mercoledì 14 agosto 2013

Al bar

Cos'è un bar? Niente più che un locale in cui si servono caffé, bevande e altre vivande. Il termine 'bar' deriverebbe dall'inglese 'barrier', sbarra, poiché nell'America del Sud, all'epoca della prima colonizzazione, lo spazio riservato alla vendita di alcolici nelle bettole era separato dal resto del locale appunto da una sbarra (Wikipedia).

Ma siamo sicuri che il significato di un bar si esaurisca in tutto ciò? Probabilmente starete faticando a seguirmi. Forse perché non avete un ‘vostro’ bar, un punto di ritrovo con i vostri amici, dove bighellonare e sparare un po’ di sacrosante ‘minchiate’. Forse due esempi mi aiuteranno per dimostrare come un semplice bar possa diventare molto di più rispetto a ciò che siamo abituati a pensare.

1)      Vincent Van Gogh, Le café de nuit (1888)



Raramente come in questo caso si ha la vivida impressione di essere dei derelitti, di toccare con mano cosa vuol dire una vita border-line. È notte fonda, sono rimasti in pochi nel locale: una coppia che conversa teneramente mitiga la (non) presenza di alcuni uomini intorpiditi dall’alcol. Van Gogh ci consegna un’immagine allucinata, avvolta in una luce che esaspera l’atmosfera e la prospettiva. Una luce bellissima, vuota, disperata, come lo sguardo che il proprietario del locale, accanto al tavolo da biliardo, ci rivolge. Di questo dipinto, lo stesso Van Gogh disse: “Ho voluto esprimere col rosso e verde le terribili passioni umane e sottolineare come il caffè è un luogo in cui ci si possa rovinare, diventar pazzi e commettere un delitto”.

2)      Èdouard Manet, Un bar aux Folies-Bergère, (1881-82)


“Manet – scrive Michel Foucault prendendo spunto da quest’opera - ha fatto giocare nella rappresentazione gli elementi materiali fondamentali della tela; era in procinto di inventare  il quadro-oggetto, se volete, la pittura-oggetto, ed è questa senza dubbio la condizione fondamentale affinché finalmente un giorno ci si liberi dalla rappresentazione e si lasci giocare lo spazio con le sue proprietà pure e semplici, le sue stesse proprietà materiali.

Osservate lo specchio. Esso occupa praticamente tutto lo sfondo del quadro. Il bordo dello specchio è una cornice dorata che permette a Manet di chiudere lo spazio con una sorta di superficie piana, come con un muro. Ma in maniera particolarmente perversa Manet ha rappresentato su questo muro, per il fatto che è uno specchio, quel che c’è davanti alla tela, ma in modo che non appare, che non c’è, una autentica profondità. È la doppia negazione della profondità, poiché non soltanto non si vede quel che sta dietro la donna, essendo immediatamente davanti allo specchio, ma dietro la donna non si vede neppure quel che le sta davanti.

[…] Molto importante è la maniera in cui i personaggi, o piuttosto gli elementi, sono rappresentati nello specchio. La più grande distorsione è nel riflesso della donna. Ora, non sono necessarie precise nozioni di ottica per rendersi conto – lo si comprende dal disagio che si prova guardando questo quadro – che per vedere il riflesso di una donna lì dov’è situato, lo spettatore e il pittore dovrebbero trovarsi del tutto lateralmente; solo così la donna qui situata avrebbe il suo riflesso là verso l’estrema destra. Ebbene, è del tutto evidente che il pittore non può essersi situato sulla destra poiché vede la ragazza non di profilo ma di fronte. Dunque il pittore occupa – e lo spettatore è invitato a farlo con lui – successivamente, o piuttosto simultaneamente, due posizioni incompatibili.

[…] Ma non basta: qui vedete il riflesso di un personaggio che è di fronte alla donna e le sta parlando: bisogna dunque supporre che qualcuno occupi la posizione che dovrebbe essere occupata dal pittore. Ebbene se vi fosse davanti alla donna qualcuno che le sta parlando, e così da vicino, vi sarebbe necessariamente sul volto della donna, sulla sua gola bianca, e ugualmente sul marmo, qualcosa come un’ombra. Invece non vi è nulla: l’illuminazione è diretta, colpisce senza ostacolo né schermo alcuno tutto il corpo della donna e il marmo: dunque, affinché qui vi sia un riflesso bisogna che vi sia qualcuno, ma affinché vi sia una simile illuminazione bisogna che non vi sia nessuno. Dunque, oltre all’incompatibilità tra la posizione centrale e laterale, abbiamo anche l’incompatibilità tra presente e assente.Questa esclusione di ogni luogo stabile e definitivo in cui situare lo spettatore è evidentemente una delle proprietà fondamentali di questo quadro e spiega l’incanto e al tempo stesso lo straniamento che si prova nel guardarlo.


