Un personaggio palesatosi spesso tra le pagine di questo blog ebbe a dire:
Nell'arte
del linguaggio si chiama metafora ciò che ''non si usa in senso
proprio''. Perciò le metafore sono le perversioni del linguaggio e
le perversioni sono le metafore dell’amore (K. Kraus, Detti e contraddetti)
Francesco Cusa è un vero e proprio pervertito del linguaggio. Questo unabomber della parola si diverte a innescare un corto circuito linguistico dietro l'altro, mostrando come anche i termini più logori ed i modi di dire più comuni possano sorprenderci, farci ridere o riflettere. Cusa è dunque molto vicino al Wittgenstein delle Ricerche filosofiche che scriveva:
Pensa agli strumenti che si trovano in una cassetta di utensili: c’è un martello, una tenaglia, una sega, un cacciavite, un metro, un pentolino per la colla, la colla, chiodi e viti. – Quanto differenti sono le funzioni di questi oggetti, tanto differenti sono le funzioni delle parole. (E ci sono somiglianze qui e là). Naturalmente, quello che ci confonde è l’uniformità nel modo di presentarsi delle parole che ci vengono dette, o che troviamo scritte e stampate. Infatti il loro impiego non ci sta davanti in modo altrettanto evidente. Specialmente, non quando facciamo filosofia! (Ricerche filosofiche, Einaudi 1983, p. 15).
E ancora, sempre Wittgenstein:
Noi
combattiamo contro il linguaggio. Siamo in
lotta contro il linguaggio. Se penso per
me solo, senza voler scrivere un libro, mi metto a saltare intorno al
tema; questo è l’unico modo di pensare che mi sia naturale. È un
tormento per me pensare a lungo in una direzione forzosa. A questo
punto, devo proprio tentarlo??
Io spreco
indicibili fatiche per dare ai miei pensieri un ordine che forse
non ha proprio nessun valore. (Pensieri Diversi, Adelphi 1980, pp. 60-61)
Piccolo aneddoto: Wittgenstein era un discreto pianista nonché fratello di Paul Wittgenstein. Mi piace pensare che questo pensiero sia stato ispirato al filosofo proprio dalla fatica del musicista che, dopo aver improvvisato e trovato qualcosa di interessante, si sente costretto ad incanalare questa sua scoperta in una forma o struttura condivisa e riconoscibile dagli altri. Cusa conosce molto meglio di me tutto questo processo, essendo batterista e compositore. E non è un caso che egli sappia sfruttare l'aforisma con una precisione chirurgica, calibrando ogni singola parola per arrivare all'effetto desiderato. Del resto ''uno che sa scrivere aforismi non dovrebbe disperdersi a fare dei saggi'' (Kraus). Non mi resta che lasciarvi nelle sue mani.
La
grandezza di un filosofo si misura nelle domande che si pone, non
nelle risposte che fornisce. Con una domanda, apparentemente
banale, Nietzsche aprì uno squarcio nel nostro
modo di accostarci alla musica, facendo emergere una questione di cui in
troppi, ancora oggi, faticano a rendersi conto. La domanda, in Nietzsche
contra Wagner,
è la seguente: ''Cosa voglio veramente dalla musica?''
Più
che Wagner, il reale obiettivo nietzschano era la tradizione estetica
occidentale colpevole di aver impostato il suo campo d'azione su
dei binari fuorvianti. Ne La
genealogia della Morale Nietzsche
scrive:
''Kant
pensò di fare onore all'arte quando, fra i predicati del bello,
diede una posizione privilegiata a quelli che costituiscono il vanto
della conoscenza: l'impersonalità e l'universalità. […] Kant,
come tutti i filosofi, invece di considerare il problema estetico
fondandosi sull'esperienza dell'artista (del creatore), ha meditato
sull'arte e sul bello solo come spettatore
e,
insensibilmente, ha introdotto lo spettatore nel concetto: bellezza.
Se,
almeno, questo spettatore
fosse
stato sufficientemente conosciuto dai filosofi del bello! - se fosse
stato per loro un fatto personale, un'esperienza, il risultato di una
quantità di prove originali e solide, di desideri, di sorprese, di
rapimenti nel territorio del bello! Ma fu sempre – temo –
esattamente il contrario: in modo che, fin dall'inizio, essi ci danno
delle definizioni nelle quali, come nella celebre definizione del
bello di Kant, vi è una mancanza di sottile esperienza personale che
assomiglia molto al grosso verme dell'errore fondamentale. Il bello,
dice Kant, è ciò che piace senza che vi si mischi l'interesse.
Senza interesse! […] Se i nostri professori d'estetica sostengono,
a favore di Kant, che si può guardare in modo disinteressato
anche
una statua femminile priva di veli, ci sarà ben permesso di ridere
un po' alle loro spalle: le esperienze degli artisti sono, se non
altro, molto più
interessanti''.
Nietzsche ci esortava dunque ad una trasvalutazione dei nostri giudizi estetici. Il punto di vista
dell'osservatore, quello privilegiato da Kant, si basa infatti su un
concetto di bellezza depauperato, troppo intellettuale e freddo. La differente prospettiva che Nietzsche ci
invita ad assumere si basa sul tentativo di metterci nei panni dell'artista, sentendo così pulsare la sua e la nostra esistenza nel preciso momento in cui entriamo in contatto attraverso l'opera d'arte. Questo significherebbe riservare ad un secondo momento l'atteggiamento da giudice o studente d'anatomia con cui
dissezioniamo l'opera d'arte per stabilire se ci
piace o
meno. Non che il momento dell'analisi sia inutile: anzi,
esso è necessario per capire come e perché un'opera d'arte ci attira, specialmente in un'epoca come la nostra in cui all'arte sembra affidato il triste compito di fare da sottofondo alle nostre esistenze schiacciate da ben altri valori.
Perciò, alla domanda ''Cosa voglio veramente dalla musica?'' Nietzsche rispondeva: ''Che sia serena e profonda, come
un pomeriggio di ottobre. Che sia singolare, sfrenata, tenera, una
piccola dolce donna fatta di perfidia e di grazia…''.
