della luce strappò il vincolo della nascita. Là fuggì la magnificenza terrena, e con essa la mia mestizia; insieme si dileguò il mio dolore in un mondo nuovo, abissalmente profondo e tu, ispirazione notturna, dormiveglia del cielo, venisti su di me e lentamente la regione si sollevò in alto; su questa regione si librò il mio spirito disimpegnato, nato a nuova vita. [...] Millenni precipitarono lontano nel profondo, come temporali. Al suo collo io piansi alla nuova vita lagrime incantevoli.
Era questo l'unico sogno - e da quel momento io sperimento una fede immutabile nel cielo della notte e nella sua luce. La luce dell'amata".
Il primo non poteva che essere il famosissimo standard di Thelonious Monk: 'Round Midnight. Classica dimostrazione di come e quanto la musica possa superare qualsiasi parola o definizione.
Il secondo pretesto consiste nell'immagine che ho posto come nuovo sfondo del blog. Si tratta di una foto che ho scattato a Venezia. Chiunque c'è stato di notte sa infatti che Venezia dà il meglio di sé quando indossa l'abito da sera. Non a caso, Brodskij la descrive così nel suo diario veneziano intitolato "Fondamenta degli Incurabili":
"Il lento procedere del vaporetto attraverso la notte era come il passaggio di un pensiero coerente attraverso il subconscio. Sui due lati, con l'acqua nera come pece fino al ginocchio, si levavano gli enormi stipi intagliati di scuri palazzi ricolmi di tesori insondabili. L'atmosfera complessiva aveva qualcosa di mitologico, anzi di ciclopico per essere precisi; ero entrato in quell'infinito che prima potevo solo contemplare dai gradini della Stazione. Intorno a noi i passeggeri se ne stavano immobili, e quando avevano qualcosa da dirsi usavano toni altrettanto sommessi, come se anche i loro discorsi riguardassero cose di natura intima. Poi, per un momento, il cielo fu oscurato dalla vasta parentesi marmorea di un ponte, e di colpo tutto fu inondato di luce. "Rialto" mi disse una ragazza con la sua voce normale".
Pretesto numero tre: salvare la notte dalla filastrocca marzulliana.
Il quarto, e decisivo, pretesto l'ho tratto dalla lettura degli "Inni alla notte" di Novalis (alias Friedrich Von Weissenfels), uno dei tanti filosofi inspiegabilmente ignorati sia in ambienti accademici che dal "grande pubblico". Dietro gli "Inni" c'è la profonda convinzione novalisiana dell'insufficienza dell'umanità di fronte alla soluzione dei grandi problemi del pensiero e delle relazioni tra mondo visibile e quello invisibile, tra questo mondo e l'aldilà. Insufficienza affermata nonostante la pretesa del suo secolo di proclamarsi in grado di far luce su tutto (Illuminismo). Novalis protesta contro questa pretesa, ed esprime la sua fiducia nella poesia, nella spiritualità mistica e nelle tenebre della notte. Per questo è meglio lasciarvi in sua compagnia; nel frattempo, buona notte.
"Quale vivente, dall'acuta sensibilità, tra le meravigliose visioni che riempiono il vasto spazio attorno a lui, non ama sopra ogni altra l'omnigioconda luce - coi suoi colori, coi suoi raggi, coi suoi ondeggiamenti, con la sua mite onnipresenza, come il giorno nel suo risvegliarsi?
Ma io mi volgo in giù, verso la notte, che è santa, indescrivibile, misteriosa. Lontano giace il mondo - sommerso in un profondo sepolcro; - deserta e solitaria è la sua posizione. Nel petto vibrano le dolorose corde di una profonda malinconia. Voglio precipitare giù nelle gocce di rugiada e mischiarmi con la cenere.
Nei loro abiti bigi, come la nebbia della sera quando il sole è tramontato, mi vengono incontro lontananze di ricordi, desideri di gioventù, sogni d'infanzia, le brevi gioie di tutta la lunga vita, e le vane speranze. [...] Ma cos'è che scaturisce pieno di tristi presagi da sotto il cuore e trangugia la dolce aria della malinconia? Hai dunque anche tu un beneplacito in noi, oscura notte? Che cos'hai dunque sotto il tuo mantello, che invisibile e potente mi penetra nell'anima?
In alto sollevi le grevi ali della mente. Noi ci sentiamo oscuramente e inespimibilmente eccitati. Quanto povera e infantile m'appare ora la luce - quanto letificante e benedetto l'addio al giorno!".
"Deve sempre il mattino ritornare? Non va mai alla fine la potenza terrena? Una fatale operosità consuma il celeste volo della notte. Non avverrà mai che l'arcano sacrificio dell'amore bruci eternamente?
Fu attribuito in misura determinata alla luce il suo tempo; ma fuori dei limiti del tempo e dello spazio si estende l'imperio della notte. - Eterna è la durata del sonno. Santo dormire - non rallegrare avaramente coloro che sono consacrati alla notte in questa quotidiana fatica terrestre. Essi non sanno che sei tu a volteggiare intorno al delicato seno della ragazza e che dal suo seno fai cielo - essi non presentono che tu apri il paradiso e porti la chiave delle abitazioni ai beati, silenziosa ambasciatrice di misteri infiniti".
"Una volta io spandevo amare lagrime, e la mia speranza si struggeva mortalmente nel dolore, ed io solitario stavo presso lo sparuto colle che nell'angusto e buio spazio nascondeva la fisionomia della mia vita - solitario come mai alcuno in solitudine si trovò, ero premuto in un'angoscia indescrivibile - privo di forza, io non riuscivo a concepire che un pensiero di miseria.
Con infinita bramosia mi attaccavo alla fuggente e spenta vita: - allora dall'azzurra lontananza venne un tremito crepuscolare e ad un tratto la catena della luce strappò il vincolo della nascita. Là fuggì la magnificenza terrena, e con essa la mia mestizia; insieme si dileguò il mio dolore in un mondo nuovo, abissalmente profondo e tu, ispirazione notturna, dormiveglia del cielo, venisti su di me e lentamente la regione si sollevò in alto; su questa regione si librò il mio spirito disimpegnato, nato a nuova vita. [...] Millenni precipitarono lontano nel profondo, come temporali. Al suo collo io piansi alla nuova vita lagrime incantevoli.
