lunedì 19 maggio 2014

Deretani in rientro


Ne Le sorgenti della musica, pietra miliare dell'antropologia culturale oltreché della musicologia, Curt Sachs scrive:

Nel senso più ampio del termine, il mutamento culturale è un elemento permanente della civiltà umana; continua dappertutto e in ogni tempo. Può essere indotto da fattori e da forze spontaneamente sorti all'interno della comunità, e può aver luogo attraverso il contatto tra culture differenti. Tutti gli elementi della cultura, arte compresa, debbono cambiare, sotto l'impatto dell'interscambio tribale, del talento o di quella variante spontanea che i biologi chiamano mutazione.

Il cambiamento (evitando di proposito il termine 'progresso') necessita dunque di transumanze, di spostamenti fisici. In questo modo uomini provenienti da luoghi diversi possono incontrarsi (o scontrarsi) perseguendo i propri interessi e realizzando, al contempo, ciò che noi chiamiamo storia, arte, cultura. Per questo motivo accuso una istantanea orticaria quando mi capita sott'occhio il titolo ad effetto della rubrica Cervelli in fuga. In essa ci viene sottoposto sempre lo stesso predicozzo da parte dei nostri connazionali emigrati. Loro, abbandonando l'ingrata Italia che non è riuscita a valorizzarli, “ce l'hanno fatta”. All'immancabile domanda sui rimpianti: il sole o il cibo.

Una semplice domanda sorge spontanea: non essendo più possibile partire con le tasche bucate e la valigia di cartone verso le Americhe, chi pensa di andare a stabilirsi in un Paese estero, qualcosina deve aver messo da parte. E non alludo solo alle risorse economiche ma soprattutto alla formazione e alle competenze professionali. Ergo, l'Italia qualcosa gliel'ha data ai cervelli in fuga. Senz'altro il nostro Paese non spicca certo per meritocrazia e trasparenza; ma questo non implica che chi è 'costretto' (uso il virgolettato perché di fronte a simili scelte non siamo mai costretti, bensì ci autoconvinciamo di esserlo per legittimare il nostro bisogno di ricevere nuovi stimoli) a partire sia nella stessa situazione del condannato alla sedia elettrica.
Infine, un'ultima domanda. Le statistiche, è vero, sono impressionanti (http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/05/10/emigrazione-lanno-scorso-95mila-italiani-hanno-fatto-le-valigie-55-rispetto-al-2011/980309/), ma per quanti italiani si professano felici lontano dall'Italia, quanti sono quelli che sono stati 'costretti' a ritornare delusi? Perché nessuno parla di loro? Come potremmo chiamarli? Il titolo di questo post vuole essere una provocazione, ma anche una proposta.

Concludo con le parole di qualcuno che la storia d'Italia ed i pregi e difetti dei suoi connazionali li conosceva bene, Benedetto Croce. Tant'è che un suo lavoro del 1948, dal titolo Quando l'Italia era tagliata in due, già ci metteva in guardia dagli idioti separatismi, dedicando la sua fatica letteraria “Alla mia Napoli che non ha chiesto né vagheggiato autonomie e separatismi religiosamente fedele a quella idea dell'unità nazionale che i suoi uomini del 1799 propugnarono tra i primi dedico il diario di un periodo nel quale separati di fatto all'Italia di continuo pensammo anelando di tornare tutt'uno con lei”. Il saggio dal quale ho estratto quanto seguirà è Un paradiso abitato da diavoli, contenuto nell'omonima antologia pubblicata da Adelphi nel 2006. Il paradiso è la città in cui visse e morì Croce, Napoli, ma sono sicuro che ciascuno di noi non potrà fare a meno di sentirsi coinvolto nella disamina crociana del consolidato pregiudizio.

È un proverbio che ora non ha più corso, ma che per più secoli ebbe corso, questo: che Napoli fosse un paradiso abitato da diavoli. […] Una volta, quel proverbio assurse agli onori di una solennità accademica, preso come testo di una pomposa orazione, e illustrato e commentato innanzi a un decoroso uditorio, che era stato convocato apposta per l'occasione. Un giovane dotto tedesco chiamato Giovanni Andrea Buhel, ebbe un'idea di quelle che si sogliono chiamare 'geniali'.
Pensò di celebrare nell'università di Altdorf presso Norimberga (una piccola università sorta ai primi del Seicento e abolita ai primi dell'Ottocento) la presa di Gaeta e la riunione del Regno di Napoli ai domini di casa d'Austria con un'orazione che togliesse ad argomento, e svolgesse e dimostrasse nei particolari, la verità del proverbio volgare, che 'il Regno di Napoli è un paradiso, ma abitato da diavoli'. Detto fatto, l'11 novembre del 1707 il professore di morale, oratoria e poetica dell'università di Altdorf, Daniele Omeis, distribuì il programma, invitando alla cerimonia il magnifico rettore, i venerandi e celeberrimi padri accademici, e i cittadini studiosi; e illustrò il significato di quell'invito con un discorso dal titolo: Proverbium Italorum: Regnum Neapolitanum Paradisus est, sed a Diabolis habitatus, ulterius explicatum.

Il discorso, dopo il saluto d'obbligo, cominciava col rammentare la grave dignità, l'esimia utilità e l'insigne eleganza degli adagi o proverbi. Entrava poi subito nell'amplificare e particolareggiare la prima parte del proverbio oggetto di discussione, guidando gli uditori a un ideale viaggio, non ai Campi Elisi, cui si accede solo dopo la morte, ma a una 'terra fortunata, regio fertilissima, elegantissima Naturae gemma'. Sito georgrafico,venti, monti, fiumi, città, promontori, porti, prodotti del suolo erano fatti passare dinanzi alla fantasia degli uditori con gridi di ammirazione: e le auree messi e i neri grappoli e le selve di cedri e i giardini di fichi; e i gigli e le rose e le vile; e i pesci d'ogni sorta e le ostriche d'ogni varietà; e poi ancora i bovi e i muli e i cavalli, famosi in tutta Europa. 'O mirandam itaque Campaniae foecunditatem! O stupendam Neapolis opulentiam! O insignem Regni huius felicitatem!'.