A
questo punto possiamo far entrare gli altri due protagonisti della
nostra ''storiella'':
Mai
come nel caso di questo batterista, il cambiamento di prospettiva
proposto da Nietzsche è necessario. Pretendere di
analizzare ''musicologicamente'' l'energia vulcanica di Han Bennink
vorrebbe dirne ingabbiarne lo spirito, disarmarlo e renderlo inerme. La
voce di Bennink rischia di essere una voce isolata nel coro di quello
che sta diventando il jazz ''contemporaneo'', una musica sempre più
chiusa in se stessa, noncurante della partecipazione attiva di chi
l'ascolta, autocompiacentesi per il livello di incomunicabilità a
cui è arrivata. Non è un caso che, tra gli addetti ai lavori del
jazz, ci si interroga disperatamente sull'emorragia di pubblico e
consensi e su come fare per invertirne la tendenza. L'unica soluzione
possibile, a mio avviso, sta proprio nell'energia, nell'atteggiamento
con cui chi fa questa musica si espone al pubblico. Se si parte da un
punto di vista di superiorità, di supponenza, di diffidenza nei
confronti di chi ascolta, il jazz ha vita breve. Se invece ci si
sforza di rompere le barriere e si tornerà a
privilegiare la spontaneità, il jazz potrà dire ancora qualcosa. Per questo ho
deciso di raccontare la storia e la musica di Han Bennink,
soprattutto per farlo conoscere a chi non ne ha mai sentito parlare:http://mimesisedizioni.it/libri/arti/musica-contemporanea/la-filosofia-di-han-bennink.html
Un'ultima,
ma non per importanza, voce fuori dal coro rispetto al panorama
musicale nazionale è quella di Paolo Sanna. Ho avuto la fortuna di
conoscere e suonare con Paolo in un momento delicato della mia
''carriera''. Avevo da poco scoperto che le potenzialità del mio
strumento andavano molto oltre rispetto a quello che ci si aspetta dalla batteria, ovvero
niente più che un ''metronomo vivente''. Paolo mi ha fatto capire
l'importanza di ogni minimo gesto con cui sfioro un tamburo o un
piatto e tutte le differenti gradazioni di dinamica e di timbro che ne
vengono fuori. Mi ha proiettato dentro un mondo in cui la batteria,
più che un mezzo
per mettere in mostra la mia conoscenza tecnico/esecutiva, è il
fine,
una sorgente sonora, una voce viva e pulsante attraverso la quale
posso comunicare ciò che sono nell'esatto momento in cui suono. Per dirla con le sue parole: ''Sono quello che suono e suono quello che
sono''.
Ascoltare l'ultimo lavoro di Sanna, ''Miniatura Obliqua''
(http://www.setoladimaiale.net/record.asp?section=audio&id=SM2960)
è un'esperienza abissale, corporea, emozionale, attiva. Paolo mischia i colori e le dinamiche delle sue percussioni con la maestria
di un artigiano d'altri tempi. La precisione delle sue esecuzioni
potrebbe far pensare alla rigorosa scrittura dei migliori compositori
contemporanei (Varèse, Reich, Xenakis, Cage, Gubaidulina) e invece le sue sono pulsanti improvvisazioni. Con ciò non si vuole sminuire il suo lavoro, piuttosto metterne in risalto la preziosità. Tutta la musica di Sanna dimostra, qualora ce ne fosse ancora bisogno, che l'improvvisazione non è sinonimo di approssimazione, poiché anzi vive di una rigorosa e costante ricerca di perfezionamento. Improvvisare con questo spirito vuol dire rendere giustizia alla musica, vuol dire ''chiudere gli occhi e suonare cercando di tirare fuori le
idee dalla nostra testa. Perciò, quando suono, penso solo alla musica. Penso nella
musica. Solo così è possibile capire che la semplicità non coincide per forza con la banalità. Spesso
più un suono è semplice e più è complicato.
Perché per fare le cose più semplici, devi decidere cosa lasciare
fuori e cosa mettere dentro'' (Paul Motian)
«Il
pregio del viaggiare consiste nella paura. Spezza in noi una specie
di apparato scenico interno. Non è più possibile barare.
Mascherarsi dietro ore d'ufficio o di cantiere, quelle ore contro cui
protestiamo tanto e che ci difendono con tanta sicurezza dalla
sofferenza d'esser soli. […] Il viaggio ci toglie ogni rifugio.
Lontano dai parenti, dalla lingua, strappati a tutti i nostri
sostegni, privi delle nostre maschere siamo completamente alla
superficie di noi stessi» (A. Camus)
La metafora del viaggio si addice
perfettamente alla nuova fatica discografica di Alberto Dipace,
pianista e compositore tra i più audaci nell'attuale scena
jazzistica italiana. Dipace affronta senza paura la sfida descritta da Camus intraprendendo un coraggioso viaggio musicale e assumendosi la responsabilità delle sue scelte, a partire dai
fraintendimenti che la parola ''free'' porta con sé. I più
superficiali penseranno all'aspetto deteriore del free jazz, inteso come sinonimo di caos o approssimazione. Niente di tutto ciò
potrete trovare in questo disco dalle atmosfere soffuse ma mai
rilassate, in cui gli effetti del live electronics
di Alessandro Deledda (anche al Rhodes) impreziosiscono il sound di
un gruppo già d'alto livello (Andrea Massaria, chitarra; Stefano
Senni, contrabbasso, Cristiano Calcagnile, batteria).
Il
disco si apre con Reflections,
dialogo tra piano e contrabbasso accompagnati dal debole eco delle loro note. Emerge già una
chiave di lettura del disco: quello che avviene tra i musicisti è un
dialogo prima di tutto con se stessi, una ricerca interiore del
proprio suono e del proprio spazio, prima di esporsi agli altri.
Il
nervoso drumming di Calcagnile che apre Filled Street
interrompe momentaneamente
questa ricerca interiore, a cui si associa la
chitarra scattosa di Massaria ed il basso solido di Senni. L'ingresso
netto del piano di Dipace e del rhodes di Deledda incrementano
ulteriormente la tensione del brano, però senza sovrastare gli altri.
Ciascun musicista prosegue così in uno spazio ben definito ma mai
isolato: come più fili che si intrecciano ne compongono uno solo,
così si svolgono le improvvisazioni collettive del gruppo.
Travellingci riporta all'atmosfera
misteriosa dell'inizio. Il tocco di Dipace riesce a farci sentire le
infinite sfumature di una singola nota che, come una goccia eternamente ritornante, si discioglie nella nube armonica creata da Deledda. L'improvvisazione collettiva che ne scaturisce può essere definita liquida,
nel senso che Bauman ha dato al termine: essa si regge su un tempo
«né
ciclico né lineare, bensì puntillistico, frammentato in una
moltitudine di particelle separate, ciascuna ridotta a un punto che
sempre più si avvicina all'idealizzazione geometrica dell'assenza di
dimensione» (Z. Bauman, prefazione di Una storia sociale del jazz di G. De Stefano, Mimesis 2014).
In
Free for Threeil
pianismo di Dipace viene esaltato dalla dimensione del trio. Senni e
Calcagnile danno vita ad una base ritmica prima oscura e cangiante,
poi magmatica ed incandescente da cui Dipace si diverte ad entrare e
uscire con frammenti di melodie contrastanti.
Protagonista
di Vinyl
Contrast è
l'accostamento paradossale di passato e presente: il fruscìo dei
vecchi vinili ci riporta ad una dimensione d'ascolto lontana. Realtà e finzione si mescolano, fino a quando non ci
rendiamo conto dell'artificialità di questo effetto. Ecco allora che
la musica smette il vestito della malinconia ''inscatolata'' del
passato, tornando alla chiarezza del presente in cui si svolge l'improvvisazione dal retrogusto latino di Dipace.
Somewhere
insideriprende
il filo interrotto della ricerca interiore resa ancor più fragile ed emozionante grazie alla chitarra (stavolta scarna) di Massaria.
La
chiusura del disco è affidata a due coppie di brani speculari, più
un'ultima piccola gemma (Glimpsing
the Freedom):
Change of Road 1
e
2;
Into the Noise e
Out of the
Noise,
dove l'attenzione di tutti i musicisti è rivolta ancora al timbro,
al suono collettivo in cui improvvisazione elettronica ed acustica si
fondono magistralmente, come non si sentiva dai tempi
dell'Esbjorn Svensson Trio. È questo uno dei possibili ''viaggi'' che il jazz
italiano deve percorrere se vuole evitare l'isolamento o, peggio
ancora, di essere ridotto alla dimensione museale a cui tanti ''big'' del nostro Paese lo stanno rilegando.