Mentre tutta la pittura classica, con il suo sistema di linee, di prospettiva, di punto di fuga e così via, assegnava allo spettatore e al pittore un luogo preciso, fisso, inamovibile da cui lo spettacolo veniva visto, in un quadro come questo, sebbene si abbia l’impressione di aver tutto sotto mano, di poter quasi toccarlo, ebbene, malgrado questo, o forse a causa di questo, o in ogni caso con questo, non è possibile sapere dove fosse situato il pittore per dipingere il quadro come l’ha dipinto, e dove dovremmo situarci noi per vedere uno spettacolo come quello. Voi vedete che allora, con quest’ultima tecnica, Manet fa giocare la proprietà del quadro di non essere assolutamente uno spazio normativo la cui rappresentazione ci assegna o assegna allo spettatore un punto e un unico punto da cui guardare, e il quadro appare come uno spazio davanti al quale e in rapporto al quale ci si può spostare. Ecco che la tela, in un certo senso di fisico, è in procinto di apparire e di giocare con tutte le sue proprietà all’interno della rappresentazione”.

venerdì 31 maggio 2013

Un filosofo alla Biennale

Venezia è invasa. Il carrozzone della 55° Biennale d’arte è partito inarrestabile. Lo noti appena esci di casa: le calli sono piene di eccentrici stramboidi, ancor più di quanto non lo siano già nel resto dell’anno. Tuttavia, pur non impazzendo per l’eccesso di glamour che la più famosa mostra d’arte contemporanea al mondo porta con sé, difficilmente riesco a resistere alla tentazione di gironzolare per i suoi padiglioni. Specialmente per quelli sparsi nella città, dato che si tratta dell’unica occasione per poter entrare nei tesori nascosti dei palazzi storici veneziani.

Con questo spirito arrivo questo pomeriggio a Palazzo Falier che ospita una mostra personale di Pedro Cabrita Reis. Entro e mi ritrovo in un labirinto di travi di alluminio che sorreggono degli immancabili neon bianchi. In qualche stanza c’è addirittura un dipinto, completamente nero con qualche macchia marrone. Ecco realizzarsi, inizio allora a pensare, la solita truffa dell’arte contemporanea. Cerco di consolarmi con la vista del Canal Grande, quando noto che c’è un’ultima stanza che m’era sfuggita.

Entro e c’è lui. Ludwig Wittgenstein mi guarda serio ma anche un po’ canzonatorio. Sulle pareti un trionfo di fogli, schizzi, appunti. In alcuni di essi vi sono citazioni del suo Tractatus Logico-Philosophicus. Senza soffermarmi a leggerli tutti, d’improvviso capisco. Così come Wittgenstein invitava a “rompere in modo radicale con l’idea che il linguaggio funzioni sempre in un unico modo, serva sempre allo stesso modo: trasmettere pensieri – siano questi pensieri intorno a case, a dolori, al bene e al male, o a qualunque altra cosa” (Ricerche filosofiche, § 304), quello di Cabrita Reis era un messaggio analogo: smettila di vedere ciò che ti circonda con gli occhi dell’ordinarietà e osserva meglio.

Torno alle travi di alluminio. Vi guardo dentro e tra una trave e l’altra iniziano a crearsi giochi prospettici, come in un caleidoscopio. Così, quello che prima m’era sembrato niente più che un sostegno, si rivela essere tutt’altro. Ritorno nella stanza dove imperava la foto di Wittgenstein. Voglio salutarlo come si deve. Prendo le sue “Ricerche filosofiche” che quasi per caso avevo messo in borsa stamattina e inizio a sfogliarle.



Un concetto sfumato è davvero un concetto? Una fotografia sfocata è davvero il ritratto di una persona? È sempre possibile sostituire vantaggiosamente un’immagine sfocata con una nitida? Spesso non è proprio l’immagine sfocata ciò di cui abbiamo bisogno?

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In logica non può esserci nulla di vago. Ora viviamo con quest’idea: che l’ideale ‘deve’ trovarsi nella realtà. Invece non si vede ancora come vi si trovi, e non si comprende la natura di questo ‘deve’. Crediamo che essa debba essere conficcato nella realtà; infatti crediamo di scorgerlo già in essa.

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L’ideale, nel nostro pensiero, sta saldo e inamovibile. Non puoi uscirne. Devi sempre tornare indietro. Non c’è alcun fuori; fuori manca l’aria per respirare. – Di dove proviene ciò? L’idea è come un paio di occhiali posati sul naso, e ciò che vediamo lo vediamo attraverso essi. Non ci viene mai in mente di toglierli.

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Si predica della cosa ciò che è insito nel modo di rappresentarla.

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Ogni spiegazione deve essere messa al bando, e soltanto la descrizione deve prendere il suo posto. E questa descrizione riceve la sua luce, cioè il suo scopo, dai problemi filosofici. Questi non sono, naturalmente, problemi empirici, ma problemi che si risolvono penetrando l’operare del nostro linguaggio in modo da riconoscerlo: contro una forte tendenza a fraintenderlo. I problemi si risolvono non già producendo nuove esperienze, bensì assestando ciò che da tempo ci è noto. La filosofia è una battaglia contro l’incatenamento del nostro intelletto, per mezzo del nostro linguaggio.