Era questo l'unico sogno - e da quel momento io sperimento una fede immutabile nel cielo della notte e nella sua luce. La luce dell'amata".
sabato 2 luglio 2011
Nel dubbio, non facciamo solo gli scongiuri
Dopo esserci "dilettati" con l'arte contemporanea torniamo alle nostre discussioni semiserie. E lo facciamo prendendo in considerazione un tema particolarmente scottante, qual'è il rapporto uomo-ambiente. A dirla tutta, lo spunto di questo nuovo post l'ho tratto da questa lettera di Pascal Bruckner (di cui, confesso, non conosco nessuna opera) e dalla sua logica argomentativa quantomeno bizzarra.
Volendo sintetizzare ai minimi termini, Bruckner accusa gli ambientalisti di fare dei futili catastrofismi visto che possiamo spassarcela ancora per un po' e che, quindi, non abbiamo alcun motivo di "fasciarci la testa" ex-ante possibili catastrofi. Così scrive Bruckner:
"I discorsi allarmisti sull’atomo, sul clima, sul futuro del pianeta, nascondono una contraddizione. Se la situazione è così grave come dicono, a che serve insorgere? Perché non lasciarsi andare aspettando il diluvio? Per quanto riguarda le soluzioni suggerite, sembrano inferiori alla gravità del male. Sappiamo tutti cosa propongono la maggior parte delle correnti di questo movimento: abbandonare le automobili, i viaggi in aereo, consumare prodotti locali, abbandonare la carne, riciclare i rifiuti, piantare alberi, moderare i desideri, impoverirsi volontariamente. Tanto rumore per nulla! Enormità della diagnosi, derisione dei rimedi. Come fossimo gentili boy scout, ci prodigano di consigli d’economia casalinga degni delle nostre nonne. Poiché siamo sprovvisti di qualsiasi potere di fronte al Pianeta, facciamo fruttare quest’impotenza con piccoli gesti propiziatori: salire le scale a piedi, diventare vegetariani, andare in bicicletta… Gesti che ci danno l’illusione di agire per la terra". Per il resto, la lettera prosegue trascinando (stancamente) la stessa logica all'insegna del "futti e futtatindi", che preferisco risparmiarvi.
Perciò, proviamo a rispondere ad un filosofo con un altro Filosofo, che non penso si possa facilmente liquidare come un 'catastrofista' sia dal punto di vista ideologico che situazionale, in quanto dubito che già all'epoca della sua riflessione avessero a che fare con le attuali problematiche ambientali. Dunque, a lui la parola e a voi l'ardua sentenza finale su chi ci convenga ascoltare: "Il possesso del nutrimento è concesso dalla stessa natura a tutti gli esseri viventi, dalla loro nascita sino al compimento del loro sviluppo. E' chiaro che anche agli esseri umani bisogna estendere la garanzia naturale del cibo e stabilire che le piante esistono in vista degli animali e gli altri animali, se non tutti almeno la maggior parte, esistono in vista dell'uomo. Se, dunque la natura non fa nulla di inutile né di imperfetto, è necessario che essa abbia fatto tutte queste cose in vista dell'uomo.
Ma, nonostante ciò che dice Solone, ovvero che "nessun chiaro confine di ricchezza v'è per gli uomini", è ragionevole affermare che la quantità di simili mezzi sufficiente per una vita buona non è infinita. Dunque, una sola è la specie di acquisto dei beni che si possa definire naturale o giusta, ed è quella che ci deve mettere in condizione di raccogliere i mezzi strettamente necessari alla vita e utili alla comunità politica e familiare".
Tuttavia "ad alcuni sembra che il compito dell'amministrazione domestica [in greco oiko-nomia] sia quello di salvaguardare o aumentare all'infinito la consistenza del patrimonio pecuniario. La causa di questo atteggiamento è l'affaticarsi intorno a quelle cose che permettono di vivere, senza preoccuparsi di vivere bene, e poiché il desiderio di quelle cose non ha limiti, si desiderano i mezzi produttivi illimitati". Ipse dixit Aristotele nel libro primo della Politica. Perciò, anziché dannarci affannosamente per cercare nuove risorse energetiche da "spruppare" fino all'osso, non ci converrebbe rivedere il problema a monte, ovvero moderando all'insegna della sobrietà (e non del catastrofismo) i nostri standards di consumo?
ps: ridendo e scherzando questo blog ha compiuto un anno di vita. Più di 6000 visite non sono certo una bazzecola per un pincopallino qualsiasi come il sottoscritto. Perciò mi riprometto di dare una "svecchiata" grafica al blog (continuando a sostenere con voi che, volenti o nolenti, non possiamo non dirci filosofi).
Volendo sintetizzare ai minimi termini, Bruckner accusa gli ambientalisti di fare dei futili catastrofismi visto che possiamo spassarcela ancora per un po' e che, quindi, non abbiamo alcun motivo di "fasciarci la testa" ex-ante possibili catastrofi. Così scrive Bruckner:
"I discorsi allarmisti sull’atomo, sul clima, sul futuro del pianeta, nascondono una contraddizione. Se la situazione è così grave come dicono, a che serve insorgere? Perché non lasciarsi andare aspettando il diluvio? Per quanto riguarda le soluzioni suggerite, sembrano inferiori alla gravità del male. Sappiamo tutti cosa propongono la maggior parte delle correnti di questo movimento: abbandonare le automobili, i viaggi in aereo, consumare prodotti locali, abbandonare la carne, riciclare i rifiuti, piantare alberi, moderare i desideri, impoverirsi volontariamente. Tanto rumore per nulla! Enormità della diagnosi, derisione dei rimedi. Come fossimo gentili boy scout, ci prodigano di consigli d’economia casalinga degni delle nostre nonne. Poiché siamo sprovvisti di qualsiasi potere di fronte al Pianeta, facciamo fruttare quest’impotenza con piccoli gesti propiziatori: salire le scale a piedi, diventare vegetariani, andare in bicicletta… Gesti che ci danno l’illusione di agire per la terra". Per il resto, la lettera prosegue trascinando (stancamente) la stessa logica all'insegna del "futti e futtatindi", che preferisco risparmiarvi.