Ma da queste esclamazioni di rapimento rampollavano, e quasi scoppiavano per contrasto, le altre di ripugnanza e d'orrore con le quali passava a svolgere, con la stessa puntuale diligenza usata per la prima, la seconda parte della sua tesi.
Vi passava, com'egli dice, con lingua tremebonda, tanti erano i Neapolitanorum facinora, di cui gli toccava parlare; giacché l'Inferno non escogitò quasi nessuna scelleratezza di cui cotesta nazione di uomini non sia bruttata. E già gli antichi movevano querele contro di essa, descrivendo le lascivie e il lusso di Capua e di tutta la Campania; e ancor oggi Giovanni Andrea Bosio, uomo chiarissimo, attesta che le donne napoletane, pur dell'infimo popolo, gareggiano nella superbia delle vesti con le principesse, e molte preferiscono soffrire la fame per più giorni pur di fare splendida comparsa in pubblico nelle feste. Ma degli altri loro vizi, eloquar an sileam? Il pudore rattiene dal dire che è tanta la loro lussuria che in Napoli vi ha maggior numero di meretrici che in ogni altra città italiana; che i napoletani sono ambiziosi e cupidissimi di titoli e di onori, amantissimi delle liti, insolenti e vantatori nel parlare, e pieni di vanità, superbi, prepotenti, sospettosi e grandi giocatori, avidi di vendetta, gelosi, dediti all'ozio, amatori di novità a segno che dal tempo dei re normanni fino all'anno 1632 si sono noverate cinquantaquattro ribellioni nel loro paese; che la plebe è così ingannatrice, specie nel giocare, e per solito di così maligno umore, che a buon diritto dai rimanenti popoli d'Italia i napoletani sono giudicati pessimi tra i pessimi, e piena conferma riceve dai fatti la verità del proverbio universalmente ripetuto, il quale quanto esalta quella terra, altrettanto ne vitupera gli abitatori.

[…] L'interpretazione che il Buhel dava dell'antico proverbio italiano, la forma in cui lo svolgeva, è tale da suscitare un largo ed ilare riso e, ad una con questo, il facile rigetto di quel proverbio come di una troppo grossa stupidità. Ma la stupidità è la comune sorte a cui vanno incontro i motti satirici e i giudizi sui popoli.
Siffatti giudizi soffrono di difficoltà obiettive, e perché sono sempre giudizi del 'per lo più', come avrebbe detto Aristotele, giudizi di prevalenza (di una prevalenza a stabilir la quale non soccorrono metodi sicuri), e perché mantengono carattere statico dinanzi alla vita dei popoli, che è dinamica e cangevole; e poi, formolati che siano su talune osservazioni, per taluni tempi e luoghi, con riferenza a taluni aspetti della realtà, soffrono dell'altro malanno di venire irrigiditi, resi assoluti, interpretati fantasticamente, e diventano sostegno di leggende o menzogne convenzionali. Anche la loro origine subiettiva è sovente torbida per passioni, contrasti d'interessi, capricci, leggerezze, favorita da quella mancanza di responsabilità, che rende baldanzosi, appunto perché un popolo non è in grado di ribattere le calunnie come un individuo e alle sofistiche accuse scopre assai più indifeso il fianco che non gl'individui. Gli sciocchi, gl'ingenerosi, i combattitori a vuoto e con poca spesa e con poco rischio, i plebei di cuore e di mente, sono perciò sempre proclivi a ingiuriare i popoli; della qual cosa si sono visti, anche di recente, esempi nauseabondi.
Nondimeno, pur tenendo nel debito conto tutte codeste avvertenze, è un fatto che caratteriologie psicologiche di popoli e nazioni, e giudizi morali intorno ad essi, si sono sempre dati e si danno ancor oggi, e rispondono a una necessità mentale, e debbono avere perciò la loro verità o il loro granello di verità.
E se, come io suppongo, quel proverbio italiano sorse nel Trecento, o anche nel caso che non sia più antico del quattrocento, la sua verità si ritrova facilmente nello spettacolo dell'anarchia feudale che il Regno di Napoli offriva in quei secoli ai cittadini dei Comuni e delle Repubbliche dell'Italia media e superiore, e nell'altro, congiunto, della rozzezza, dei vizi nascenti dalla povertà e dall'ozio, che esso offriva agli alacri mercanti fiorentini e lucchesi e pisani e veneti e genovesi, che qui si recavano per traffici. La sua verità era, insomma, nelle manchevolezze della vita civile e politica di questa parte d'Italia. Né nei secoli seguenti ci fu ragione di lasciarlo cadere in desuetudine, perché brigantaggio e violenza di plebi cittadine e tumulti e persistente rozzezza, e mali abiti, e povertà, e difetto di industrie e di operoso costume gli ridavano a volta a volta un contenuto attuale.

[…] Accade, d'altra parte, che, pur nella poco alacre vita civile e politica, l'umana virtù si affermi nei particolari, contrastando al generale, e talora negli episodi, e perfino essa sorga dal mezzo stesso dei vizi, come loro correlativo. Onde un popolo che non ha bastevole affetto per la cosa pubblica potrà avere assai vivo quello per la famiglia, per la quale sarà disposto ogni sacrificio; un popolo indifferente avere la chiaroveggenza dell'indifferenza; un popolo poco operoso nei commerci e negli affari valer molto nella contemplazione dell'arte e nelle indagini dell'intelletto; un popolo privo di spirito di gloria saper ben cogliere il gonfio e il falso delle umane ambizioni e operare nel riso un lavacro di verità. E via discorrendo.
Sulla logica di queste considerazioni, il popolo napoletano è stato perfino più volte difeso, e il suo atteggiamento verso la vita ha suscitato simpatie, specie negli artisti, nei sentimentali e nei grandi dilettanti; e anche ai giorni nostri, in tanto stridore di cozzanti passioni politiche, Napoli è apparsa come un'oasi nella quale sia possibile ritrarsi per obliare, riposare e respirare in mezzo a un popolo che di politica non cura o, tutt'al più, la prende a mera materia di chiacchiera e, chiacchierandone senza riscaldarsi, spesso la giudica con spregiudicato acume.
Tutto bene: ma ciò non toglie che, quando poi si passa all'altro 'piano di conoscenza', quando si torna a guardare, con interessamento e sollecitudine politica, all'unità e al ritmo generale della vita, la riprovazione si rinnovi; e sempre si rinnoverà fino a quando alle umane società sarà necessaria una robusta vita etico-politica.