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I risultati della filosofia sono la scoperta di un qualche schietto non-senso e di bernoccoli che l’intelletto si è fatto cozzando contro i limiti del linguaggio. Essi, i bernoccoli, ci fanno comprendere il valore di quella scoperta.

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Nell’impiego effettivo delle espressioni facciamo, per così dire, lunghi giri, percorriamo strade secondarie. Vediamo bensì davanti a noi la strada larga e diritta, ma non possiamo certo servircene, perché è permanentemente chiusa.

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Qual è il tuo scopo in filosofia? – Indicare alla mosca la via d’uscita dalla trappola.

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Ciò che mi propongo di insegnare è: passare da un non-senso occulto a un non-senso palese.

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Non pensare che sia cosa ovvia il fatto che i quadri e le narrazioni fantastiche ci procurano piacere, tengono occupata la nostra mente; anzi, si tratta di un fatto fuori dell’ordinario.
(‘Non pensare che sia cosa ovvia’ – questo vuol dire: Meravigliatene, come fai per altre cose che ti procurano turbamento. Allora ciò che v’è di problematico scomparirà, per il fatto che tu accetti questo fatto così come accetti quegli altri).

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Gli aspetti per noi più importanti delle cose sono nascosti dalla loro semplicità e quotidianità. (Non ce ne possiamo accorgere, - perché li abbiamo sempre sotto gli occhi). Gli autentici fondamenti di una ricerca non danno affatto nell’occhio a chi vi è impegnato; a meno che non sia stato colpito una volta da questo fatto. – E questo vuol dire: ciò che, una volta visto, è il più evidente, e il più forte, questo non ci colpisce.

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Non credere sempre di ricavare le tue parole dalla lettura dei fatti; di raffigurare i fatti in parole, secondo certe regole! Perché l’applicazione della regola al caso particolare dovrai farla tu, senza alcuna guida.


lunedì 18 marzo 2013

Odo

Per tanto tempo ho pensato, a la Wackenroder, che la musica poco tollerasse non solo di essere "spiegata" ma anche soltanto di essere accostata a delle parole. Eppure un magistrale accostamento ha fatto vacillare questa mia convinzione: chissà che non succeda lo stesso anche a voi.



Diffugere nives, redeunt iam gramina campis
arboribusque comae;
mutat terra vices et decrescentia ripas
flumina praetereunt;
Gratia cum Nymphis geminisque sororibus audet
ducere nuda choros.

Immortalia ne speres, monet annus et almum
quae rapit hora diem.
Frigora mitescunt Zephyris, ver proterit aestas,
interitura simul
pomifer autumnus fruges effuderit, et mox
bruma recurrit iners.
Damna tamen celeres reparant caelestia lunae:
nos ubi decidimus
quo pater Aeneas, quo dives Tullus et Ancus,
pulvis et umbra sumus.
Quis scit an adiciant hodiernae crastina summae
tempora di superi?
Cuncta manus avidas fugient heredis, amico
quae dederis animo.

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La neve si dilegua e tornano l'erba nei campi,
sugli alberi le foglie;
muta aspetto la terra e i fiumi in stanca
scorrono fra le rive;
la Grazia allora gioca a guidare ignuda la danza
delle sorelle e delle ninfe.

Non illuderti d'essere immortale, t'ammoniscono
gli anni e i giorni che passano in un attimo.
Mitiga il vento il gelo a primavera e questa
la estingue l'estate che fugge,
poi quando l'autunno avrà dato i suoi frutti e le biade,
torna l'inverno senza vita.
Ma rapida la luna ripara i danni del cielo:
noi quando cadiamo nel buio,
dove si trovano il padre di Enea, Anco e il ricco Tullo,
non siamo che polvere e ombra.
E non sappiamo se gli dei del cielo raggiungeranno
un domani ai giorni passati.
Tutto ciò che per tua gioia avrai concesso a te stesso
sfugge all'avida mano dell'erede.

Q. Orazio Flacco, Odi, IV 7

domenica 17 febbraio 2013

I dolori del giovane Ratzinger


Come un qualsiasi general manager di una holding internazionale, Papa Benedetto XVI s’è dimesso. Come interpretare queste dimissioni? Come un segno dei frenetici tempi che corriamo? Oppure come un gesto di insospettabile modernità per un Papa unanimemente considerato ultra-conservatore?

Durante l’omelia dell’ultimo Natale, Benedetto XVI disse: “Sempre meno tempo abbiamo a disposizione per Dio. La questione che riguarda lui non sembra mai urgente. Il nostro tempo è già completamente riempito. Ma le cose vanno ancora più in profondità. Dio ha veramente un posto nel nostro pensiero? La metodologia del nostro pensare è impostata in modo che Egli, in fondo, non debba esistere. Anche se sembra bussare alla porta del nostro pensiero, Egli dev’essere allontanato con qualche ragionamento”.