Sono sempre stato scettico a
proposito dei confronti, specialmente tra quegli inafferrabili personaggi quali
sono i musicisti ed i filosofi. Mai quanto oggi per suscitare l'interesse di chi
ascolta o legge è necessaria una spiccata personalità capace di distinguersi
dall'ammasso informazioni (e note) di cui disponiamo. Dunque, stiamo parlando
di persone sostanzialmente irriducibili ad altro da sé. Eppure eccomi qui a
proporvi questo primo confronto: Blaise Pascal e Steve Lacy. Perché loro due? E
soprattutto, perché loro due insieme?
Due sono gli elementi essenziali
che a mio avviso li accomunano: la predilezione per la dimensione 'in solo' ed
una sottile ironia. Certo, i 'filosofi' in genere non eccellono in
socievolezza, preferendo l'intimità della loro riflessione. Tuttavia, è pur
vero che ben pochi non abbiano mai avvertito l'esigenza di mettere in
discussione le loro certezze venendo a contatto con gli altri. E tra questi
pochi figura sicuramente Blaise Pascal. Leggendo i suoi Pensieri non si può fare a meno di ammirare l'incrollabile serenità
con cui il filosofo francese procede nella sua riflessione. Anche la tanto
vituperata scommessa, fraintesa da molti come un freddo calcolo utilitaristico,
rientra in questa dimensione di irriducibile sicurezza nelle proprie ragioni e nella
propria fede cattolica. Proviamo a riassumere il ragionamento pascaliano (se
siete giocatori di poker quanto segue vi risulterà particolarmente familiare).
Chi scommette al gioco rischia un guadagno o una perdita, secondo il calcolo
delle probabilità; più crescono le probabilità di vincita, più il giocatore è
portato a scommettere. Applicando questa regola al problema del destino
dell'uomo, Pascal esorta l'ateo a scommettere per Dio perché, posta un'infinità
di casi, tra i quali uno solo fosse in nostro favore (l'esistenza di Dio e,
quindi, della Divina provvidenza), noi avremmo torto a non
prendere per vera l'unica probabilità a nostro favore. Cosa avremmo infatti da
perderci?
Ma veniamo a Lacy. Sassofonista
(sopranista). Nato a New York da una famiglia di ebrei emigrati dalla Russia,
debutta nel jazz attraverso il dixieland.
L'incontro col pianista Cecil Taylor gli apre il folgorante orizzonte della
libera improvvisazione. Nella sua carriera Lacy collaborerà con altri grandi
come Gil Evans e, soprattutto,
Thelonious Monk (al quale dedicherà il suo capolavoro Reflections). A proposito dello stile di Lacy, è stato detto:
"Lacy sembra sempre parlare a se stesso, il suo sguardo, pur se fisso
verso l'interlocutore, guarda verso di sé. Un uomo che parla molto con se
stesso, anche musicalmente: non sorprende che il concerto 'solo' gli si addica.
Il dialogo privato si fa pubblico. L'unica differenza è nel pubblico. Ma Lacy
non ha paura del pubblico: gli si dona con molta intensità, perché Lacy è
convinto di ciò che fa, crede molto in sé, non ha paura allora di mostrarsi.
Uomo quieto, introverso, melanconico e attento, estremamente attento. Eppure,
quest'uomo assorto emana una sorta di fluido, specie quando è sul palco, dove
quasi non si muove, sposta ogni tanto il piede in avanti, o flette in alto una
gamba, rattrappendosi per un attimo, come se in quel momento la musica dovesse
fuoriuscire con maggior potenza" (M. Luzzi, Uomini e avanguardie jazz,
Gammalibri, Milano 1980, p. 190).
Pascal. 1. Pensieri sullo spirito e sullo stile
La vera eloquenza si burla
dell'eloquenza; la vera morale si burla della morale; voglio dire che la morale
del giudizio se la ride della morale della mente, che è senza regole. Infatti
al giudizio appartiene il sentimento, come alla mente appartengono le scienze.
La intuizione fa parte del giudizio, la geometria della mente. Ridersela della
filosofia significa filosofare per davvero.
--
L'ultima cosa che si pensa
scrivendo un libro è sapere che cosa bisogna mettere in principio.
--
L'eloquenza è un ritratto del
pensiero; perciò, quelli che dopo aver dipinto aggiungono ancora qualcosa,
fanno un quadro invece di un ritratto.
--
Quando siamo di fronte a uno
stile naturale, restiamo stupiti e incantati, perché ci aspettavamo di vedere
un autore e troviamo invece un uomo.
--
Quando si legge troppo alla svelta o troppo lentamente, non si capisce nulla.
--
Volete che gli altri pensino bene
di voi? Non parlatene.
2. Miseria dell'uomo senza Dio
Non si insegna agli uomini a
essere onesti, però si insegna loro tutto il resto; e intanto questi non si
vantano tanto di sapere tutto il resto quanto di essere onesti. Si vantano di
sapere soltanto quello che non hanno mai imparato.
--
Troppo vino e troppo poco vino.
Non gliene date, e non potrà trovare la verità; dategliene troppo, e avrete lo
stesso risultato.
--
Rendiamoci conto delle nostre
possibilità; noi siamo qualcosa, ma non siamo tutto; quel tanto di essere che
possediamo ci toglie la conoscenza dei primi principi che nascono dal nulla, e
quel poco di essere che possediamo ci nasconde la vista dell'infinito. Che
cos'è in fondo l'uomo nella natura? Un nulla rispetto all'infinito, un tutto
rispetto al nulla, un qualcosa di mezzo tra il niente e il tutto.
[...] Noi navighiamo in un vasto
mare, sempre incerti e instabili, sballottati da un capo all'altro. Qualunque
scoglio a cui pensiamo di attaccarci e restar saldi, vien meno e ci abbandona,
e se l'inseguiamo sguscia alla nostra presa, ci scivola di mano e fugge in una
fuga eterna. Per noi nulla si ferma. Questa è la nostra naturale condizione,
che tuttavia è la più contraria alla nostra inclinazione; desideriamo ardentemente
di trovare un assetto stabile, e una base ultima per edificarvi una torre che
si levi fino all'infinito; ma ogni nostro fondamento si squarcia e la terra
s'apre in abissi.
Nulla può fissare il finito in
mezzo ai due infiniti che lo incarcerano e lo fuggono. Quando si è ben capito
questo, credo che ognuno potrà tenersi pago dello stato in cui la natura l'ha
posto.
[...] Il colmo della nostra
impotenza nel conoscere le cose sta nel fatto che queste sono semplici in se
stesse mentre noi siamo composti di due nature opposte e di genere diverso:
l'anima e il corpo. L'uomo è per se stesso il più prodigioso oggetto della
natura; perché non può concepire che cosa sia corpo, e meno ancora che cosa sia
spirito, e molto meno ancora come un corpo possa essere unito a uno spirito.
Sta qui la sua maggiore difficoltà, e intanto è proprio questo il suo essere:
Modus quo corporibus adhaerent spiritus comprehendi ab hominibus non potest, et
hoc tamen homo est(Gli uomini non posso capire la maniera con cui l'anima si
unisce al corpo, e tuttavia l'uomo è proprio questo. S. Agostino, De Civitate
dei, XXI, 10).