Per questa parte, l'antico proverbio italiano non ha ancora perso del tutto la sua verità, sebbene sia uscito di moda e caduto in dimenticanza per la sua forma, che non risponde più al sentire odierno. Non vi risponde per quelle immagini, diventate trite e sbiadite e poco efficaci, di 'paradiso' e di 'diavoli'; non vi risponde per quel suo porre come carattere naturale e immutabile ciò che una lunga educazione mentale ci ha ammaestrati ormai a considerare e a trattare come storico e trasformabile e mutevole. Ma quando qualche odierno sociologo, considerando l'Italia meridionale col termine di confronto non più del suo ruolo o del suo paradiso ma di altri paesi di Europa e di Italia, dice che qui c'è stato 'arresto di sviluppo sociale', e parla per essa, se anche non per essa sola, di un''Italia barbara', che cosa fa se non ripetere, in gergo di scienza moderna, l'antico proverbio?
[…] Non solo anche qui c'è stata, nei secoli, un'alta vita morale e intellettuale, ma ci sono stati anche qui, nei secoli, coloro che hanno amato e sofferto e operato per la loro patria, e anche qui si è compiuta opera di avanzamento civile e politico, che solo gl'ignari di storia possono leggermente disconoscere. E se ancor oggi noi accettiamo senza proteste o per nostro conto rinnoviamo in diversa forma l'antico biasimo, e se, anzi, non lasciamo che ce lo diano gli stranieri o gli altri italiani ma ce lo diamo volentieri noi a noi stessi, è perchè stimiamo che esso valga da sferza e da pungolo, e concorra a mantener viva in noi la coscienza di quello che è il dover nostro. E, sotto questo aspetto, c'importa poco ricercare fino a qual punto il detto proverbiale sia vero, giovandoci tenerlo verissimo per far che sia sempre men vero.

giovedì 6 marzo 2014

DAIMONES. Una breve passeggiata infernale

Padova, Cappella degli Scrovegni. Entro e mi ritrovo lanciato nel Giudizio universale di Giotto.


Due dettagli colpiscono la mia attenzione.

  1. I corpi flaccidi dei dannati, appesi come lenzuoli o ammucchiati con grande efficienza dai diavoli;
  2. Satana che si ingozza con un corpo di cui si vede solo il lato B (forse il lato A è quello che sbuca più sotto dai genitali).






L'impatto con questo capolavoro dovrebbe essere devastante. Eppure non sento ribrezzo, tutt'altro. Sembra d'assistere ad una commedia, con i diavoli costretti a sgobbare per un padrone ingordo qual'è il Satana ritratto da Giotto. Anche da morto un uomo riesce ad essere un peso per gli altri. Impressioni analoghe le ho avute di fronte ad alcune opere di Bosch come La caduta dei dannati ed Il giudizio finale, veri e propri trionfi del terrore e del grottesco. La fantasia del pittore fiammingo sembra infatti sconfinata: i corpi dei dannati vengono fatti a pezzi, morsi da serpi, bruciati in forni o strapazzati come delle uova in padella.



A differenza della mia, la reazione di un uomo del Trecento o del Cinquecento di fronte a simili opere non dev'essere stata piacevole. Non a caso la migliore alleata della Chiesa per 'rinsaldare' la fede cristiana era proprio la paura. Scrive Walter Bosing nella sua monografia dedicata a Bosch: “Per noi non è semplice comprendere l'inferno di Bosch così come lo dovettero comprendere i suoi contemporanei. Possiamo immaginare che questi, perfettamente informati dalla letteratura e dalle innumerevoli prediche sulle sofferenze dei dannati, potessero sperimentare direttamente il gelo ed il calore dell'inferno ed avessero il respiro mozzato dal fumo e dai vapori puzzolenti che salivano. Probabilmente potevano udire gli strepiti ed i sibili dei demoni, ma soprattutto le grida dei condannati al supplizio. […] I mistici affermavano che il peggior supplizio che i dannati avrebbero dovuto patire all'inferno sarebbe stata la certezza che lo sguardo divino era loro negato per l'eternità. Per la maggior parte degli uomini però le sofferenze dell'inferno erano soprattutto fisiche, e così immense, che, come dice una predica medievale, quelle di questa vita sarebbero apparse degli unguenti”.


Schopenhauer, nei magistrali paragrafi 57, 58 e 59 del quarto libro de Il mondo come volontà e rappresentazione, compie un'operazione analoga a quelle di Giotto e Bosch. Egli riesce a sintetizzare con poche righe l'ineluttabile destino dell'uomo, consegnato ai suoi mille bisogni, quindi alla sofferenza ed, infine, alla morte.

“L'uomo è il più bisognoso fra tutti gli esseri: egli è, completamente, concreto volere e bisogno, è una concrezione di mille necessità. Con queste egli sta sulla terra, abbandonato a se stesso, incerto su tutto, ma non sulla sua indigenza e sul suo bisogno. [...] Volere ed aspirare costituiscono la sua essenza, paragonabili ad una sete inestinguibile. Il fondamento di ogni volere è il bisogno, la mancanza, dunque il dolore, di cui l'uomo, di conseguenza è vittima già in origine. Se invece gli vengono a mancare gli oggetti del volere, dal momento che il troppo facile appagamento glieli riporta subito via; allora egli viene assalito da un terribile vuoto e dalla noia. La sua vita oscilla dunque, come un pendolo, in qua e in là, fra il dolore e la noia, che sono entrambi gli elementi costitutivi di quella. Ciò, molto singolarmente, ha dovuto anche esprimersi attraverso il fatto che, avendo l'uomo trasferito nell'inferno tutte le sofferenze ed i tormenti, per il cielo non rimase nulla se non appunto la noia. [...] Da dove altro Dante ha ricavato la materia per il suo Inferno, se non da questo nostro mondo reale? Tuttavia è riuscito un inferno molto ben strutturato. Al contrario, allorché pervenne al compito di descrivere il cielo e le sue gioie, si trovò davanti a una difficoltà insormontabile, appunto perché il nostro mondo non offre assolutamente materiali per qualcosa di simile. […] Invano il tormentato invocherà i suoi dèi per essere aiutato: egli resterà impietosamente abbandonato al suo destino. L'uomo è sempre rimandato a se stesso”.