Perciò, proviamo a rispondere ad un filosofo con un altro Filosofo, che non penso si possa facilmente liquidare come un 'catastrofista' sia dal punto di vista ideologico che situazionale, in quanto dubito che già all'epoca della sua riflessione avessero a che fare con le attuali problematiche ambientali. Dunque, a lui la parola e a voi l'ardua sentenza finale su chi ci convenga ascoltare: "Il possesso del nutrimento è concesso dalla stessa natura a tutti gli esseri viventi, dalla loro nascita sino al compimento del loro sviluppo. E' chiaro che anche agli esseri umani bisogna estendere la garanzia naturale del cibo e stabilire che le piante esistono in vista degli animali e gli altri animali, se non tutti almeno la maggior parte, esistono in vista dell'uomo. Se, dunque la natura non fa nulla di inutile né di imperfetto, è necessario che essa abbia fatto tutte queste cose in vista dell'uomo.
Ma, nonostante ciò che dice Solone, ovvero che "nessun chiaro confine di ricchezza v'è per gli uomini", è ragionevole affermare che la quantità di simili mezzi sufficiente per una vita buona non è infinita. Dunque, una sola è la specie di acquisto dei beni che si possa definire naturale o giusta, ed è quella che ci deve mettere in condizione di raccogliere i mezzi strettamente necessari alla vita e utili alla comunità politica e familiare".
Tuttavia "ad alcuni sembra che il compito dell'amministrazione domestica [in greco oiko-nomia] sia quello di salvaguardare o aumentare all'infinito la consistenza del patrimonio pecuniario. La causa di questo atteggiamento è l'affaticarsi intorno a quelle cose che permettono di vivere, senza preoccuparsi di vivere bene, e poiché il desiderio di quelle cose non ha limiti, si desiderano i mezzi produttivi illimitati". Ipse dixit Aristotele nel libro primo della Politica. Perciò, anziché dannarci affannosamente per cercare nuove risorse energetiche da "spruppare" fino all'osso, non ci converrebbe rivedere il problema a monte, ovvero moderando all'insegna della sobrietà (e non del catastrofismo) i nostri standards di consumo?
ps: ridendo e scherzando questo blog ha compiuto un anno di vita. Più di 6000 visite non sono certo una bazzecola per un pincopallino qualsiasi come il sottoscritto. Perciò mi riprometto di dare una "svecchiata" grafica al blog (continuando a sostenere con voi che, volenti o nolenti, non possiamo non dirci filosofi).
venerdì 17 giugno 2011
L'arte non è cosa nostra - Biennale 11
Per Liberareggio.org
"Al rapimento estasiante ricercato dalle belle arti ora ci si contrappone drasticamente rendendo l’opera d’arte centro di uno scandalo. La nuova esigenza dell’opera d’arte diventa suscitare la pubblica indignazione".
Queste parole di Walter Benjamin (pubblicate nel 1936 nel celebre saggio “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”) mi aiutano non poco per introdurvi in questo breve reportage della Biennale, rassegna internazionale d’arte che si tiene dal 1907 a Venezia. Il gusto di provocare può essere infatti preso come il filo rosso che lega tra loro tutti i padiglioni della Biennale 2011. Niente può sfuggire al caustico sguardo dell’arte contemporanea: dalla “sete di mattone” di chi vuole possedere a tutti i costi una propria abitazione, anche se di formato extra-small (foto 1 e 2), al bisogno disperato di un impiego fisso, per quanto monotono e logorante possa essere (3 e 4), obiettivo indispensabile per sentirci nel nostro piccolo onnipotenti quando preleveremo il nostro stipendio al bancomat-organo che accompagna ogni operazione con una sinfonia aulica (5) e per poter soddisfare i nostri capricci consumistici all’insegna dell’hi-tech (6 e 7).
Quanto a provocazione non è stato da meno il padiglione Italia, dal titolo “L’arte non è cosa nostra”, sia per il suo formato monstre in occasione del 150° anniversario dell’unità nazionale (più di 200 opere esposte), sia per i contenuti proposti. Al di là dell’immancabile satira politica e di costume (8, 9, 10, 11), non poteva mancare uno sguardo alla storia e alle sorti italiche: ecco così Garibaldi che diventa un feticcio da oltraggiare (mettendo insolitamente d’accordo Nord e Sud) (12), e l’Italia che viene vista come una martire crocifissa e ancora sanguinante (13).
Ma a colpire particolarmente l’attenzione generale è stato il Museo della Mafia, curato da Cesare Inzerillo e Vittorio Sgarbi. Al suo oscuro interno i visitatori si ritrovano (metaforicamente) faccia a faccia con i ritratti (14, 15) e le gigantografie dei più pericolosi boss d’Italia, tra cui alcune star reggine (16, 17); possono inoltre osservare la ferocia delle esecuzioni militari dei mafiosi con una galleria di foto per stomaci forti (18, 19, 20); possono far loro visita nelle anguste cabine per le visite in carcere (21); possono infine ricordarsi la sorte di chi ha cercato di ostacolarli (22, 23). Ma, per fortuna, essere meridionali non vuol dire per forza essere mafiosi. Queste ultime due opere che vi propongo colgono due simboli universali della meridionalità e soprattutto della ‘rriggitanità: da un lato la fatica sul volto e sulle mani di chi tira avanti a campare (24), e dall’altro il sacro ozio di chi si ferma a guardare il vuoto di fronte a sé (25). Insomma, se tutti siamo un po’ artisti, i ‘rriggitani lo sono ad honoris causa.
"Al rapimento estasiante ricercato dalle belle arti ora ci si contrappone drasticamente rendendo l’opera d’arte centro di uno scandalo. La nuova esigenza dell’opera d’arte diventa suscitare la pubblica indignazione".
Queste parole di Walter Benjamin (pubblicate nel 1936 nel celebre saggio “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”) mi aiutano non poco per introdurvi in questo breve reportage della Biennale, rassegna internazionale d’arte che si tiene dal 1907 a Venezia. Il gusto di provocare può essere infatti preso come il filo rosso che lega tra loro tutti i padiglioni della Biennale 2011. Niente può sfuggire al caustico sguardo dell’arte contemporanea: dalla “sete di mattone” di chi vuole possedere a tutti i costi una propria abitazione, anche se di formato extra-small (foto 1 e 2), al bisogno disperato di un impiego fisso, per quanto monotono e logorante possa essere (3 e 4), obiettivo indispensabile per sentirci nel nostro piccolo onnipotenti quando preleveremo il nostro stipendio al bancomat-organo che accompagna ogni operazione con una sinfonia aulica (5) e per poter soddisfare i nostri capricci consumistici all’insegna dell’hi-tech (6 e 7).