--
È deplorevole vedere tutti gli
uomini deliberare soltanto sui mezzi e mai sul fine. Ognuno pensa come
assolvere agli obblighi della propria condizione; ma la scelta della condizione
e della patria ci viene dalla sorte. E' pietoso vedere tanti turchi, tanti
eretici, tanti infedeli seguire le abitudini dei loro padri, per il solo fatto
che ognuno di essi è stato prevenuto che quelle sono le migliori.
--
Toccando l'uomo, crediamo di
toccare un organo ordinario. A dir vero, gli uomini sono organi, ma bizzarri,
mutevoli, variabili (le cui canne non si susseguono in una gradazione
continua). Quelli che sanno toccare soltanto organi ordinari non riuscirebbero
a trarre armonie dagli altri. Bisogna sapere dove sono i tasti.
--
Noi consideriamo le cose non
soltanto sotto altri aspetti ma anche con altri occhi; non ci interessa
trovarle uguali.
Nulla è tanto insopportabile per
l'uomo quanto lo stare in riposo completo, senza passioni, senza
preoccupazioni, senza svaghi, senza applicazione. Allora sente il suo nulla, il
suo abbandono, la sua insufficienza, la sua dipendenza, la sua impotenza, il
suo vuoto. Immediatamente dal fondo della sua anima verranno fuori la noia, la
tetraggine, la tristezza, l'affanno, il dispetto, la disperazione.
Niente ci piace tanto quanto la
lotta, ma non la vittoria: ci piace veder lottare gli animali tra loro ma non
il vincitore accanirsi sul vinto; che cosa volevamo vedere se non la fine della
vittoria? Ed ecco, appena arriva, ne siamo stufi. Così è nel gioco, così è
nella ricerca della verità. Nelle polemiche prendiamo gusto a vedere il
contrasto delle opinioni; ma non ci interessa contemplare la verità ritrovata;
per farla notare con piacere, bisogna farla veder nascere dalla polemica. Così
nelle passioni; ci piace veder il contrasto di due passioni, ma se una prende
il sopravvento, non è che brutalità. Non cerchiamo mai le cose, ma la ricerca
delle cose.
--
Basta poco per consolarci, perché
basta poco per affliggerci.
--
La nostra natura sta nel
movimento; il completo riposo è la morte.
--
La vanità è così radicata nel
cuore dell'uomo che un soldato, un manovale, un cuoco, un facchino si vanta e
può avere i suoi ammiratori; gli stessi filosofi ne vogliono; e quelli che
scrivono contro la gloria vogliono avere la gloria d'aver scritto bene; e
quelli che li leggono vogliono avere la gloria di averli letti; e forse anch'io
che scrivo queste cose ne ho voglia; e forse anche quelli che mi leggeranno...
--
Curiosità non è che vanità.
Spessissimo si vuol sapere solo per parlarne. Diversamente chi viaggerebbe sul
mare, per non parlarne mai e per il solo piacere di vedere, senza mai la
speranza di comunicarlo ad altri?
--
Chi volesse conoscere a fondo la
vanità dell'uomo non ha che da considerare le cause e gli effetti dell'amore.
La causa è un non so che (Corneille), e gli effetti sono spaventevoli. Questo
non so che, una cosa tanto da nulla che non si può neppure determinare,
sconvolge tutta la terra, i principi, gli eserciti, il mondo intero.
Il naso di Cleopatra: se fosse
stato più corto, la faccia della terra sarebbe cambiata.
--
Gli uomini, non avendo potuto
guarire la morte, la miseria, l'ignoranza, hanno deciso di non pensarci per
rendersi felici.
--
Non stiamo mai nei limiti del
tempo presente. Anticipiamo l'avvenire come se fosse troppo lento ad arrivare,
quasi per affrettare il suo corso; oppure rievochiamo il passato per fermarlo,
quasi troppo precipitoso; siamo così imprudenti da scorazzare in tempi che non
ci appartengono, e da non pensare all'unico tempo che ci appartiene; siamo così
fatui che sogniamo i tempi che non esistono più, e sfuggiamo senza rifletterci
il solo che sussiste. Perché, di solito, il presente ci tormenta. Lo
nascondiamo alla nostra vista perché ci affligge; e se è piacevole, ci
lamentiamo di vederlo fuggire. Cerchiamo di sostenerlo con l'avvenire, e
pensiamo di disporre le cose che non sono ancora in nostro potere, in un tempo
a cui non abbiamo alcuna sicurezza di arrivare.
Ognuno esamini i propri pensieri,
e li troverà occupati nel passato e nell'avvenire. Non pensiamo quasi mai al
presente; e, se ci pensiamo, l'è soltanto per prenderne lume a disporre
dell'avvenire. Il presente non è mai il nostro scopo; il passato e il presente
sono i nostri mezzi; soltanto l'avvenire è il nostro scopo. Per questo, non
viviamo mai, ma speriamo di vivere; e disponendoci sempre a essere felici, è inevitabile
che non lo diverremo giammai.
--
Corriamo senza curarci del
precipizio, dopo d'aver messo qualcosa davanti a noi per impedircene la vista.
3. Necessità della scommessa
È un dovere indispensabile
cercare quando si è nel dubbio; e per questo, chi dubita e non cerca è insieme
abbastanza infelice e abbastanza ingiusto. E se costui rimane tranquillo e
soddisfatto di ciò, se se ne vanta e se infine ne fa un motivo di gioia e di
vanità, allora non trovo un termine adatto per una creatura così stravagante.
--
La sensibilità dell'uomo per le
piccole cose e l'insensibilità per le grandi è segno di uno strano
pervertimento.
--
Quando considero la breve durata
della mia vita, assorbita nell'eternità che precede e che segue il piccolo
spazio che occupo e che vedo inabissato nell'infinita immensità degli spazi che
ignoro e che m'ignorano, mi spavento e mi stupisco di vedermi qui piuttosto che
là, perché non c'è ragione che sia qui piuttosto che là, adesso piuttosto che
allora. Chi mi ci ha messo? Per comando e per opera di chi mi sono stati
destinati questo luogo e questo tempo? Memoria hospitis unius diei
praetereuntis (La speranza dell'empio dilegua come la memoria dell'avventore d'un
sol giorno - Sapienza, V, 14).
--
Il silenzio eterno degli spazi
infiniti mi sgomenta.
--
Il fluire. E' orribile accorgersi
che dilegua tutto quello che possediamo.
--
Tra noi da una parte e l'inferno
o il cielo dall'altra non c'è che la vita, che è la cosa più fragile che
esista.
--
Dialogo: Infinito. Niente.- Cominciamo col dire: 'Dio
esiste oppure non esiste?'. Da che parte ci decideremo? La ragione non può
decidere nulla; c'è di mezzo un caos infinito. Si gioca una partita,
all'estremità di questa distanza infinita, dove risulterà capo o croce. Su che
cosa puntate? Secondo ragione, non potete scegliere né l'uno né l'altro;
secondo ragione, non potete escludere nessuno dei due. Dunque non accusate di
falsità coloro che hanno fatto una scelta; perché non ne sapete niente.
- No, ma io li biasimo d'aver
fatto non già questa scelta, ma una scelta; perché, anche se tanto colui che
sceglie croce quanto l'altro incorrano in un errore analogo, sono sempre tutti
e due in errore; la cosa migliore è di non scommettere.
- Si, ma bisogna scommettere.