Tuttavia, la condizione umana può apparire diversa a seconda della prospettiva da cui la si analizza:

“La vita di ogni singolo, se la si abbraccia con lo sguardo nella sua totalità e generalità, mettendone in risalto soltanto i tratti importanti, è sempre in verità una tragedia, ma esaminata in particolare, essa ha il carattere di una commedia. Infatti, l'animazione e il tormento quotidiani, l'assillo incessante del momento, i desideri e i timori della settimana, gli incidenti di ogni ora, attraverso il caso che mira costantemente alla burla, sono solo scene di una commedia. Ma i desideri non esauditi, l'aspirare vanificato, le speranze spietatamente calpestate dal destino, gli infelici errori di tutta la vita, con le crescenti sofferenze e la morte alla fine, formano sempre una tragedia. La nostra vita, dunque, deve contenere tutti i dolori, come se il destino avesse voluto aggiungere alla miseria della nostra esistenza anche la derisione, e noi al tempo stesso non possiamo neppure conservare la dignità di personaggi tragici ma, nei diffusi casi particolari della vita, siamo attori da commedia necessariamente ridicoli”.


A questo punto l'uomo cerca di reagire, non sapendo però di stare peggiorando la propria condizione: 

“Non ancora contento di preoccupazioni, di afflizioni e di occupazioni, che il mondo reale gli addossa, […] l'uomo si crea, a propria immagine, demoni, dèi e santi, ai quali devono essere incessantemente offerti sacrifici, preghiere, ornamenti dei templi, voti ed il loro adempimento, pellegrinaggi, accoglienze, abbellimento delle immagini ecc. Il loro culto s'intreccia ovunque con la realtà, anzi la oscura: ogni avvenimento della vita è allora accettato come un effetto dell'azione di quegli esseri; i rapporti con loro riempiono la metà della vita, mantengono costantemente la speranza e, mediante lo stimolo dell'illusione, diventano spesso più interessanti di quelli con la vita reale. Essi sono l'espressione ed il simbolo del doppio bisogno dell'uomo, in parte di aiuto e di assistenza, e in parte di occupazione e passatempo; e quantunque egli addirittura contrasti spesso il primo bisogno, mentre, negli incidenti e pericoli che si presentano, sono spesi inutilmente tempo prezioso ed energie in preghiere e sacrifici, al posto di impedirli; tanto meglio egli si mette al servizio del secondo bisogno, mediante quel rapporto immaginario con un onirico mondo degli spiriti: e questo è il profitto, niente affatto disprezzabile, di tutte le superstizioni".

In memoria di Manlio Sgalambro

lunedì 3 febbraio 2014

Un amaro

Leggere Cioran è per me come bere un amaro. Ne conosco in anticipo il sapore sferzante, ma allo stesso tempo so che ne vorrò un altro, e un altro ancora.


Nell'ordine dello spirito, ogni produzione priva di necessità è un peccato contro lo spirito. Lo scrittore in quanto tale si trova in stato di peccato mortale.


Nei paesaggi che amiamo le nostre infermità assumono un colore diverso. Qui l'insonnia non è un male, ma soltanto una certa impossibilità.


Non ho conosciuto nessuna gioia che non abbia, in un modo o nell'altro, espiato.
(Ho espiato ogni gioia, ho pagato per ogni piacere. Sono pari con la sorte, ho saldato tutti i conti con Dio).


Ascoltare il vento dispensa dalla poesia, è poesia.


Poiché non sappiamo quanto ci resta da vivere, il dovere verso noi stessi ci impone di fare solo ciò che interessa particolarmente il nostro essere. Non ricerche: ma cercare prima di tutto noi stessi. Che importano gli altri! E' dal centro di noi stessi che potremo risolvere i loro problemi, ammesso che si possano risolvere i problemi altrui.
D'altronde quaggiù nulla è risolto, perché nessuno si prende la briga di sapere a che punto è rispetto a se stesso.


Ci vogliono compensazioni ai nostri dolori. E non c'è niente di più triste che affrontare delle prove in uno scenario qualunque.


Acquistiamo in coscienza ciò che perdiamo in esistenza. Quello che i nostri mali ci fanno perdere in essere lo acquistiamo in coscienza.
Il vuoto che le nostre infermità suscitano nel nostro essere è colmato dalla presenza della coscienza, anzi, questo vuoto è la coscienza stessa.


Avere genio significa riuscire a digerire le influenze fino a farne perdere le tracce.


24 Agosto. Talamanca. Andare un'ultima volta a contemplare il tramonto dal mulino a vento. Nessuno nei paraggi, silenzio. Il cielo e il mare. Ibiza di fronte. [...] Vivere lontano dal Mediterraneo è un errore. Come ho potuto per tanto tempo sacrificare al pregiudizio del Nord? Tutte le mie sventure, diciamo delusioni, vengono da lì.


Mentre facevo ogni sorta di amare riflessioni, guardavo quei pini, quelle rocce, quelle onde 'visitate' dalla luna, e improvvisamente ho sentito fino a che punto sono inchiodato a questo bell'universo maledetto.


"Non posso fare distinzione tra la musica e le lacrime" (Nietzsche). Chi non lo capisce istantaneamente non ha mai vissuto nell'intimità della musica. Ogni vera musica è sgorgata dalle lacrime, nata com'è dal rimpianto del paradiso.


La morte non ha senso se non per coloro che hanno amato appassionatamente la vita. Morire senza avere niente da lasciare! Il distacco è negazione della vita come della morte. Chi ha vinto la paura di morire ha anche trionfato della vita, che è solo l'altro nome di questa paura.
I vagabondi, che si rifiutano di morire nel loro letto, si potrebbe dire che non muoiano affatto. Si muore soltanto distesi, in quella lunga preparazione con la quale chi vive sconta, goccia a goccia, la propria morte. Quando non c'è niente che ci leghi a un posto, che rimpianti si possono avere negli ultimi istanti?