Forse, da un lato, le dimissioni di Benedetto XVI non sono altro che l’immediata conseguenza della “lettera di licenziamento” con cui abbiamo liquidato Dio; oppure, più semplicemente, possiamo interpretarle come la reazione di un uomo sentitosi inadeguato rispetto a tutto un contesto, quello del Vaticano, sempre più impastoiato in “affari” che poco hanno a che vedere con la spiritualità. Ecco allora presentarsi un problema antico quanto il mondo: il confronto dell’uomo con se stesso ed i suoi limiti.

Il celebre libro di Qòelet così recita: “Quale utilità ricava l’uomo da tutto l’affanno per cui fatica sotto il sole? Una generazione va, una generazione viene ma la terra resta sempre la stessa. […] Tutte le cose sono in travaglio e nessuno potrebbe spiegarne il motivo. Non si sazia l’occhio di guardare né mai l’orecchio è sazio di udire. Ciò che è stato sarà e ciò che è fatto si rifarà; non c’è niente di nuovo sotto il sole”. (1.3 – 1.10)

Tuttavia, parafrasando Foucault, spesso il limite non è che il preludio all’illimitato, per non dire al divino. E la religione cristiana, come tutti i culti in genere, non ha “sfruttato” l’umano bisogno di certezze, proponendo una forma di ricompensa ultraterrena alle fatiche e alle sofferenze mondane, per costruire il suo impero spirituale e, soprattutto, temporale?

“Tutti i giorni dell’uomo non sono che dolori e preoccupazioni penose; il suo cuore non riposa neppure di notte. (2.22) […] Ho concluso che non c’è nulla di meglio per gli uomini, che godere e agire bene nella loro vita; ma che un uomo mangi, beva e goda del suo lavoro è un dono di Dio. Riconosco che qualunque cosa Dio fa è immutabile; non c’è nulla da aggiungere, nulla da togliere. Dio agisce così perché si abbia timore di lui. Ma ho anche notato che sotto il sole al posto del diritto c’è l’iniquità e al posto della giustizia c’è l’empietà. Ho pensato: Dio giudicherà il giusto e l’empio, perché c’è un tempo per ogni cosa e per ogni azione” (3.12 – 3.18).

Certamente essersi emancipati da una simile concezione dell’esistenza gravata del timore di Dio è stata una conquista. Ma se il prodotto di questa conquista è stato l’iper-concreto e sfrontato uomo d’oggi, la cui “metodologia di pensiero” esclude risolutamente qualsiasi cosa che presenti la minima implicazione spirituale, forse il prezzo pagato è stato troppo alto.

“Epilogo: Qòelet cercò di trovare pregevoli detti e scrisse con esattezza parole di verità. Le parole dei saggi sono come pungoli; come chiodi piantati, le raccolte di autori: esse sono date da un solo pastore. […] Conclusione del discorso, dopo che si è ascoltato ogni cosa: Temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché questo per l’uomo è tutto” (12.9 – 12.12).

lunedì 21 gennaio 2013

A mare cu tutti i 'rrobbi

Viviamo strani giorni. Non è soltanto il ritornello di una famosa canzone di Battiato, ma quello che stiamo vivendo oggi. Non solo perché ci ritroviamo bombardati da una campagna elettorale a metà strada tra il grottesco ed il surreale, ma anche perché le feste natalizie sono trascorse, riconsegnandoci alla routine quotidiana. Personalmente però, prima di fare ritorno nella 'calda' laguna, mi sono preso qualche momento per riassaporare il meglio della mia terra: il mare. Un mare che, sopratutto quando è in tempesta, rimane troppo generoso con noi. Per questo stasera lascio spazio ad un filosofo che ha saputo come pochi descrivere le sensazioni fisiche ma, azzarderei, anche metafisiche che il mare sa suscitare in me. Il mare di riferimento è il Mediterraneo su cui si affaccia Algeri, città natìa di Albert Camus.


Tratto da: Nozze (1936-37)

Qui, so che mai mi avvicinerò abbastanza al mondo. Devo essere nudo e poi immergermi nel mare, ancora tutto odoroso delle essenze della terra, lavare queste da quello, e allacciare sulla mia pelle la stretta per la quale da tanto tempo sospirano labbra a labbra la terra e il mare. Entrato nell’acqua, il brivido, il salire di una vischiosità fredda e opaca, poi il tuffo nel ronzio delle orecchie, il naso che cola e la bocca amara – nuotare, le braccia lucide d’acqua uscite dal mare per dorarsi nel sole e ripiegate in una torsione di tutti i muscoli, l’acqua che scorre sul mio corpo, le gambe che prendono tumultuosamente possesso dell’onda – e l’assenza di orizzonte. Sulla spiaggia, cadere nella sabbia, abbandonato al mondo, rientrato nella mia pesantezza di carne e d’ossa, intontito di sole, con uno sguardo, di tanto in tanto, alle braccia ove la pelle asciugando scopre, quando l’acqua scivola via, la peluria bionda e il polverio di sale.