Questa non è una cosa volontaria; voi siete imbarcato. Quale dei due
sceglierete? Vediamo. Poiché bisogna scegliere, vediamo ciò che vi interessa
meno. Voi avete da perdere due cose: il vero e il bene, e due cose da
impegnare; la vostra ragione e la vostra volontà, la vostra conoscenza e la
vostra beatitudine; e la vostra natura ha due cose da fuggire: l'errore e la
miseria. La vostra ragione non riceve maggior danno scegliendo l'uno piuttosto
che l'altro, perché bisogna necessariamente scegliere. Ecco un punto assodato.
Ma la vostra beatitudine? Valutiamo allora il guadagno e la perdita, scegliendo
croce, cioè l'esistenza di Dio. Se guadagnate, guadagnate tutto; se perdete,
non perdete nulla. Scommettete dunque che egli esiste, senza esitare.
4. I mezzi per credere
Esistono tre categorie di
individui: quelli che servono Dio dopo di averlo cercato; quelli che si
sforzano di cercarlo senza ancora trovarlo; quelli che vivono senza cercarlo e
senza averlo trovato. I primi sono ragionevoli e felici, gli ultimi sono pazzi
e infelici, quelli di mezzo sono infelici e ragionevoli.
--
Il dover mangiare e dormire tutti
i giorni non ci annoia perché la fame rinasce, e così il sonno; se non fosse
così, ci annoieremmo. Similmente, senza la fame delle cose spirituali, ne
sentiamo disgusto. Fame della giustizia: ottava beatitudine.
--
L’ultimo passo della ragione è di
riconoscere che c’è un’ infinità di cose che la sorpassano; essa è debole se
non arriva a conoscere questo. Se le cose naturali la sorpassano, che dire
delle cose soprannaturali?
--
Il cuore ha le sue ragioni che la
ragione non conosce; lo vediamo in mille cose. Io dico che il cuore ama l’essere
universale naturalmente e se stesso naturalmente, a seconda a chi dei due si
attacca; e s’indura contro l’uno o l’altro a sua scelta. Voi avete respinto l’uno
e conservato l’altro: è forse seguendo la ragione che amate il vostro io?
--
Ragione degli effetti. La
debolezza dell’uomo è la causa di tante virtuosità convenzionali, come il saper
suonare bene il liuto. Questo è un male soltanto a causa della nostra
debolezza.
--
Non si riesce a immaginare
Platone e Aristotele se non con gran vesti di pedanti. Erano invece delle
persone comuni e ridevano, come gli altri, con i loro amici; e quando si sono
divertiti a scrivere le Leggi e la Politica, l’hanno fatto per divertirsi;
questa era la parte meno filosofica e meno seria della loro vita, mentre la più
filosofica era di vivere semplicemente e tranquillamente. Se hanno scritto di
politica, l’han fatto come per dar norme per un manicomio; e se hanno finto di
parlarne come di cosa seria, l’hanno fatto perché i pazzi a cui si rivolgevano
credevano di essere re e imperatori, ed essi si immedesimavano dei princìpi di
costoro per rendere la loro follia meno dannosa possibile.
5. I filosofi
L’uomo non è che una canna, la
più debole della natura; ma è una canna pensante. Non c’è bisogno che tutto l’universo
s’armi per schiacciarlo: un vapore, una goccia d’acqua basta a ucciderlo. Ma,
anche se l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe ancor più nobile di chi lo
uccide, perché sa di morire e sa la superiorità dell’universo su di lui; l’universo
invece non ne sa niente.
Tutta la nostra dignità consiste
dunque nel pensiero. È con questo che dobbiamo nobilitarci e non già con lo
spazio e il tempo che potremmo riempire. Studiamoci dunque di pensar bene:
questo è il principio della morale.
--
Canna pensante. Non devo chiedere
la mia dignità allo spazio ma al retto uso del mio pensiero. Non otterrei nulla
di più col possesso delle terre; mediante lo spazio, l’universo mi circonda e
mi inghiotte come un punto; mediante il pensiero, io lo comprendo.
--
La natura dell’uomo non è di
avanzare sempre; ha i suoi alti e bassi. La febbre ha i suoi brividi e i suoi
ardori; il freddo mostra, tanto quanto il caldo, l’intensità dell’ardore della
febbre. Le invenzioni degli uomini procedono di secolo in secolo allo stesso
modo. La bontà e la malizia del mondo, in genere, fanno lo stesso.
--
L’eloquenza continua annoia. I
principi e i re talvolta giuocano. Non stanno sempre sul trono; vi si annoiano:
la grandezza ha bisogno di essere lasciata per essere sentita. La continuità
disgusta sempre: il freddo è piacevole perché dopo ci si riscalda. La natura
agisce per progressi, itus et reditus. Passa e ritorna, poi va più lontana, poi
due volte meno, poi più lontano ancora, ecc. Il flusso del mare procede così,
il sole sembra avanzare così.
--
Il caso dà i pensieri e il caso
li toglie; non c’è nessun’arte per conservarli o per acquistarli. Pensiero
sfuggito: lo volevo scrivere; scrivo invece che mi è sfuggito.
--
Ho visto che tutti i paesi e
tutti gli uomini mutano; e così, dopo molti mutamenti di giudizio riguardanti
la vera giustizia, ho conosciuto che la nostra natura non era che un continuo
cambiamento, e da allora non ho più cambiato; e se cambiassi, confermerei la
mia opinione.
--
Non è un bene essere troppo libero. Non è un bene
sentire tutte le necessità.
--
La grandezza dell’uomo è grande
in questo: che si riconosce miserabile. Un albero non sa di essere miserabile.
Dunque essere miserabile equivale a conoscersi miserabile; ma essere grande
equivale a conoscere di essere miserabile.
--
Gli uomini sono così
necessariamente folli che il non essere folle equivarrebbe a essere soggetto a
un’altra specie di follia.
--
È pericoloso mostrar troppo all’uomo
quanto è simile alle bestie, senza mostrargli la sua grandezza. Ed è ancora
pericoloso mostrargli troppo la sua grandezza senza la sua bassezza. È ancor
più pericoloso lasciargli ignorare l’una e l’altra. Ma è utilissimo
prospettargli l’una e l’altra. Non bisogna far credere all’uomo di essere
uguale alle bestie o agli angeli, né bisogna fargli ignorare l’una e l’altra
cosa, ma è necessario che conosca l’una e l’altra cosa.
6. La morale e la dottrina
L’uomo non sa in qual posto collocarsi.
Egli è visibilmente sviato, ed è caduto dal suo vero posto senza poterlo
ritrovare. Lo cerca dappertutto con inquietudine e senza successo tra tenebre
impenetrabili. Ma c’è abbastanza luce per coloro che desiderano vedere e c’è
abbastanza oscurità per coloro che hanno una disposizione contraria.
--
Poiché spesso si sogna di sognare
inserendo un sogno nell’altro, la vita potrebbe essere essa stessa un sogno,
sul quale si innestano gli altri e da cui ci svegliamo con la morte; inoltre
durante questa vita possediamo pochi principi del vero e del bene come durante il
sonno naturale, e questi differenti pensieri che in essa ci agitano non sono
forse che illusioni, simili al trascorrere del tempo e alle vane fantasie dei
nostri sogni.