Soltanto il paradiso o il mare potrebbero farmi rinunciare alla musica.


Chi ha vinto la paura di morire può credersi immortale, ma chi non la conosce lo è. La paura è una morte di ogni istante.


Si crede in Dio soltanto per evitare il monologo tormentoso della solitudine.


Troppo manchiamo di saggezza per non amare il destino con dolorosa passione.


Avrò in me abbastanza musica da non scomparire mai? Vi sono adagi dopo i quali non si può imputridire.


Il vino ha fatto più della teologia per avvicinare gli uomini a Dio.


Credere nella filosofia è segno di buona salute. Non lo è, invece, mettersi a pensare.


Ci incuriosiscono tra i filosofi soltanto quelli che, esasperati dei sistemi, sono partiti alla ricerca della felicità. Nascono così le filosofie crepuscolari, più consolanti delle religioni perché ci liberano da ogni interdetto.


Che la musica non sia in alcun modo di essenza umana ne è prova il fatto che essa non suscita mai la rappresentazione dell'inferno. Nemmeno le marce funebri ci riescono. L'inferno è un attualità, e questo significa che noi serbiamo memoria soltanto del paradiso.


Capire i poeti è una grande maledizione, perché ci insegnano a non avere più niente da perdere.


Tra il niente e Dio c'è meno di un passo, perché Dio è l'espressione positiva del niente.


Ogni ricordo è un sintomo malsano. La vita come stato puro, come fenomeno non alterato, è attualità assoluta. La memoria è negazione dell'istinto e la sua ipertrofia una malattia incurabile.


Chi non pensa a Dio rimane estraneo a se stesso.


La meditazione musicale dovrebbe essere il prototipo del pensiero in genere. Soltanto nella musica si dà un pensiero compiuto. Dopo aver letto i filosofi più profondi sentiamo il bisogno di ricominciare da zero. Soltanto la musica ci dà risposta definitive.


Esiste, in arte, un criterio che non sia l'avvicinarsi al cielo?


I bambini, come gli amanti, hanno il presentimento dei limiti della felicità.


Avere sempre amato le lacrime, l'innocenza e il nichilismo. Gli esseri che sanno tutto e quelli che non sanno niente. I falliti e i bambini.


Il fallimento è un parossismo della lucidità; il mondo diventato trasparente all'occhio implacabile di chi, chiaroveggente e sterile, non aderisce più a niente. Anche se incolto, il fallito sa tutto, vede attraverso le cose, smaschera e annulla l'intera creazione.


Perché si è voluto a ogni costo aggiungere qualcosa all'Ecclesiaste che contiene già tutto? Anzi, ciò che non è nell'Ecclesiaste è inficiato di errore. "Allora il mio cuore si è rivolto verso la disperazione. Verso la verità.
Una saggezza eccessiva accresce la nostra amarezza e troppo sapere aumenta la nostra sofferenza".
L'Ecclesiaste è un'esibizione, una rivelazione di verità alle quali la vita, complice di tutto ciò che è 'vano', resiste con accanimento estremo.


"La sofferenza è la causa unica e sola della coscienza" (Dostoevskij). Gli uomini si dividono in due categorie: quelli che lo hanno capito, e gli altri.


Quando siamo per strada il mondo sembra più o meno esistere. Ma se guardiamo dalla finestra, tutto diventa irreale. Com'è possibile che la trasparenza di un vetro basti a separarci fino a questo punto dalla vita? In realtà, una finestra ci allontana dal mondo più del muro di una prigione. A forza di guardare la vita, si finisce per dimenticarla.


Più leggo i pessimisti, più amo la vita. Dopo una lettura di Schopenhauer reagisco come un fidanzato. Schopenhauer ha ragione di sostenere che la vita è soltanto un sogno. Ma dà prova di grave incoerenza quando, invece di incoraggiare le illusioni, le smaschera facendo credere che al di là di esse ci sia qualcosa.
Chi potrebbe sopportare la vita se fosse reale? Sogno, essa è una mescolanza di terrore e di incantamento alla quale si cede.


Leggere giorno e notte, divorare tomi su tomi, questi sonniferi, perché nessuno legge per imparare ma per dimenticare, risalire alla fonte dell'umor nero esaurendo il divenire e le sue fissazioni!


In mezzo alla gente civile mi scopro come un intruso, come un troglodita innamorato della caducità, sprofondato in preghiere sovversive, in preda a un panico che non emana da una visione del mondo, ma dagli spasmi della carne e dalle tenebre del sangue.



mercoledì 11 dicembre 2013

Speleologie musicali

Cos'è musica? Vera musica è quella che riesce a scalfire, seppur momentaneamente, le redini della ragione lasciandole l’impressione di essere ancora al comando.


- La musica è la migliore consolazione già per il fatto che non crea nuove parole. Anche quando accompagna delle parole, la sua magia prevale ed elimina il pericolo delle parole. Ma il suo stato più puro è quando risuona da sola. La si crede senza riserve, poiché ciò che afferma riguarda i sentimenti. Il suo fluire è più libero di qualsiasi altra cosa, e questa libertà, redime. Quanto più fittamente la terra si popola e quanto più meccanico diventa il modo di vivere, tanto più indispensabile deve diventare la musica. Verrà un giorno in cui essa soltanto permetterà di sfuggire alle strette maglie delle funzioni, e conservarla come possente e intatto serbatoio di libertà dovrà essere il compito più importante della vita intellettuale futura. La musica è la vera storia vivente dell’umanità, di cui altrimenti possediamo solo parti morte. Non c’è bisogno di attingervi, poiché esiste già da sempre in noi, e basta semplicemente ascoltare, perché altrimenti si studia invano. (E. Canetti, Massa e potere)


- La musica sembra a qualcuno un’arte primitiva, povera com’è di suoni e di ritmi. Povera è però solo la sua superficie, mentre il corpo, che consente l’interpretazione di quel contenuto manifesto, possiede la piena infinita complessità che troviamo indicata nell’aspetto esteriore delle altre arti, e che la musica cela. In un certo senso è la più raffinata di tutte le arti (L. Wittgenstein, Pensieri diversi)


- La musica è una macchina per sopprimere il tempo. Al di sotto dei suoni e dei ritmi, la musica opera su un terreno grezzo, che è il tempo fisiologico dell’uditore; tempo irrimediabilmente diacronico in quanto irreversibile, e di cui la musica stessa tramuta però il segmento che fu dedicato ad ascoltarla in una totalità sincronica e in sé conchiusa. L’audizione dell’opera musicale, in forza dell’organizzazione interna di quest’ultima, ha quindi immobilizzato il tempo che passa; come un panno sollevato dal vento, l’ha ripreso e ripiegato. Cosicché, ascoltando la musica e mentre l’ascoltiamo, noi accediamo a una specie di immortalità. (C. Lévi-Strauss, Il crudo e il cotto).