Quanto a provocazione non è stato da meno il padiglione Italia, dal titolo “L’arte non è cosa nostra”, sia per il suo formato monstre in occasione del 150° anniversario dell’unità nazionale (più di 200 opere esposte), sia per i contenuti proposti. Al di là dell’immancabile satira politica e di costume (8, 9, 10, 11), non poteva mancare uno sguardo alla storia e alle sorti italiche: ecco così Garibaldi che diventa un feticcio da oltraggiare (mettendo insolitamente d’accordo Nord e Sud) (12), e l’Italia che viene vista come una martire crocifissa e ancora sanguinante (13).
Ma a colpire particolarmente l’attenzione generale è stato il Museo della Mafia, curato da Cesare Inzerillo e Vittorio Sgarbi. Al suo oscuro interno i visitatori si ritrovano (metaforicamente) faccia a faccia con i ritratti (14, 15) e le gigantografie dei più pericolosi boss d’Italia, tra cui alcune star reggine (16, 17); possono inoltre osservare la ferocia delle esecuzioni militari dei mafiosi con una galleria di foto per stomaci forti (18, 19, 20); possono far loro visita nelle anguste cabine per le visite in carcere (21); possono infine ricordarsi la sorte di chi ha cercato di ostacolarli (22, 23). Ma, per fortuna, essere meridionali non vuol dire per forza essere mafiosi. Queste ultime due opere che vi propongo colgono due simboli universali della meridionalità e soprattutto della ‘rriggitanità: da un lato la fatica sul volto e sulle mani di chi tira avanti a campare (24), e dall’altro il sacro ozio di chi si ferma a guardare il vuoto di fronte a sé (25). Insomma, se tutti siamo un po’ artisti, i ‘rriggitani lo sono ad honoris causa.
venerdì 13 maggio 2011
Disperati ululati impolitici
“Dovunque, in ogni tempo c’è stato gran malcontento contro i governi, le leggi e le pubbliche istituzioni; ma per la maggior parte è stato solo perché si è sempre pronti a far pesare su di quelli la miseria che è la compagna inseparabile dell’umana esistenza, in quanto essa è, per dirlo coi miti, la maledizione che colpì Adamo e tutto il seme con lui. Eppure mai quel miraggio ingannevole è stato manovrato in maniera tanto subdola e sfacciata quanto dai demagoghi del presente. Costoro sono infatti, in quanto nemici del cristianesimo, degli ottimisti: il mondo per loro è ‘fine a se stesso’, cioè, per sua natural conformazione, disposto a meraviglia, è la vera dimora della felicità. Invece i suoi mali, strazianti e infiniti, li ascrivono tutti ai governi; ché, se quelli, dicono, facessero il loro dovere, avremmo il paradiso in terra, vale a dire tutti potrebbero ingozzarsi, sbevazzare, moltiplicarsi e crepare senza la minima pena o fatica: infatti questa è la parafrasi del loro ‘fine a se stesso’, la mèta di quell’’infinito progresso dell’umanità’ che non si stancano di annunciare col loro pomposo frasario”.
Questo incipit tratto dalla Dottrina giuridica e politica di Schopenhauer mi aiuta ad introdurvi al tema di un nuovo intervento. L'ispirazione mi è stata fornita, oltre che dalla solita sensazione di bombardamento mediatico-politico in tempi di campagne elettorali, dalla lettura delle frizzanti Considerazioni di un impolitico di Thomas Mann. Ma prima una doverosa una premessa: non sono né un filomonarchico né simpatizzo per idee anarchiche o quant'altro. Credo anzi che la democrazia sia l'unico assetto statale che possa assicurare una qualche parvenza di libertà. Del resto, basta guardare a quante persone stanno combattendo in Africa e Medioriente per avere quello che noi già abbiamo per capire che non vi sono alternative migliori alla "demoretoricrazia", come la definisce sprezzantemente il Mann delle Considerazioni. Dunque, prendete quest'intervento come un momento di "intollerabile lucidità" (per citare il caro Cioran) o, se volete, come il pretesto per mettere ironicamente in luce i difetti della vecchia democrazia occidental-style. Del resto, come scrive lo stesso Mann, "parlare del contrario di una cosa è un'altra maniera di parlare della cosa stessa, una maniera anzi, che può servire benissimo a capirla concretamente".
E riguardo ai difetti della democrazia credo che anche voi, come me, sopportiate con difficoltà le alte dosi di retorica, demagogia, moralismo che poi implodono con straordinaria facilità in squallide aggressioni verbali (e non solo) a cui ormai assistiamo rassegnati. A tal proposito Mann scrive: "Il politico fa in modo di aprire fra se stesso e ogni animo sensibile contrario alla sua 'dottrina' tutto l'abisso che separa la virtù dalla depravazione. La solidarietà e fraternità di tutti gli uomini dello spirito che egli va proclamando, sono fraternità e solidarietà molto esclusive; escludono infatti severissimamente tutto quello che è altro da lui, escludono dubbi e contestazioni. Quel che gli preme non è uguaglianza di rango e valore, nè il fattore umano, bensì l'uniformità delle opinioni e la capacità di farle valere. Per questo si circonda di cervelli subalterni, di persone da cui non deve temere di essere nè contraddetto nè ostacolato, e tanto meno offeso. Egli ha bisogno di avere ragione. In questa maniera però si addormenta per sempre la coscienza, svanisce a poco a poco l'amore per il vero e per il giusto, e presto si giunge a quel grado di corruzione e di bigotteria dove a tutti coloro che non giurano fedeltà alla 'dottrina' è lasciata la scelta di considerarsi dei farabutti o dei mentecatti. Ecco la libertà di spirito come la intende il politico. Ecco la "solidarietà di tutti gli uomini dello spirito" come l'ha in mente lui. E dire che un tale fariseismo rigido e gelido va in giro a predicare l'umanità...".
"Lo Stato democratico è tanto poco diretto a combattere l’egoismo come tale, che anzi si è formato dall’egoismo di tutti, i quali, agendo in perfetta intesa e con metodo, sono passati dal punto di vista privato a quello generale, per cui la somma dei singoli egoismi si è costituita in un egoismo comunitario. […] “Una costituzione statale in cui si attuasse il diritto astratto, sarebbe una cosa eccellente per altri esseri che non fossero gli uomini; siccome la grande maggioranza degli uomini è per natura massimamente egoista, ingiusta, senza scrupoli, menzognera, talvolta anche malvagia e, in più, di ben meschina intelligenza, nasce la necessità di una forza concentrata in un solo uomo, posta anche al di sopra delle leggi e del diritto, esente da qualsiasi responsabilità. Soltanto così, a lungo andare, l’umanità può essere tenuta a freno e governata”.