--
Noi siamo pieni di cose che ci
spingono fuori di noi. Il nostro istinto ci fa sentire che bisogna cercare la
felicità fuori di noi. Le nostre passioni ci spingono verso l’esterno, anche
quando non ci si offrono degli oggetti esterni per eccitarle; gli oggetti
esterni ci tentano da sé e ci invitano, anche quando non ci pensiamo. E così i
filosofi hanno voglia di dire: ‘Ritiratevi in voi stessi e troverete il vostro
bene’; nessuno ci crede, e coloro che ci credono sono i più vuoti e i più
stupidi.
--
Tutti errano, e tanto più
pericolosamente in quanto ognuno di essi segue una verità. Il loro errore non
consiste nel seguire una cosa falsa, ma nel non seguire un’altra verità.
Ne
Le sorgenti della musica, pietra
miliare dell'antropologia culturale oltreché della musicologia, Curt
Sachs scrive:
Nel
senso più ampio del termine, il mutamento culturale è un elemento
permanente della civiltà umana; continua dappertutto e in ogni
tempo. Può essere indotto da fattori e da forze spontaneamente sorti
all'interno della comunità, e può aver luogo attraverso il contatto
tra culture differenti. Tutti gli elementi della cultura, arte
compresa, debbono cambiare, sotto l'impatto dell'interscambio
tribale, del talento o di quella variante spontanea che i biologi
chiamano mutazione.
Il
cambiamento (evitando di proposito il termine 'progresso') necessita
dunque di transumanze, di spostamenti fisici. In questo modo uomini
provenienti da luoghi diversi possono incontrarsi (o scontrarsi)
perseguendo i propri interessi e realizzando, al contempo, ciò che
noi chiamiamo storia, arte, cultura. Per questo motivo accuso una
istantanea orticaria quando mi capita sott'occhio il titolo ad
effetto della rubrica Cervelli in fuga.
In essa ci viene sottoposto sempre lo stesso predicozzo da parte dei
nostri connazionali emigrati. Loro, abbandonando l'ingrata Italia che
non è riuscita a valorizzarli, “ce l'hanno fatta”.
All'immancabile domanda sui rimpianti: il sole o il cibo.
Una semplice domanda sorge spontanea: non essendo più
possibile partire con le tasche bucate e la valigia di cartone verso
le Americhe, chi pensa di andare a stabilirsi in un Paese estero,
qualcosina deve aver messo da parte. E non alludo solo alle risorse
economiche ma soprattutto alla formazione e alle competenze
professionali. Ergo, l'Italia qualcosa gliel'ha data ai cervelli in
fuga. Senz'altro il nostro Paese non spicca certo per meritocrazia e
trasparenza; ma questo non implica che chi è 'costretto' (uso il
virgolettato perché di fronte a simili scelte non siamo mai
costretti, bensì ci autoconvinciamo di esserlo per legittimare il
nostro bisogno di ricevere nuovi stimoli) a partire sia nella stessa
situazione del condannato alla sedia elettrica.
Concludo
con le parole di qualcuno che la storia d'Italia ed i pregi e difetti
dei suoi connazionali li conosceva bene, Benedetto Croce. Tant'è che
un suo lavoro del 1948, dal titolo Quando l'Italia era
tagliata in due, già ci metteva
in guardia dagli idioti separatismi, dedicando la sua fatica
letteraria “Alla mia Napoli che non ha chiesto né
vagheggiato autonomie e separatismi religiosamente fedele a quella
idea dell'unità nazionale che i suoi uomini del 1799 propugnarono
tra i primi dedico il diario di un periodo nel quale separati di
fatto all'Italia di continuo pensammo anelando di tornare tutt'uno
con lei”. Il saggio dal quale
ho estratto quanto seguirà è Un paradiso abitato da
diavoli, contenuto nell'omonima
antologia pubblicata da Adelphi nel 2006. Il paradiso è la città in
cui visse e morì Croce, Napoli, ma sono sicuro che ciascuno di noi
non potrà fare a meno di sentirsi coinvolto nella disamina crociana
del consolidato pregiudizio.
È
un proverbio che ora non ha più corso, ma che per più secoli ebbe
corso, questo: che Napoli fosse un paradiso abitato da diavoli. […]
Una volta, quel proverbio assurse agli onori di una
solennità accademica, preso come testo di una pomposa orazione, e
illustrato e commentato innanzi a un decoroso uditorio, che era stato
convocato apposta per l'occasione. Un giovane dotto tedesco chiamato
Giovanni Andrea Buhel, ebbe un'idea di quelle che si sogliono
chiamare 'geniali'.
Pensò
di celebrare nell'università di Altdorf presso Norimberga (una
piccola università sorta ai primi del Seicento e abolita ai primi
dell'Ottocento) la presa di Gaeta e la riunione del Regno di Napoli
ai domini di casa d'Austria con un'orazione che togliesse ad
argomento, e svolgesse e dimostrasse nei particolari, la verità del
proverbio volgare, che 'il Regno di Napoli è un paradiso, ma abitato
da diavoli'. Detto fatto, l'11 novembre del 1707 il professore di
morale, oratoria e poetica dell'università di Altdorf, Daniele
Omeis, distribuì il programma, invitando alla cerimonia il magnifico
rettore, i venerandi e celeberrimi padri accademici, e i cittadini
studiosi; e illustrò il significato di quell'invito con un discorso
dal titolo: Proverbium Italorum:
Regnum Neapolitanum Paradisus est, sed a Diabolis habitatus, ulterius
explicatum.
Il
discorso, dopo il saluto d'obbligo, cominciava col rammentare la
grave dignità, l'esimia utilità e l'insigne eleganza degli adagi o
proverbi. Entrava poi subito nell'amplificare e particolareggiare la
prima parte del proverbio oggetto di discussione, guidando gli
uditori a un ideale viaggio, non ai Campi Elisi, cui si accede solo
dopo la morte, ma a una 'terra
fortunata, regio fertilissima, elegantissima Naturae gemma'.
Sito georgrafico,venti, monti, fiumi, città, promontori, porti,
prodotti del suolo erano fatti passare dinanzi alla fantasia degli
uditori con gridi di ammirazione: e le auree messi e i neri grappoli
e le selve di cedri e i giardini di fichi; e i gigli e le rose e le
vile; e i pesci d'ogni sorta e le ostriche d'ogni varietà; e poi
ancora i bovi e i muli e i cavalli, famosi in tutta Europa. 'O
mirandam itaque Campaniae foecunditatem! O stupendam Neapolis
opulentiam! O insignem Regni huius felicitatem!'.
Ma
da queste esclamazioni di rapimento rampollavano, e quasi scoppiavano
per contrasto, le altre di ripugnanza e d'orrore con le quali passava
a svolgere, con la stessa puntuale diligenza usata per la prima, la
seconda parte della sua tesi.