Qui capisco quel che chiamano gloria: il diritto di amare senza misura. C’è un solo amore in questo mondo. Stringere un corpo di donna è anche tenere contro di sé questa gioia strana che scende dal cielo verso il mare. Fra poco, quando mi getterò negli assenzi per farmi entrare il loro profumo nel corpo, sarò cosciente, contro ogni pregiudizio, di compire una verità che è quella del sole e sarà anche quella della mia morte. In certo senso, è proprio la mia vita che io recito qui, una vita che sa di pietra calda, piena dei sospiri del mare e delle cicale che cominciano a cantare adesso. La brezza è fresca e il cielo turchino. Amo questa vita con abbandono e voglio parlarne liberamente: essa mi dà l’orgoglio della mia condizione d’uomo. Pure, spesso mi è stato detto: non esiste nulla di cui essere fiero. Si, qualcosa c’è: questo sole, questo mare, il mio cuore che balza di giovinezza, il mio corpo che sa di sale e l’immenso scenario dove s’incontrano l’amore e la gloria nel giallo e nell’azzurro. È per conquistare questo che devo adoperare la mia forza e le mie risorse. Qui tutto mi lascia integro, non abbandono nulla di me stesso, non indosso alcuna maschera: mi basta apprendere pazientemente la difficile scienza della vita che vale certamente tutto il loro saper vivere.

[…] Con i denti affondati nella pesca, ascolto le forti pulsazioni del sangue salire fino alle orecchie, guardo tutt’occhi. Sul mare, è il silenzio enorme di mezzogiorno. Ogni creatura bella ha l’orgoglio naturale della propria bellezza e il mondo oggi lascia stillare il suo orgoglio da ogni parte. Perché, davanti al mondo, negherei la gioia di vivere, se so di non poter limitare tutto alla gioia di vivere? Non c’è disonore ad essere felici. Ma oggi l’imbecille è re, e chiamo imbecille colui che ha paura di gioire. […] Non posso fare a meno di rivendicare l’orgoglio di vivere che tutto il mondo cospira a darmi.

[…] Le montagne, il cielo, il mare sono come volti in cui si scopre l’aridità o lo splendore a forza di guardare invece di vedere. Ma ogni volto, per essere eloquente, deve subire un certo rinnovamento. E ci si lamenta di stancarsi troppo rapidamente mentre bisognerebbe meravigliarsi che il mondo ci appaia nuovo solamente perché è stato dimenticato.

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Tratto da: L’estate a Algeri

Sono spesso segreti gli amori che si spartiscono con una città. Città come Parigi, Praga, e anche Firenze sono chiuse su se stesse e limitano così il proprio mondo. Ma Algeri, e con lei certi luoghi privilegiati come le città sul mare, si apre verso il cielo come una bocca o una ferita. A Algeri si può amare quello di cui tutti vivono: il mare ad ogni angolo di strada, un certo peso di sole, la bellezza della razza. E, come sempre, in questa impudicizia e in questa offerta si ritrova un profumo più segreto. A Parigi, si può avere la nostalgia di spazio e di battiti d’ali. Qui, almeno, l’uomo è appagato, e sicuro dei suoi desideri, può misurare le proprie ricchezze.

Senza dubbio bisogna vivere molto tempo a Algeri per capire in quale modo un eccesso di beni naturali può inaridire. Non c’è nulla qui per chi voglia imparare, educarsi o divenire migliore. Questo paese è senza insegnamenti. Non promette e nemmeno fa intravedere. Si accontenta di dare, ma a profusione. È interamente presente agli occhi e lo si conosce dall’istante in cui se ne gode. I suoi piaceri non hanno anime chiaroveggenti, cioè consolazione. Chiede che si faccia atto di lucidità come si fa atto di fede. Singolare paese che dà all’uomo che esso nutre il suo splendore e, al tempo stesso, la sua miseria! Non è sorprendente che la ricchezza sensuale di cui è provvisto un uomo sensibile di questi paesi coincida con la miseria più estrema. Non esiste verità che non porti con sé amarezza. Come stupirsi allora se non amo mai tanto il volto di questo paese come quando sono fra i suoi uomini più poveri?

Gli uomini trovano qui durante tutta la giovinezza una vita a misura della loro bellezza. E poi, è il declino e l’oblio. Hanno puntato sulla carne, ma sapevano di dover perdere. A Algeri, per chi è giovane e vivo, tutto è rifugio e pretesto a tronfi: la baia, il sole, i giuochi di rosso e di bianco delle terrazze verso il mare, i fiori, gli stadi, le ragazze dalle floride gambe. Ma per chi ha perduto la gioventù, nulla a cui appigliarsi e nessun luogo in cui la malinconia possa salvarsi da se stessa. Altrove, le terrazze d’Italia, i chiostri d’Europa o il profilo delle colline provenzali, altrettanti posti dove l’uomo può sfuggire alla propria umanità e liberarsi con dolcezza da se stesso. Ma qui tutto esige solitudine e sangue di uomini giovani.