E aggiunge ancora:"Ogni uomo di pochi discorsi, amante della verità e dotato di un onesto pessimismo dunque riconoscerà seriamente l’eterna inconciliabilità del conflitto tra la società e l’individuo. Riconoscerà che la vita sociale è e rimane la sfera della necessità immediata, del compromesso, delle antinomie irriducibili; parlerà di patetico inganno dei popoli, quando l’educazione illuminata a fondo positivistico promette la realizzazione di un’armonia degli interessi sociali e individuali tramite quell’impossibile demarcazione dei ‘diritti’ del singolo nei confronti degli uguali ‘diritti’ degli altri, e dunque la ‘libertà’, il ‘benessere individuale’, la ‘felicità’. Questo non è un motivo per incrociare le braccia; è motivo tuttavia per negare, su un piano spirituale, l’ubbidienza all’illuminismo politico. La sua untuosa nobiltà d’animo, la sua devozione compiaciuta ripugneranno a un uomo schietto, non solo perché egli capisce che la ‘felicità’ assicurata da tale illuminato messaggio è irraggiungibile, ma anche perché come ‘felicità’ gli sembra tutt’altro che desiderabile, anzi, del tutto indegna dell’uomo, in contrasto con lo spirito e con la cultura, ruminante e pacifica come mucche al pascolo e fondamentalmente senza anima".
Insomma, ride bene chi ride ultimo: e così anche noi, in quanto "popolo sovrano" siamo bersaglio delle ironie manniane: "Il popolo è giusto, saggio e buono. Tutto quello che fa è virtuoso e vero, per nulla esagerato, errato o delittuoso". Era Robespierre. Siamo di nuovo a quel punto? E' di nuovo a tal punto il nostro giudizio tiranneggiato dai tempi, da prendere per verità questa disgustosa santimonia? [...] Signore Iddio, il popolo! E' il popolo che sulle piazze canta e grida quando scoppia una guerra, ma incomincia a brontolare, a lamentarsi per dire che la guerra è un'impostura, se dura troppo e impone privazioni. Allora, se può, fa la rivoluzione; ma non di sua iniziativa, giacchè per le rivoluzioni ci vuole lo spirito e il popolo, di spirito, non ne possiede un granello. Non possiede che la violenza, unita all'ignoranza, alla stupidità e alla stortura". [...] Voi ritenete che il popolo abbia una mentalità progressista? "La tendenza del gregge" - dice Nietzsche - "è sempre a lasciare le cose come sono; non ha in sè nulla di creativo". Questa è una teoria a cui risponde il fatto spesso constatato che non c'è al mondo tanta inclinazione all'inerzia quanta nel popolo più basso, che l'ideale dell'assoluta inazione è tipico della classe che a malincuore si assume il titolo di 'lavoratrice'".
"Il popolo come entità che non sa governare né si lascia governare non è un prodotto dei tempi moderni. E’ stato e sarà sempre così. Questa situazione tormentosa è di tutti i tempi e di tutti i paesi. E non meno internazionali sono i palliativi usati per porvi rimedio: si chiamano politica interna, Parlamento, ‘democrazia’. [...] I capi, penso, vanno considerati come gli esponenti di una collettività; biasimare loro vuol dire biasimare se stessi, e allora forse si farebbe meglio a biasimare direttamente se stessi. Detesto il metodo di buttare la colpa su qualcuno, di ostracizzarlo, detesto gli sproloqui dei politicanti e la loro mania di prendersela con i ‘responsabili’, quel criticare da piazza tanto di moda fra i popoli latini, il loro “Piove? Abbasso il governo!”. Rincarando poi la dose nuovamente con Schopenhauer: "un sovrano eternamente minorenne che in conseguenza deve sottostare a una tutela permanente e non potrà mai da solo amministrare i propri diritti senza provocare infiniti pericoli; tanto più che, come tutti i minorenni, diventa facilmente lo strumento di insidiosi malfattori che appunto perciò si chiamano demagoghi”.
Forse "c'hazzeccato" ancora...
Questo incipit tratto dalla Dottrina giuridica e politica di Schopenhauer mi aiuta ad introdurvi al tema di un nuovo intervento. L'ispirazione mi è stata fornita, oltre che dalla solita sensazione di bombardamento mediatico-politico in tempi di campagne elettorali, dalla lettura delle frizzanti Considerazioni di un impolitico di Thomas Mann. Ma prima una doverosa una premessa: non sono né un filomonarchico né simpatizzo per idee anarchiche o quant'altro. Credo anzi che la democrazia sia l'unico assetto statale che possa assicurare una qualche parvenza di libertà. Del resto, basta guardare a quante persone stanno combattendo in Africa e Medioriente per avere quello che noi già abbiamo per capire che non vi sono alternative migliori alla "demoretoricrazia", come la definisce sprezzantemente il Mann delle Considerazioni. Dunque, prendete quest'intervento come un momento di "intollerabile lucidità" (per citare il caro Cioran) o, se volete, come il pretesto per mettere ironicamente in luce i difetti della vecchia democrazia occidental-style. Del resto, come scrive lo stesso Mann, "parlare del contrario di una cosa è un'altra maniera di parlare della cosa stessa, una maniera anzi, che può servire benissimo a capirla concretamente".
E riguardo ai difetti della democrazia credo che anche voi, come me, sopportiate con difficoltà le alte dosi di retorica, demagogia, moralismo che poi implodono con straordinaria facilità in squallide aggressioni verbali (e non solo) a cui ormai assistiamo rassegnati. A tal proposito Mann scrive: "Il politico fa in modo di aprire fra se stesso e ogni animo sensibile contrario alla sua 'dottrina' tutto l'abisso che separa la virtù dalla depravazione. La solidarietà e fraternità di tutti gli uomini dello spirito che egli va proclamando, sono fraternità e solidarietà molto esclusive; escludono infatti severissimamente tutto quello che è altro da lui, escludono dubbi e contestazioni. Quel che gli preme non è uguaglianza di rango e valore, nè il fattore umano, bensì l'uniformità delle opinioni e la capacità di farle valere. Per questo si circonda di cervelli subalterni, di persone da cui non deve temere di essere nè contraddetto nè ostacolato, e tanto meno offeso. Egli ha bisogno di avere ragione. In questa maniera però si addormenta per sempre la coscienza, svanisce a poco a poco l'amore per il vero e per il giusto, e presto si giunge a quel grado di corruzione e di bigotteria dove a tutti coloro che non giurano fedeltà alla 'dottrina' è lasciata la scelta di considerarsi dei farabutti o dei mentecatti. Ecco la libertà di spirito come la intende il politico. Ecco la "solidarietà di tutti gli uomini dello spirito" come l'ha in mente lui. E dire che un tale fariseismo rigido e gelido va in giro a predicare l'umanità...".