- La musica bagna le coste del pensiero. Solo chi non ha una terraferma abita nella musica. La melodia più leggera, come la donna più leggera, risvegliano dei pensieri. Chi non ne ha li cerca nella musica e nella donna. (K. Kraus, Detti e contraddetti).



- La musica ha importanza preponderante nell’educazione per il fatto che il ritmo e l’armonia penetrano profondamente nell’animo e lo toccano fortemente e la bellezza che ne consegue lo rende virtuoso, se uno è educato bene, altrimenti lo imbruttisce. Per questo, chi sia stato rettamente bene educato nella musica, si accorgerà prontamente delle cose fatte alla meglio o mal lavorate o nate difettose e giustamente se ne indignerà e loderà le belle, ne godrà e, accogliendole nell’animo suo, se ne nutrirà, divenendo bello e buono, mentre biasimerà le brutte e, fin da giovane, le odierà, prima ancora di farsene una ragione e quando poi la ragione sopravviene, chi così è stato educato, la accoglierà lietamente riconoscendola familiare. (Platone, Repubblica).


- Se il filosofo dice che nella natura animata e inanimata c’è una volontà che è assetata di esistenza, il musicista aggiunge: e questa volontà vuole, in tutti i gradi, un’esistenza sonora. (F. Nietszche, Scritti su Wagner)


Musica ed emozioni. Tanti insistono sull’effetto emotivo della musica per spiegare perché siamo attratti da essa. Senza dubbio, è questa una funzione propria della musica, ma è soltanto un aspetto accessorio. Ciò che ci attrae di essa è la possibilità di essere parte di un processo di ποιησις, ovvero alla costruzione di qualcosa di magnifico ma, allo stesso tempo, fragile e fugace, perché pronto a morire immediatamente dopo essere stato ascoltato.


- Le melodie, mescolandosi alle lacrime, scorrono direttamente al cuore, lungo il vostro tessuto nervoso, e voi piangete non perché siete tristi, ma perché il cammino che conduce al vostro mondo interiore è stato colto in modo così esatto e penetrante. (B. Pasternak, Il salvacondotto)


Musica e società. ‘Scriviamo per non morire’ (Foucault). Questo vale ancor più per la musica. Non semplicemente perché il musicista ha interesse a lasciare una propria traccia o, ancor più semplicemente, per fama o denaro. Bensì perché il musicista, al pari dello scrittore, non può fare a meno di assecondare questo vitale bisogno di comunicare agli altri e, soprattutto, a se stesso. Essere artisti vuol dire com-prendersi attraverso la relazione con altro da sé (l’opera che una volta compiuta non è più nostra) e con gli altri. Suono per capire cosa sono.


- Non si scrive un’opera semplicemente per il piacere di comunicarla ad alcuni amici, alcune persone interessate. Anche se a tutta prima sarebbe interessante farlo, in ciascuno di noi c’è questo desiderio di comunicare con molte persone, a prescindere dal numero e dalla circostanza, c’è un desiderio di essere compresi ed assimilati.
[…] Bisogna ricordare al compositore, a mio avviso, la sua responsabilità, non solo di fronte a un pubblico, per quanto sia ristretto, ma di fronte a se stesso, una responsabilità che lo porta a volgersi verso un pubblico sconosciuto, futuro, infinito, per assumerlo a testimonianza di questa responsabilità. (P. Boulez, Per volontà e per caso)


- La gente crede oggi che gli uomini di scienza siano lì per istruirti, e i poeti e i musicisti ecc., per rallegrarti. Che questi ultimi abbiano qualcosa da insegnare, non le viene proprio in mente. (L. Wittgenstein, Pensieri diversi).



Musica e piacere.  Una ‘buona’ musica non deve necessariamente destare in noi sintomi di piacere o di benessere. Altrimenti ci rivolgeremmo ai farmacisti, non ai compositori.


- Perché un giorno la musica ispiri raccoglimento in molti uomini e confidi loro i suoi più alti scopi, bisogna che innanzitutto sia posta fine alla profanazione di questa arte sublime per cui in essa si cerca solo il piacere. Proprio quell’’amico dell’arte’, il pilastro su cui riposano i nostri trattenimenti artistici, teatri, musei, le società di concerti, è da mettere al bando; il favore statale che viene accordato ai suoi desideri, è da tramutare in sfavore; il giudizio pubblico, che ripone un valore tutto particolare proprio nell’inculcare quell’amore per l’arte, deve essere tolto di mezzo da un giudizio migliore. (F. Nietzsche, Scritti su Wagner)


Chi è il musicista.


- Musicista è colui che, vedendo delle note, comincia a udire suoni nascergli dentro. Strumentista è colui che sa far percepire ad altri ciò che egli ha udito dentro di sé. (A. Schoenberg in L. Rognoni, La scuola musicale di Vienna)

venerdì 1 novembre 2013

Note su "Zidane, a 21st century portrait"

Da tempo m'ero ripromesso di tornare a scrivere qualcosina sul cinema. Il documentario Zidane, a 21st century portrait me ne ha offerto il destro. La mia non vuole però essere una recensione, quanto una raccolta di suggestioni e pensieri sorti durante la visione del suddetto film.


(00.51) Faccia a faccia, il più vicino possibile, per l'intera durata, per il tempo che ci vuole.