[…] Sentire i propri legami con una terra, il proprio amore per alcuni uomini, sapere che c’è sempre un luogo in cui il cuore troverà la sua armonia, ecco già molte certezze per una sola vita umana. Senza dubbio ciò non basta. Ma in certi istanti tutto aspira a questa patria dell’anima. ‘Si, è laggiù che dobbiamo tornare’. Che cosa c’è di strano a ritrovare sulla terra l’unione che auspicava Plotino? L’Unità si esprime qui in termini di sole e di mare. È sensibile al cuore per un certo sapore di carne che ne fa l’amarezza e la grandezza. Imparo che non esiste la felicità sovrumana, né eternità fuori dalla curva dei giorni. Questi beni irrisori ed essenziali, queste verità relative sono le sole che mi commuovano. Le altre, le ‘verità ideali’, non ho abbastanza anima per capirle. Non che sia necessario esser bestia, ma non trovo senso nella felicità degli angeli. So solamente che il cielo durerà più di me. E che cosa dovrei chiamare eternità se non ciò che continuerà dopo la mia morte? Non esprimo qui una compiacenza della creatura nella propria condizione. È tutt’altra cosa. Non è sempre facile essere uomo, ancora meno essere uomo puro. Ma essere puro significa ritrovare quella patria dell’anima in cui la parentela col mondo diventa sensibile, in cui  il pulsare del sangue si connette con le pulsazioni violente del sole delle due. È noto che la patria si riconosce sempre al momento di perderla. Per chi si tormenta troppo da solo, il paese natale è quello che gli è negato. Non vorrei essere brutale né sembrare esagerato. Ma quel che mi è negato in questa vita è prima di tutto ciò che mi uccide. Tutto ciò che esalta la vita, ne accresce al tempo stesso l’assurdità. Nell’estate algerina imparo che una sola cosa è più tragica della sofferenza: la vita di un uomo felice. Ma può essere anche la via per una vita più alta, perché insegna a non barare.

[...] Dal vaso di Pandora, in cui brulicavano i mali dell’umanità, i Greci fecero uscire dopo tutti gli altri, come il più terribile di tutti, la speranza. Non conosco simbolo più appassionato. Perché la speranza, al contrario di quel che si crede, equivale alla rassegnazione. E vivere non è rassegnarsi. Ecco la dura lezione delle estati d’Algeria. Ma già la stagione trema e l’estate declina. Le prime piogge di settembre, dopo tanta violenza e tensione, sono come le prime lacrime della terra liberata, come se per qualche giorno questo paese s’impastasse di tenerezza. Nello stesso periodo però, i carrubi spandono un odore d’amore su tutta l’Algeria. È la sera in cui, dopo la pioggia, tutta la terra, col ventre imbevuto di un seme dal profumo di mandorla amara, riposa dopo essersi data per tutta l’estate al sole. Ed ecco che di nuovo questo odore consacra le nozze dell’uomo e della terra, e fa nascere in noi il solo amore veramente virile in questo mondo: caduco e generoso.

domenica 16 dicembre 2012

All'amata Venezia dedica queste righe l'autore

Esattamente due anni fa, per la prima volta in vita mia, mettevo piede a Venezia. Il mio abbigliamento, dato che come mi ripete sempre mia mamma "Là c'è il gelo", era il seguente: cappello di lana blu doppio risvolto, piumino d'oca color oro più grande di me di almeno due taglie per una maggiore copertura termica (sempre mia mamma docet); numero 1 maglietta della salute (doverosamente acrilica), numero 1 maglione in piles che, sommato alla maglia interna, garantiva una discreta dose di prurito, pantaloni di velluto grigi ed un paio di stivali (marroni) da trekking per montagna. Dunque, con questa sobria tenuta, vagamente assomigliante ad un ferrero rocher coi piedi, mi aggiravo per una sconosciuta Venezia. L'impatto fu devastante: "gelo polare" a parte, impiegai quasi 4 ore per trovare Ca' Foscari, dove avevo appuntamento in segreteria per ufficializzare la mia iscrizione all'università. Il labirintico intreccio delle calli veneziane può essere infatti micidiale per chi, come me, era abituato a fare quattro strade dritte per muoversi in città.

Tuttavia, dopo aver superato questa traumatica accoglienza e aver fatto anche la conoscenza di altri simpatici amici come nebbia, neve ed un'umidità geneticamente modificata, la città lagunare cominciò gradualmente a conquistarmi. Anche perché,  non prendetemi per pazzo, Venezia è viva: ti accompagna quando cammini solitario di notte e, passando per i suoi sotoporteghi, fa risuonare l'eco dei tuoi passi; ti sussurra all'orecchio con il pigro ondeggiare dell'acqua dei suoi canali; s'incazza quando la stessa (salubrissima) acqua viene su da tutte le parti e tu, colto di sprovvista, sei senza stivali e ti rendi conto che non hai alternativa al toglierti le scarpe e procedere a mo' di Sampei; ti prende in giro quando (come al mio arrivo) ti fa perdere l'orientamento; ti seduce e ti invita a corteggiarla come una vera e propria signora quando, guardandola dall'alto, puoi abbracciarla tutta con uno sguardo e vederla in tutto il suo decadente splendore. Ma lascio che sia qualcun'altro a descrivere Venezia, ovvero Boris Pasternak.