"Lo Stato democratico è tanto poco diretto a combattere l’egoismo come tale, che anzi si è formato dall’egoismo di tutti, i quali, agendo in perfetta intesa e con metodo, sono passati dal punto di vista privato a quello generale, per cui la somma dei singoli egoismi si è costituita in un egoismo comunitario. […] “Una costituzione statale in cui si attuasse il diritto astratto, sarebbe una cosa eccellente per altri esseri che non fossero gli uomini; siccome la grande maggioranza degli uomini è per natura massimamente egoista, ingiusta, senza scrupoli, menzognera, talvolta anche malvagia e, in più, di ben meschina intelligenza, nasce la necessità di una forza concentrata in un solo uomo, posta anche al di sopra delle leggi e del diritto, esente da qualsiasi responsabilità. Soltanto così, a lungo andare, l’umanità può essere tenuta a freno e governata”.
E aggiunge ancora:"Ogni uomo di pochi discorsi, amante della verità e dotato di un onesto pessimismo dunque riconoscerà seriamente l’eterna inconciliabilità del conflitto tra la società e l’individuo. Riconoscerà che la vita sociale è e rimane la sfera della necessità immediata, del compromesso, delle antinomie irriducibili; parlerà di patetico inganno dei popoli, quando l’educazione illuminata a fondo positivistico promette la realizzazione di un’armonia degli interessi sociali e individuali tramite quell’impossibile demarcazione dei ‘diritti’ del singolo nei confronti degli uguali ‘diritti’ degli altri, e dunque la ‘libertà’, il ‘benessere individuale’, la ‘felicità’. Questo non è un motivo per incrociare le braccia; è motivo tuttavia per negare, su un piano spirituale, l’ubbidienza all’illuminismo politico. La sua untuosa nobiltà d’animo, la sua devozione compiaciuta ripugneranno a un uomo schietto, non solo perché egli capisce che la ‘felicità’ assicurata da tale illuminato messaggio è irraggiungibile, ma anche perché come ‘felicità’ gli sembra tutt’altro che desiderabile, anzi, del tutto indegna dell’uomo, in contrasto con lo spirito e con la cultura, ruminante e pacifica come mucche al pascolo e fondamentalmente senza anima".
Insomma, ride bene chi ride ultimo: e così anche noi, in quanto "popolo sovrano" siamo bersaglio delle ironie manniane: "Il popolo è giusto, saggio e buono. Tutto quello che fa è virtuoso e vero, per nulla esagerato, errato o delittuoso". Era Robespierre. Siamo di nuovo a quel punto? E' di nuovo a tal punto il nostro giudizio tiranneggiato dai tempi, da prendere per verità questa disgustosa santimonia? [...] Signore Iddio, il popolo! E' il popolo che sulle piazze canta e grida quando scoppia una guerra, ma incomincia a brontolare, a lamentarsi per dire che la guerra è un'impostura, se dura troppo e impone privazioni. Allora, se può, fa la rivoluzione; ma non di sua iniziativa, giacchè per le rivoluzioni ci vuole lo spirito e il popolo, di spirito, non ne possiede un granello. Non possiede che la violenza, unita all'ignoranza, alla stupidità e alla stortura". [...] Voi ritenete che il popolo abbia una mentalità progressista? "La tendenza del gregge" - dice Nietzsche - "è sempre a lasciare le cose come sono; non ha in sè nulla di creativo". Questa è una teoria a cui risponde il fatto spesso constatato che non c'è al mondo tanta inclinazione all'inerzia quanta nel popolo più basso, che l'ideale dell'assoluta inazione è tipico della classe che a malincuore si assume il titolo di 'lavoratrice'".
"Il popolo come entità che non sa governare né si lascia governare non è un prodotto dei tempi moderni. E’ stato e sarà sempre così. Questa situazione tormentosa è di tutti i tempi e di tutti i paesi. E non meno internazionali sono i palliativi usati per porvi rimedio: si chiamano politica interna, Parlamento, ‘democrazia’. [...] I capi, penso, vanno considerati come gli esponenti di una collettività; biasimare loro vuol dire biasimare se stessi, e allora forse si farebbe meglio a biasimare direttamente se stessi. Detesto il metodo di buttare la colpa su qualcuno, di ostracizzarlo, detesto gli sproloqui dei politicanti e la loro mania di prendersela con i ‘responsabili’, quel criticare da piazza tanto di moda fra i popoli latini, il loro “Piove? Abbasso il governo!”. Rincarando poi la dose nuovamente con Schopenhauer: "un sovrano eternamente minorenne che in conseguenza deve sottostare a una tutela permanente e non potrà mai da solo amministrare i propri diritti senza provocare infiniti pericoli; tanto più che, come tutti i minorenni, diventa facilmente lo strumento di insidiosi malfattori che appunto perciò si chiamano demagoghi”.
Forse "c'hazzeccato" ancora...
domenica 17 aprile 2011
A spasso con Heidegger - part 2
Dopo il precedente post con cui ho cercato di introdurvi il più semplicemente possibile in quel affascinante labirinto che è "Essere e tempo", proseguiamo a spasso con Heidegger. Ci eravamo lasciati con tanti interrogativi; vediamo allora di rispondere ad uno ad uno introducendo nuovi elementi dell'analitica heideggeriana.