Vi
passava, com'egli dice, con lingua tremebonda, tanti erano i
Neapolitanorum facinora,
di cui gli toccava parlare; giacché l'Inferno non escogitò quasi
nessuna scelleratezza di cui cotesta nazione di uomini non sia
bruttata. E già gli antichi movevano querele contro di essa,
descrivendo le lascivie e il lusso di Capua e di tutta la Campania; e
ancor oggi Giovanni Andrea Bosio, uomo chiarissimo, attesta che le
donne napoletane, pur dell'infimo popolo, gareggiano nella superbia
delle vesti con le principesse, e molte preferiscono soffrire la fame
per più giorni pur di fare splendida comparsa in pubblico nelle
feste. Ma degli altri loro vizi, eloquar
an sileam? Il pudore rattiene dal dire che è tanta la loro
lussuria che in Napoli vi ha maggior numero di meretrici che in ogni
altra città italiana; che i napoletani sono ambiziosi e cupidissimi
di titoli e di onori, amantissimi delle liti, insolenti e vantatori
nel parlare, e pieni di vanità, superbi, prepotenti, sospettosi e
grandi giocatori, avidi di vendetta, gelosi, dediti all'ozio, amatori
di novità a segno che dal tempo dei re normanni fino all'anno 1632
si sono noverate cinquantaquattro ribellioni nel loro paese; che la
plebe è così ingannatrice, specie nel giocare, e per solito di così
maligno umore, che a buon diritto dai rimanenti popoli d'Italia i
napoletani sono giudicati pessimi tra i pessimi, e piena conferma
riceve dai fatti la verità del proverbio universalmente ripetuto, il
quale quanto esalta quella terra, altrettanto ne vitupera gli
abitatori.
[…]
L'interpretazione che il Buhel dava dell'antico proverbio italiano,
la forma in cui lo svolgeva, è tale da suscitare un largo ed ilare
riso e, ad una con questo, il facile rigetto di quel proverbio come
di una troppo grossa stupidità. Ma la stupidità è la comune sorte
a cui vanno incontro i motti satirici e i giudizi sui popoli.
Siffatti
giudizi soffrono di difficoltà obiettive, e perché sono sempre
giudizi del 'per lo più', come avrebbe detto Aristotele, giudizi di
prevalenza (di una prevalenza a stabilir la quale non soccorrono
metodi sicuri), e perché mantengono carattere statico dinanzi alla
vita dei popoli, che è dinamica e cangevole; e poi, formolati che
siano su talune osservazioni, per taluni tempi e luoghi, con
riferenza a taluni aspetti della realtà, soffrono dell'altro malanno
di venire irrigiditi, resi assoluti, interpretati fantasticamente, e
diventano sostegno di leggende o menzogne convenzionali. Anche la
loro origine subiettiva è sovente torbida per passioni, contrasti
d'interessi, capricci, leggerezze, favorita da quella mancanza di
responsabilità, che rende baldanzosi, appunto perché un popolo non
è in grado di ribattere le calunnie come un individuo e alle
sofistiche accuse scopre assai più indifeso il fianco che non
gl'individui. Gli sciocchi, gl'ingenerosi, i combattitori a vuoto e
con poca spesa e con poco rischio, i plebei di cuore e di mente, sono
perciò sempre proclivi a ingiuriare i popoli; della qual cosa si
sono visti, anche di recente, esempi nauseabondi.
Nondimeno,
pur tenendo nel debito conto tutte codeste avvertenze, è un fatto
che caratteriologie psicologiche di popoli e nazioni, e giudizi
morali intorno ad essi, si sono sempre dati e si danno ancor oggi, e
rispondono a una necessità mentale, e debbono avere perciò la loro
verità o il loro granello di verità.
E
se, come io suppongo, quel proverbio italiano sorse nel Trecento, o
anche nel caso che non sia più antico del quattrocento, la sua
verità si ritrova facilmente nello spettacolo dell'anarchia feudale
che il Regno di Napoli offriva in quei secoli ai cittadini dei Comuni
e delle Repubbliche dell'Italia media e superiore, e nell'altro,
congiunto, della rozzezza, dei vizi nascenti dalla povertà e
dall'ozio, che esso offriva agli alacri mercanti fiorentini e
lucchesi e pisani e veneti e genovesi, che qui si recavano per
traffici. La sua verità era, insomma, nelle manchevolezze della vita
civile e politica di questa parte d'Italia. Né nei secoli seguenti
ci fu ragione di lasciarlo cadere in desuetudine, perché
brigantaggio e violenza di plebi cittadine e tumulti e persistente
rozzezza, e mali abiti, e povertà, e difetto di industrie e di
operoso costume gli ridavano a volta a volta un contenuto attuale.
[…]
Accade, d'altra parte, che, pur nella poco alacre vita civile e
politica, l'umana virtù si affermi nei particolari, contrastando al
generale, e talora negli episodi, e perfino essa sorga dal mezzo
stesso dei vizi, come loro correlativo. Onde un popolo che non ha
bastevole affetto per la cosa pubblica potrà avere assai vivo quello
per la famiglia, per la quale sarà disposto ogni sacrificio; un
popolo indifferente avere la chiaroveggenza dell'indifferenza; un
popolo poco operoso nei commerci e negli affari valer molto nella
contemplazione dell'arte e nelle indagini dell'intelletto; un popolo
privo di spirito di gloria saper ben cogliere il gonfio e il falso
delle umane ambizioni e operare nel riso un lavacro di verità. E via
discorrendo.
Sulla
logica di queste considerazioni, il popolo napoletano è stato
perfino più volte difeso, e il suo atteggiamento verso la vita ha
suscitato simpatie, specie negli artisti, nei sentimentali e nei
grandi dilettanti; e anche ai giorni nostri, in tanto stridore di
cozzanti passioni politiche, Napoli è apparsa come un'oasi nella
quale sia possibile ritrarsi per obliare, riposare e respirare in
mezzo a un popolo che di politica non cura o, tutt'al più, la prende
a mera materia di chiacchiera e, chiacchierandone senza riscaldarsi,
spesso la giudica con spregiudicato acume.
Tutto
bene: ma ciò non toglie che, quando poi si passa all'altro 'piano di
conoscenza', quando si torna a guardare, con interessamento e
sollecitudine politica, all'unità e al ritmo generale della vita, la
riprovazione si rinnovi; e sempre si rinnoverà fino a quando alle
umane società sarà necessaria una robusta vita etico-politica.
Per
questa parte, l'antico proverbio italiano non ha ancora perso del
tutto la sua verità, sebbene sia uscito di moda e caduto in
dimenticanza per la sua forma, che non risponde più al sentire
odierno. Non vi risponde per quelle immagini, diventate trite e
sbiadite e poco efficaci, di 'paradiso' e di 'diavoli'; non vi
risponde per quel suo porre come carattere naturale e immutabile ciò
che una lunga educazione mentale ci ha ammaestrati ormai a
considerare e a trattare come storico e trasformabile e mutevole. Ma
quando qualche odierno sociologo, considerando l'Italia meridionale
col termine di confronto non più del suo ruolo o del suo paradiso ma
di altri paesi di Europa e di Italia, dice che qui c'è stato
'arresto di sviluppo sociale', e parla per essa, se anche non per
essa sola, di un''Italia barbara', che cosa fa se non ripetere, in
gergo di scienza moderna, l'antico proverbio?
[…]
Non solo anche qui c'è stata, nei secoli, un'alta vita morale e
intellettuale, ma ci sono stati anche qui, nei secoli, coloro che
hanno amato e sofferto e operato per la loro patria, e anche qui si è
compiuta opera di avanzamento civile e politico, che solo gl'ignari
di storia possono leggermente disconoscere. E se ancor oggi noi
accettiamo senza proteste o per nostro conto rinnoviamo in diversa
forma l'antico biasimo, e se, anzi, non lasciamo che ce lo diano gli
stranieri o gli altri italiani ma ce lo diamo volentieri noi a noi
stessi, è perchè stimiamo che esso valga da sferza e da pungolo, e
concorra a mantener viva in noi la coscienza di quello che è il
dover nostro. E, sotto questo aspetto, c'importa poco ricercare fino
a qual punto il detto proverbiale sia vero, giovandoci tenerlo
verissimo per far che sia sempre men vero.