- Le etichette musicali mi hanno sempre lasciato perplesso, ma per la musica dei Mogwai che accompagna magistralmente l'inizio del film non potrebbe esserci definizione più azzeccata di "musica per l'interno". Solo alla band scozzese poteva riuscire l'impresa di trasformare un'occasione tutt'altro che intimistica come una partita di calcio in un'esperienza introspettiva.


(04.38) La prospettiva televisiva rende tutto così innocuo, quasi ridicolo. Basta questo stacco brusco per rendercene conto. Ciò che appare come lo stadio, la folla, le azioni in campo prima di esso non corrispondono a ciò che sono realmente.

- L'impatto visivo con la folla è rimandato fino a 08.24. Non si può non restare impressionati dalla quantità di persone 'ammansite' dalla partita. Canetti in Massa e potere descrive bene questo fenomeno:


"Masse statiche di tipo passivo si formano nei teatri. La situazione ideale è che si reciti dinanzi a una sala piena. Il numero desiderato di spettatori è dato fin da principio. Essi si radunano da soli; con l’eccezione di limitati ristagni alle casse, ciascuno raggiunge la sala per conto proprio. Ai singoli posti, però, si è accompagnati. Tutto è prestabilito: il pezzo che verrà rappresentato, gli attori che andranno in scena, l’ora dell’inizio e gli spettatori stessi ai loro posti. I ritardatari sono accolti con leggera ostilità. Come un gregge addestrato, gli uomini restano seduti tranquilli e in infinita pazienza. Ciascuno però è ben cosciente della propria singola esistenza; egli ha pagato e si rende conto esattamente di chi gli siede a fianco. Prima dell’inizio egli osserva tranquillamente la fila di teste radunate: esse risvegliano in lui una sensazione piacevole, ma non troppo pressante, di concentrazione. L’eguaglianza fra gli spettatori consiste essenzialmente nel fatto che essi accolgono tutti passivamente la medesima realtà che giunge dal palcoscenico. Ma le loro reazioni spontanee sono ora limitate a ciò. Lo stesso applauso ha i suoi momenti predeterminati; spesso infatti si applaude solo quando è il momento di applaudire. Dalla sola forza dell’applauso possiamo dedurre quanto una massa si sia costituita; l’applauso è la sola misura di ciò, ed è valutato così dagli stessi attori.
Lo staticizzarsi in teatro è divenuto rito in tale misura da imporsi come moderata pressione dall’esterno, che tocca non profondamente gli uomini e in ogni caso dà loro difficilmente la sensazione di un’interna unità e omogeneità. Non si deve però dimenticare quanto grande e comune sia l’attesa, mentre gli spettatori restano seduti, e in quale misura continui durante l’intera rappresentazione. Soltanto raramente essi lasciano il teatro prima della fine; anche se sono stati delusi, resistono; ciò presuppone però che fossero legati insieme fino a quel momento.
Il contrasto fra la quiete degli spettatori e l’attività rumorosa dell’organizzazione cui sottostanno è ancora più evidente nei concerti. In tali casi ciò che conta più di tutto è l’assenza di ogni disturbo. Ogni movimento è escluso, ogni rumore biasimato. Mentre la musica, che viene eseguita, vive per buona parte del proprio ritmo, non si deve avvertire nulla del suo effetto ritmico sugli uditori. Le reazioni affettive suscitate dalla musica in uno scambio continuo sono del tipo più vario e intenso. Si esclude che esse non vengano percepite dalla maggior parte dei presenti, e si esclude che non vengano percepite simultaneamente da tutti. Vengono però a mancare tutte le reazioni esterne. Gli uomini rimangono seduti immobili, come se riuscissero a non sentire nulla. Evidentemente, in tal caso, è stata necessaria una lunga educazione artistica alla staticità, educazione i cui risultati ci sono divenuti abituali. Osservando con spregiudicatezza, nella nostra vita culturale ci sono pochi eventi così stupefacenti come il pubblico dei concerti. Gli uomini che subiscono la musica in modo naturale, si comportano ben diversamente; e coloro che non avessero mai udito musica, potrebbero cadere nell’eccitazione più sfrenata quando la sperimentassero per la prima volta. Quando i marinai che sbarcavano eseguivano la Marsigliese dinanzi agli indigeni della Tasmania, questi ultimi esprimevano la loro soddisfazione con strane contorsioni e gesti stupefacenti, in modo da costringere i marinai a torcersi dalle risa. Un giovane particolarmente entusiasmato si strappò i capelli, si grattò la testa con ambo le mani e lanciò ripetutamente alte grida.
Un misero resto di scarica fisica è sopravvissuto anche nei nostri concerti. L’applauso è offerto come ringraziamento agli esecutori: un rumore breve e caotico in cambio di uno lungo e ben organizzato. Se l’applauso manca del tutto ci si allontana quietamente così come si stava seduti;  tanto si è già immersi nella sfera del raccoglimento religioso" (E. Canetti, Massa e potere in Opere 1932 – 1973, Bompiani, Milano 1990, pp. 1011-1013).



- Paradossalmente nei momenti in cui non tocca il pallone Zidane diventa, da protagonista assoluto del film, pretesto per osservare quanto avviene attorno a lui.


- (09.37) Bellissimo il particolare dei passi di Zidane. Non trascina i piedi, accarezza il prato.




- Il continuo sottofondo dei tamburi e dei cori degli ultrà ha un qualcosa di regressivo-ipnotico.


- (06.44) L'espressione del volto di Zidane. Sembra voglia essere in qualsiasi altro posto piuttosto che lì.

- I testi meritano di essere riportati per intero. Anche perché sembrano essere i pensieri che Zidane ha realmente in quei momenti.

(06.58)

Da bambino,
avevo una telecronaca nella testa
quando giocavo.
Non era la mia voce.
Era la voce di Pierre Cangioni,
un telecronista degli anni '70.
Ogni volta che sentivo la sua voce,
correvo verso la tv.
Quanto più vicino potevo arrivare.
Quanto più a lungo potevo restarci.
Non che le sue parole
fossero così importanti,
ma il tono,
l'enfasi,
l'atmosfera,
erano tutto...