Tratto da Il salvacondotto:


Quando uscii dalla stazione, con la sua pensilina provinciale in uno stile doganale, qualcosa di liquidamente silenzioso scivolò sotto i miei piedi. Qualcosa di malignamente scuro, come risciacquatura di piatti, e punteggiato da due o tre lustrini di stelle. Si abbassava e si alzava quasi impercettibilmente e somigliava a una tela annerita dal tempo, dentro una cornice oscillante. Non compresi subito che quella immagine di Venezia era Venezia. Che mi trovavo a Venezia, che il mio non era un sogno.
Il canale vicino alla stazione se ne andava, oltrepassato l’angolo, come un intestino cieco, verso le altre meraviglie di quella galleria galleggiante sulla cloaca. Mi affrettai verso il pontile d’imbarco dei vaporetti che lì sostituiscono il tram.
Il vaporetto sudava e ansimava, si asciugava il naso, si strozzava, e su quella stessa impassibile distesa, sulla quale si trascinavano i suoi baffi semisommersi, navigavano in semicerchio, rimanendo piano piano indietro, i palazzi del Canal Grande. Li chiamano palazzi, ma potrebbero esser detti castelli incantati, e non c’è comunque parola che possa dar l’idea di questi tappeti di marmo colorato, che cadono a strapiombo sulla laguna notturna, come sull’arena di un torneo medievale.
C’è un singolare oriente da albero di Natale, l’oriente dei preraffaelliti. C’è l’immagine di una notte stellata secondo la leggenda dell’adorazione dei magi. C’è un eterno bassorilievo natalizio: la superficie di una noce dorata, spruzzata di paraffina blu. Ci sono le parole: chalva e Caldea, magi e magnesio, India e indaco. Fra esse va compreso anche il colore della Venezia notturna e dei suoi riflessi sull’acqua.

[...] Non ricordo di fronte a quale di questi innumerevoli Vendramin, Grimaldi, Cornero, Foscari e Loredani vidi la prima gondola o la prima che mi colpì. Ma eravamo già oltre Rialto. Uscì silenziosamente sul Canal Grande da un rio laterale e, tagliandoci la strada, manovrò per attraccare davanti al portale del palazzo più vicino. Era come se dal cortile l’avessero portata davanti all’ingresso principale, sulla pancia tondeggiante di un’onda sollevatasi lentamente. Dietro rimase una buia fessura, piena di ratti morti e di scorze di anguria danzanti. Davanti si stendeva il deserto lunare dell’ampia via d’acqua. La gondola era femminilmente immensa, come è immenso ciò che è perfetto nella forma e incommensurabile col posto occupato dal corpo nello spazio. La sua chiara alabarda dentellata volava lieve nel cielo, portata in alto dalla nuca tondeggiante dell’onda. Con la stessa levità correva lungo le stelle la sagoma nera del gondoliere. E la cappottina del felze scompariva, come sprofondata nell’acqua, nella sella tra la poppa e la prua.

[...] Avevo pensato che la cosa migliore sarebbe stata per me di alloggiare nel quartiere dell’Accademia. Lì sbarcai. Non ricordo se attraversai il ponte o rimasi sulla riva destra. Ricordo però una minuscola piazzetta, circondata da palazzi come quelli del canale, solo più grigi e severi e con le fondamenta sulla terraferma.
Sulla piazza inondata dalla luna c’era gente che indugiava, passeggiava o se ne stava sdraiata. Non erano in molti, ed era come se la decorassero con i loro corpi in movimento, quasi statici o immobili. Era una sera straordinariamente calma. Una coppia attirò la mia attenzione. Senza guardarsi tra loro e beandosi del reciproco silenzio, tenevano gli occhi fissi sulla riva opposta. Appartenevano probabilmente alla servitù del palazzo e si godevano la serata. Dapprima fui attirato dall’aria posata del cameriere, dai capelli brizzolati tagliati corti, dal grigio della sua giacchetta. Avevano qualcosa di non italiano. Sapevano di settentrione. Poi guardai il suo volto. Mi sembrò di averlo già visto, ma non riuscivo a rammentare dove.
Mi avvicinai, con la valigia in mano, e in un dialetto inesistente, che aveva preso forma in me dopo i miei assidui tentativi di leggere Dante nell’originale, gli dissi che temevo di non trovare un alloggio. Mi ascoltò cortesemente, ci pensò un attimo e domandò qualcosa alla cameriera che gli stava accanto. Quella scosse il capo in segno di diniego. Lui cavò di tasca l’orologio, guardò l’ora, lo richiuse, lo ficcò nel gilet e, sempre con aria meditabonda, con un cenno del capo m’invitò a seguirlo. Svoltammo dalla facciata inondata dalla luna in un vicolo dove era buio pesto.
Ci inoltrammo in un labirinto di vicoletti lastricati, non più larghi dei corridoi di un appartamento. Di tanto in tanto ci facevano salire su brevi ponti di pietra ingobbita. Allora, dai due lati si protendevano verso di noi le sudicie maniche della laguna, in cui l’acqua stagnante era talmente strozzata da sembrare un tappeto persiano arrotolato e cacciato a forza dentro un cassetto storto.