Padova,
Cappella degli Scrovegni. Entro e mi ritrovo lanciato nel Giudizio
universale di Giotto.
Due dettagli colpiscono la mia attenzione.
I corpi flaccidi dei dannati, appesi come lenzuoli o ammucchiati con grande efficienza dai diavoli;
Satana che si ingozza con un corpo di cui si vede solo il lato B (forse il lato A è quello che sbuca più sotto dai genitali).
L'impatto
con questo capolavoro dovrebbe essere devastante. Eppure non sento
ribrezzo, tutt'altro. Sembra d'assistere ad una commedia, con i
diavoli costretti a sgobbare per un padrone ingordo qual'è il Satana
ritratto da Giotto. Anche da morto un uomo riesce ad essere un peso
per gli altri. Impressioni analoghe le ho avute di fronte ad alcune
opere di Bosch come La caduta dei dannati ed
Il giudizio finale, veri
e propri trionfi del terrore e del grottesco. La fantasia del pittore fiammingo sembra infatti sconfinata: i corpi dei dannati vengono fatti a pezzi, morsi da serpi, bruciati in forni o strapazzati come delle uova in padella.
A differenza della mia, la reazione di un uomo del Trecento o del Cinquecento di fronte a
simili opere non dev'essere stata piacevole. Non a caso la migliore
alleata della Chiesa per 'rinsaldare' la fede cristiana era proprio
la paura. Scrive Walter Bosing nella sua monografia dedicata a Bosch:
“Per noi non è semplice comprendere l'inferno di Bosch
così come lo dovettero comprendere i suoi contemporanei. Possiamo
immaginare che questi, perfettamente informati dalla letteratura e
dalle innumerevoli prediche sulle sofferenze dei dannati, potessero
sperimentare direttamente il gelo ed il calore dell'inferno ed
avessero il respiro mozzato dal fumo e dai vapori puzzolenti che
salivano. Probabilmente potevano udire gli strepiti ed i sibili dei
demoni, ma soprattutto le grida dei condannati al supplizio. […]
I mistici affermavano che il peggior supplizio che i
dannati avrebbero dovuto patire all'inferno sarebbe stata la certezza
che lo sguardo divino era loro negato per l'eternità. Per la maggior
parte degli uomini però le sofferenze dell'inferno erano soprattutto
fisiche, e così immense, che, come dice una predica medievale,
quelle di questa vita sarebbero apparse degli unguenti”.
Schopenhauer,
nei magistrali paragrafi 57, 58 e 59 del quarto libro de Il mondo come
volontà e rappresentazione,
compie un'operazione analoga a quelle di Giotto e Bosch. Egli riesce
a sintetizzare con poche righe l'ineluttabile destino dell'uomo,
consegnato ai suoi mille bisogni, quindi alla sofferenza ed, infine, alla morte.
“L'uomo è il più bisognoso fra tutti gli esseri: egli è, completamente, concreto volere e bisogno, è una concrezione di mille necessità. Con queste egli sta sulla terra, abbandonato a se stesso, incerto su tutto, ma non sulla sua indigenza e sul suo bisogno. [...] Volere ed aspirare costituiscono la sua essenza, paragonabili ad una sete inestinguibile. Il fondamento di ogni volere è il bisogno, la mancanza, dunque il dolore, di cui l'uomo, di conseguenza è vittima già in origine. Se invece gli vengono a mancare gli oggetti del volere, dal momento che il troppo facile appagamento glieli riporta subito via; allora egli viene assalito da un terribile vuoto e dalla noia. La sua vita oscilla dunque, come un pendolo, in qua e in là, fra il dolore e la noia, che sono entrambi gli elementi costitutivi di quella. Ciò, molto singolarmente, ha dovuto anche esprimersi attraverso il fatto che, avendo l'uomo trasferito nell'inferno tutte le sofferenze ed i tormenti, per il cielo non rimase nulla se non appunto la noia. [...] Da
dove altro Dante ha ricavato la materia per il suo Inferno,
se non da questo nostro mondo reale? Tuttavia è riuscito un inferno
molto ben strutturato. Al contrario, allorché pervenne al compito di
descrivere il cielo e le sue gioie, si trovò davanti a una
difficoltà insormontabile, appunto perché il nostro mondo non offre
assolutamente materiali per qualcosa di simile. […] Invano il
tormentato invocherà i suoi dèi per essere aiutato: egli resterà
impietosamente abbandonato al suo destino. L'uomo è sempre rimandato
a se stesso”.
Tuttavia,
la condizione umana può apparire diversa a seconda della prospettiva
da cui la si analizza:
“La
vita di ogni singolo, se la si abbraccia con lo sguardo nella sua
totalità e generalità, mettendone in risalto soltanto i tratti
importanti, è sempre in verità una tragedia, ma esaminata in
particolare, essa ha il carattere di una commedia. Infatti,
l'animazione e il tormento quotidiani, l'assillo incessante del
momento, i desideri e i timori della settimana, gli incidenti di ogni
ora, attraverso il caso che mira costantemente alla burla, sono solo
scene di una commedia. Ma i desideri non esauditi, l'aspirare
vanificato, le speranze spietatamente calpestate dal destino, gli
infelici errori di tutta la vita, con le crescenti sofferenze e la
morte alla fine, formano sempre una tragedia. La nostra vita, dunque,
deve contenere tutti i dolori, come se il destino avesse voluto
aggiungere alla miseria della nostra esistenza anche la derisione, e
noi al tempo stesso non possiamo neppure conservare la dignità di
personaggi tragici ma, nei diffusi casi particolari della vita, siamo
attori da commedia necessariamente ridicoli”.
A
questo punto l'uomo cerca di reagire, non sapendo però di stare
peggiorando la propria condizione:
“Non
ancora contento di preoccupazioni, di afflizioni e di occupazioni,
che il mondo reale gli addossa, […] l'uomo si crea, a propria
immagine, demoni, dèi e santi, ai quali devono essere
incessantemente offerti sacrifici, preghiere, ornamenti dei templi,
voti ed il loro adempimento, pellegrinaggi, accoglienze, abbellimento
delle immagini ecc. Il loro culto s'intreccia ovunque con la realtà,
anzi la oscura: ogni avvenimento della vita è allora accettato come
un effetto dell'azione di quegli esseri; i rapporti con loro
riempiono la metà della vita, mantengono costantemente la speranza
e, mediante lo stimolo dell'illusione, diventano spesso più
interessanti di quelli con la vita reale. Essi sono l'espressione ed
il simbolo del doppio bisogno dell'uomo, in parte di aiuto e di
assistenza, e in parte di occupazione e passatempo; e quantunque egli
addiritturacontrasti spesso il primo bisogno, mentre, negli
incidenti e pericoli che si presentano, sono spesi inutilmente tempo
prezioso ed energie in preghiere e sacrifici, al posto di impedirli;
tanto meglio egli si mette al servizio del secondo bisogno, mediante
quel rapporto immaginario con un onirico mondo degli spiriti: e
questo è il profitto, niente affatto disprezzabile, di tutte le
superstizioni".