Dopo aver constatato che nell'esistenza quotidiana, ovvero nel dominio della sfera del Si, non si concretizza altro che un appiattimento logorante di ciascun individuo, inconsciamente assorbito dai meccanismi della quotidianità, ci siamo chiesti perché l'Esserci (ovvero quell'ente che noi tutti siamo) non si sottrae a tutto ciò. La risposta è semplice quanto inquietante. Perché proprio attraverso quell'essere nel mondo all'insegna della banalità, della routine fatta di giorni scanditi da momenti, abitudini e attività sempre uguali (e quando Heidegger esprime ciò definendo il nostro domani come "un eterno ieri" possiamo toccare con mano quel rivolo di poesia che scorre anche nella filosofia) noi ci sentiamo tranquilli e protetti. Trascorriamo la gran parte della nostra esistenza facendo ciò è meglio che si faccia; non abbiamo tempo per soffermarci un attimo a pensare qualcosa di più profondo rispetto a "cosa mi magno stasera?" o "cosa c'è in TV?".
Scherzi a parte (che poi tanto scherzi non sono), con questo non voglio demonizzare la quotidianità. Commetterei un grave errore che ogni fedele heideggeriano non finirebbe mai di rinfacciarmi. Infatti, come predica Heidegger, sarebbe impossibile decidere di sfuggire da questa dimensione della nostra esistenza, dato che essa è pur sempre una possibilità strutturale del nostro essere. Ovvero, fa parte di noi disperderci, distrarci, diventare dei piccoli "automi" al servizio del nostro capo/manager/cliente/amico/fidanzata e quant'altro. Ma se la quotidianità costituisce gran parte della nostra esistenza, come possiamo diventare consapevoli di ciò? E, dopo esserne diventati consapevoli, cosa fare per ottenere la tanto agognata autenticità o, se siete amanti del lessico filosofico, dell'essere?
Secondo Heidegger, l'unico modo di sottrarsi al nostro inevitabile decadimento è reso possibile da alcuni improvvisi e particolari "stati d'animo". In "Lettera sull'umanismo" il filosofo ne elenca alcuni come la noia e, non vorrei sbagliarmi, anche l'amore; ma in "Essere e tempo" lo stato d'animo rivelatore è quello dell'angoscia. Heidegger spiega meglio come intende l'angoscia distinguendola dalla paura. Nonostante entrambe possano essere pensate come una fuga, l'angoscia è diversa dalla paura per il davanti-a-che si fugge: qualcosa di minaccioso, ma di ben determinato (es: un leone voglioso di assaporare le vostre carni) nel caso della paura; il nostro essere-nel-mondo nell'indeterminatezza di ciò che potrà essere nel caso invece dell'angoscia. Nell'angoscia propriamente noi non fuggiamo da nulla perché tutto ci appare così privo di senso e importanza al punto tale da svanire. Non restiamo che noi. Soli con noi stessi. Abbandonati, anzi, a noi stessi in quanto gettati-nel-mondo (tranquilli, l'abuso di trattini non è dovuto a qualche patologia ma è per trasporre le cruciali definizioni esistenziali heideggeriane). L'angoscia non può essere prevista: essa ci appartiene dal primo istante della nostra esistenza, in quanto fin dal nostro primo respiro noi siamo gettati nel "nulla" della nostra esistenza. E qui il nulla non allude ad una svalutazione del valore della vita, bensì al fatto che non siamo a fondamento della nostra esistenza: non possiamo scegliere quando e come nascere; non sappiamo neanche quale e se ci sia un perché della nostra esistenza; non ci è dato sapere quando, come e perché torneremo a questo nulla da cui siamo spuntati.
Sento già l'eco dell'apparentemente ingenua domandina di fronte alla quale però filosofi di tutti i tempi sono impalliditi o hanno reagito sdegnosamente (argomentando che la filosofia non si "può sporcare così le mani" ecc. ecc.): ok, stando così le cose, che cosa ci resta da fare?
Heidegger, con quella sfrontatezza teutonica che contraddistingue ogni sua pagina, ci risponde. E lo fa collegandosi proprio a quell'ultima constatazione che abbiamo fatto a proposito della fine della nostra esistenza, cioè la morte. Prima che iniziate a fare gli scongiuri e a toccare ferro, è necessario spiegare questa particolare scelta heideggeriana. Abbiamo visto, a proposito della quotidianità, come uno dei problemi fosse quello che in essa l'Esserci non si pone minimamente il problema della sensatezza della propria esistenza perchè troppo "preso" da altri o da altro. Dunque, il cammino lungo le vie dell'essere e dell'autenticità non può che essere un cammino da intraprendere da soli. In questo l'angoscia ci dà una grossa mano, facendo non solo "scomparire" tutto ciò che ci circonda, ma aprendoci anche la possibilità di dirigere il nostro pensiero alla nostra morte, ovvero verso l'essere-per-la-morte. Tranquilli, non intendo invitarvi al suicidio. Anzi col suicidio, per dirla con Heidegger, ci resterebbe fatalmente precluso il senso della morte "naturale" che incombe su di noi e può arrivare in qualsiasi momento, senza che noi possiamo farci nulla.
Per evitare simili fraintendimenti e chiarire come pensare la morte, Heidegger fa alcuni esempi pratici riferendosi alla morte come fine, ossia acquisizione di un resto, riempimento di una mancanza, raggiungimento della completezza. Tutti questi significati si rivelano insufficienti per Heidegger, dato che con essi non si fa altro che reiterare quella logica matematico-calcolante con cui affrontiamo le questioni di tutti i giorni. La morte, allora, deve essere pensata come la possibilità suprema della nostra esistenza, o come la possibilità dell'impossibile (dato che dopo di essa non ci siamo più). Solo tenendo sempre presente questo limite invalicabile nelle nostre riflessioni e decisioni potremo, secondo Heidegger, rivolgere le nostre energie a ciò che più conta e smettere di inseguire infinitamente progetti, come se dovessimo esistere in eterno. Certo, anticipare, precorrere in un simile modo la possibilità ed il senso della morte in ogni nostra azione vuol dire fare una vita pesante, difficile, angosciante. Ma siamo sicuri che l'altra alternativa di cui disponiamo (la prigione falsamente dorata del Si) sia tanto meglio? Heidegger scalpita per risponderci: "L'anticipazione della morte svela all'Esserci la dispersione nel Si stesso e, sottraendolo ad esso, lo pone innanzi alla possibilità di essere se stesso, in una libertà appassionata, affrancata dalle illusioni del Si, effettiva, certa di se stessa e piena di angoscia: la LIBERTA' PER LA MORTE".