Sui ponti ingobbiti c’imbattevamo in rari passanti e, molto prima che apparisse, l’incalzante ticchettio delle sue scarpe sui lastroni di sasso annunciava l’avvicinarsi d’una veneziana.
In alto, di traverso alle fessure nere come catrame, lungo le quali erravamo, il cielo notturno risplendeva, e tutto sembrava allontanarsi verso chissà dove. Come se lungo tutta la Via Lattea si librasse una lanugine del dente di leone e quasi solo per lasciar filtrare un fascio o due di quella luce in movimento i vicoli si slargassero qua e là, formando piazze e crocicchi. Stupito della strana familiarità del mio accompagnatore, discorrevo con lui nel mio dialetto inesistente e cascavo dal catrame nella lanugine, dalla lanugine nel catrame, cercando con il suo aiuto un posto dove pernottare a poco prezzo.

Ma sulle banchine che davano verso l’aperto, regnavano altri colori e il trambusto subentrava al silenzio. Sui battelli che approdavano e salpavano si affollava il pubblico, e l’acqua nero-oleosa si accendeva di polvere di neve, come marmo frantumato, rompendosi nei mortai dei motori che avanzavano con ardore o si arrestavano bruscamente. Vicino al suo sciabordio ronzavano smaglianti i becchi a gas nelle tende dei fruttivendoli, si muovevano le lingue, si urtavano e  sobbalzavano i frutti nelle balorde colonne di non si sa quali composte poco cotte.
In una delle cucine dei ristoranti accanto alla riva ci diedero un’informazione utile. L’indirizzo indicato ci riconduceva all’inizio del nostro vagabondaggio. Dirigendoci là, ripercorremmo tutta la strada a ritroso. Così, quando la mia guida mi sistemò in uno degli alberghi di Campo Morosini, ebbi la sensazione di aver appena percorso una distanza pari al cielo stellato di Venezia, in direzione opposta al suo movimento. Se mi avessero allora domandato cos’è Venezia, “notti chiare” avrei risposto, “minuscole piazze e gente tranquilla, dall’aspetto stranamente familiare”.

lunedì 12 novembre 2012

A B.


Circa due mesi fa ho acquistato un’agenda. Non che abbia chissà quali impegni tali da giustificare un acquisto del genere: volevo soltanto riscoprire il piacere di scrivere su carta e di poter rileggere le bagatelle filosofiche annotate per me stesso senza dover passare per il freddo monitor del computer. Tuttavia, tornando a pensare sul perché del mio acquisto, mi sono reso conto che c’era qualcos’altro grazie ad un prezioso aiuto esterno (di chi si tratta lo scoprirete fra poco). Eccovi allora le prime due pagine della mia pretiosa agenda.


-        -  Incipit -

Perché ho acquistato quest’agenda? Per sollazzare il mio narcisismo intellettualoide e documentare le tante pose (stereotipate, tra l’altro) che mi fa assumere?
 
Forse la risposta a questa domanda arriverà al termine di questa stessa agenda quando, con finta ma compiaciuta curiosità, potrò sfogliare e riassaporare le giornate scivolate via, le persone incontrate, le impressioni annotate, i piaceri vissuti e, soprattutto, i miei immancabili dubbi e rimpianti.


-       -  L’orologio -


Orologio! impassibile, sinistro, orrido iddio,
il cui dito minaccia e proclama: “Ricorda!
I vibranti Dolori presto avverrà che mordano
come dardi infallibili il tuo cuore restio.

Rapido all’orizzonte il diafano Piacere
sparirà come silfide dietro le quinte; ingoia
ciascun attimo un frusto della povera gioia
che all’uomo sulla terra fu concesso godere;

per tremila seicento volte all’ora il Secondo
ti bisbiglia: Ricorda! ed ecco Adesso già
stride con voce d’ape: Io sono Poco fa,
e t’ho succhiato il sangue col pungiglione immondo!

Souviens-toi! Remember, o prodigo! Memento!
(La mia gola d’acciaio discorre in ogni lingua…)
Sfrutta, pazzo mortale, avanti che s’estingua,
dei labili minuti l’aurato giacimento!

Ricorda che per legge il Tempo ad ogni ruota
vince senza barare e more non accorda.
Il giorno scema e cresce la tenebra; ricorda!
L’abisso ha sempre sete, la clessidra si vuota.

Non molto ancora, e poi la divina Occasione,
e l’augusta Virtù, la tua vergine sposa,
e il Pentimento (ahi, l’ultimo rifugio!), e ogni cosa,
ti dirà: cosa aspetti? Muori, vecchio poltrone!”.

Charles Baudelaire, I fiori del male