Dopo aver constatato che nell'esistenza quotidiana, ovvero nel dominio della sfera del Si, non si concretizza altro che un appiattimento logorante di ciascun individuo, inconsciamente assorbito dai meccanismi della quotidianità, ci siamo chiesti perché l'Esserci (ovvero quell'ente che noi tutti siamo) non si sottrae a tutto ciò. La risposta è semplice quanto inquietante. Perché proprio attraverso quell'essere nel mondo all'insegna della banalità, della routine fatta di giorni scanditi da momenti, abitudini e attività sempre uguali (e quando Heidegger esprime ciò definendo il nostro domani come "un eterno ieri" possiamo toccare con mano quel rivolo di poesia che scorre anche nella filosofia) noi ci sentiamo tranquilli e protetti. Trascorriamo la gran parte della nostra esistenza facendo ciò è meglio che si faccia; non abbiamo tempo per soffermarci un attimo a pensare qualcosa di più profondo rispetto a "cosa mi magno stasera?" o "cosa c'è in TV?".
Scherzi a parte (che poi tanto scherzi non sono), con questo non voglio demonizzare la quotidianità. Commetterei un grave errore che ogni fedele heideggeriano non finirebbe mai di rinfacciarmi. Infatti, come predica Heidegger, sarebbe impossibile decidere di sfuggire da questa dimensione della nostra esistenza, dato che essa è pur sempre una possibilità strutturale del nostro essere. Ovvero, fa parte di noi disperderci, distrarci, diventare dei piccoli "automi" al servizio del nostro capo/manager/cliente/amico/fidanzata e quant'altro. Ma se la quotidianità costituisce gran parte della nostra esistenza, come possiamo diventare consapevoli di ciò? E, dopo esserne diventati consapevoli, cosa fare per ottenere la tanto agognata autenticità o, se siete amanti del lessico filosofico, dell'essere?
Secondo Heidegger, l'unico modo di sottrarsi al nostro inevitabile decadimento è reso possibile da alcuni improvvisi e particolari "stati d'animo". In "Lettera sull'umanismo" il filosofo ne elenca alcuni come la noia e, non vorrei sbagliarmi, anche l'amore; ma in "Essere e tempo" lo stato d'animo rivelatore è quello dell'angoscia. Heidegger spiega meglio come intende l'angoscia distinguendola dalla paura. Nonostante entrambe possano essere pensate come una fuga, l'angoscia è diversa dalla paura per il davanti-a-che si fugge: qualcosa di minaccioso, ma di ben determinato (es: un leone voglioso di assaporare le vostre carni) nel caso della paura; il nostro essere-nel-mondo nell'indeterminatezza di ciò che potrà essere nel caso invece dell'angoscia. Nell'angoscia propriamente noi non fuggiamo da nulla perché tutto ci appare così privo di senso e importanza al punto tale da svanire. Non restiamo che noi. Soli con noi stessi. Abbandonati, anzi, a noi stessi in quanto gettati-nel-mondo (tranquilli, l'abuso di trattini non è dovuto a qualche patologia ma è per trasporre le cruciali definizioni esistenziali heideggeriane). L'angoscia non può essere prevista: essa ci appartiene dal primo istante della nostra esistenza, in quanto fin dal nostro primo respiro noi siamo gettati nel "nulla" della nostra esistenza. E qui il nulla non allude ad una svalutazione del valore della vita, bensì al fatto che non siamo a fondamento della nostra esistenza: non possiamo scegliere quando e come nascere; non sappiamo neanche quale e se ci sia un perché della nostra esistenza; non ci è dato sapere quando, come e perché torneremo a questo nulla da cui siamo spuntati.
Sento già l'eco dell'apparentemente ingenua domandina di fronte alla quale però filosofi di tutti i tempi sono impalliditi o hanno reagito sdegnosamente (argomentando che la filosofia non si "può sporcare così le mani" ecc. ecc.): ok, stando così le cose, che cosa ci resta da fare?
Heidegger, con quella sfrontatezza teutonica che contraddistingue ogni sua pagina, ci risponde. E lo fa collegandosi proprio a quell'ultima constatazione che abbiamo fatto a proposito della fine della nostra esistenza, cioè la morte. Prima che iniziate a fare gli scongiuri e a toccare ferro, è necessario spiegare questa particolare scelta heideggeriana. Abbiamo visto, a proposito della quotidianità, come uno dei problemi fosse quello che in essa l'Esserci non si pone minimamente il problema della sensatezza della propria esistenza perchè troppo "preso" da altri o da altro. Dunque, il cammino lungo le vie dell'essere e dell'autenticità non può che essere un cammino da intraprendere da soli. In questo l'angoscia ci dà una grossa mano, facendo non solo "scomparire" tutto ciò che ci circonda, ma aprendoci anche la possibilità di dirigere il nostro pensiero alla nostra morte, ovvero verso l'essere-per-la-morte. Tranquilli, non intendo invitarvi al suicidio. Anzi col suicidio, per dirla con Heidegger, ci resterebbe fatalmente precluso il senso della morte "naturale" che incombe su di noi e può arrivare in qualsiasi momento, senza che noi possiamo farci nulla.
Per evitare simili fraintendimenti e chiarire come pensare la morte, Heidegger fa alcuni esempi pratici riferendosi alla morte come fine, ossia acquisizione di un resto, riempimento di una mancanza, raggiungimento della completezza. Tutti questi significati si rivelano insufficienti per Heidegger, dato che con essi non si fa altro che reiterare quella logica matematico-calcolante con cui affrontiamo le questioni di tutti i giorni. La morte, allora, deve essere pensata come la possibilità suprema della nostra esistenza, o come la possibilità dell'impossibile (dato che dopo di essa non ci siamo più). Solo tenendo sempre presente questo limite invalicabile nelle nostre riflessioni e decisioni potremo, secondo Heidegger, rivolgere le nostre energie a ciò che più conta e smettere di inseguire infinitamente progetti, come se dovessimo esistere in eterno. Certo, anticipare, precorrere in un simile modo la possibilità ed il senso della morte in ogni nostra azione vuol dire fare una vita pesante, difficile, angosciante. Ma siamo sicuri che l'altra alternativa di cui disponiamo (la prigione falsamente dorata del Si) sia tanto meglio? Heidegger scalpita per risponderci: "L'anticipazione della morte svela all'Esserci la dispersione nel Si stesso e, sottraendolo ad esso, lo pone innanzi alla possibilità di essere se stesso, in una libertà appassionata, affrancata dalle illusioni del Si, effettiva, certa di se stessa e piena di angoscia: la LIBERTA' PER LA MORTE".
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