(09.22)

Quando metti piede in campo,
puoi udire e percepire,
la presenza del pubblico.
C'è un suono.
Il suono del rumore.

(11.00)

Quando sei immerso nel gioco,
non senti realmente il pubblico.
Puoi quasi decidere da solo
cosa vuoi sentire.

Non sei mai solo.

[Da notare la perentorietà. Vorremmo essere soli ma non possiamo. Heidegger definiva questa dimensione esistenziale 'essere-con-gli-altri': per quanto vorremmo essere da soli, sappiamo di essere da sempre in mezzo ad altri Esserci. Ed anche i momenti di solitudine che riusciamo a ritagliarci sono soltanto delle momentanee sospensioni, incapaci di scalfire la nostra dipendenza dagli altri].


Posso sentire
qualcuno che si gira sulla sua poltroncina.
Posso sentire
qualcuno tossire.
Posso sentire qualcuno bisbigliare
all'orecchio della persona
che gli sta accanto.
Posso immaginare
di riuscire a sentire il ticchettio
di un orologio.

(14.10)

Forse, se le cose stanno andando male,
diventi cosciente
delle reazione della gente.
Quando non sta andando bene...
ti senti meno coinvolto
ed è più facile sentire gli insulti,
i fischi.
Cominci ad avere pensieri negativi...
a volte vorresti dimenticare.

La partita, l'evento, non è necessariamente
vissuto o ricordato in 'tempo reale'.
I miei ricordi di partite ed eventi
sono frammentati.

[Non esiste un solo modo di esperire il tempo. Bergson ne aveva parlato con la sua distinzione tra tempo 'spazializzato' (lo scorrere lineare degli attimi che contraddistingue l'esperienza comune), ed il tempo della 'durata interiore' (la particolare esperienza durante la quale i nostri stati d'animo si compenetrano, si richiamano l'un l'altro generando questa sensazione di maggiore densità e complessità)].



(00.20) A volte, quando arrivi allo stadio,
senti che tutto.
è già stato deciso.
Il copione è già stato scritto. [Stoico questo Zidane!]


- (01.06) Il rigore per il Villareal non poteva arrivare in un momento migliore.


- (02.06) La pesantezza di questo silenzio.


- (06.34) Mi ricordo giocare in un altro luogo,
in un altro tempo,
dove successe qualcosa di sorprendente.
Qualcuno mi passò la palla,
e prima ancora di toccarla,
sapevo esattamente quello
che stava per accadere.
Sapevo che stavo per segnare.


- (08.26) L'ovazione al gol mancato. Questo è un film più da ascoltare che da vedere.


- (09.00) La musica dei Mogwai diffusa dagli altoparlanti dello stadio è un colpo di genio del regista.

- (09.14 - L'intervallo forse è un po' forzato)

Il marionettista dà vita a Bob Marley
nello spettacolo di marionette
della spiaggia di Ipanema.

Centinaia di case sono distrutte
in Serbia-Montenegro
durante la peggiore alluvione
degli ultimi 40 anni.

Elian Gonzalez parla
alla tv di stato cubana.

Il collaudo finale
dell'Airbus 380 sulla pista di Tolosa.

Una maratona di lettura di 48 ore
del 'Don Chisciotte'
per celebrare
i 400 anni del libro di Cervantes.

Pubblicazione online di una serie
di nuovi videogiochi.

Un caccia in scala 1:1
del set di 'Guerre Stellari'
è all'asta su eBay.

La nave spaziale 'Voyager'
registra suoni ad onda plasmatica
ai confini della zona
d'urto del vento solare.

Centinaia di rospi si gonfiano
fino al triplo della loro dimensione
normale ed esplodono
in uno stagno in Germania.

Un'autobomba a Najaf, Iraq,
fa 9 vittime nell'onda di una escalation
di attacchi.

Sir John Mills,
22 febbraio 1908 - 23 aprile 2005.

L'invio di un team di specialisti
per il salvataggio dei lavoratori
intrappolati
dopo l'esplosione in una miniera in Turchia.

Mio figlio aveva la febbre stamattina.

Il picchio avoriato
che si credeva estinto dal 1920,
è stato avvistato nel nord America.

Ho qualcosa da fare oggi...
Il summit asiatico-africano
si è concluso a Jakarta.


(13.00) Il respiro pesante di Zidane. Tutto si regge ancora una volta sul suono.






(07.37) Se Forlàn avesse segnato si sarebbe messa veramente male per il film.


(12.28) La stanchezza nel volto di Zizou, il suo andare avanti e dietro per il campo. Sembra un continuo, inutile fare e disfare. Qoelet approverebbe.






(00.33) Le luci fanno sembrare il Bernabeu un'astronave sospesa nel tempo e nello spazio.


(01.05) L'azione dell'assist di Zidane ha un qualcosa di travolgente. Mi ha ricordato questa frase di Artaud sul suo teatro: "Non ci rivolgiamo allo spirito o ai sensi degli spettatori, ma a tutta la loro esistenza. Alla loro e alla nostra. Giochiamo la nostra vita nello spettacolo che si svolge sulla scena. Se non avessimo ben chiara e profonda coscienza che una parte della nostra vita vi è impegnata, non riterremmo necessario proseguire la nostra esperienza. Lo spettatore che viene da noi sa di venire a sottoporsi a una operazione vera, dove sono in gioco non solo il suo spirito ma i suoi sensi e la sua carne. Andrà ormai a teatro come va dal chirurgo o dal dentista. Con lo stesso stato d'animo, pensando ovviamente di non morire per questo, ma che è una cosa grave e che non ne uscirà integro" (A. Artaud, Il teatro e il suo doppio, Einaudi, Torino p. 7).

- Ad assist compiuto (e che assist!) Zidane non festeggia (nel secondo gol, lo fa quasi controvoglia). Forse la pressione di dover vincere a tutti i costi rende la vittoria meno speciale.




(05.20) Tra gli 'attori non protagonisti' una menzione speciale va fatta per Roberto Carlos. Gli è riuscita un'impresa non da poco: far sorridere Zizou.


(07.44) L'ira funesta di Zidane. Non poteva esserci un finale migliore. Zizou impotente che attende la decisione dell'arbitro. C'è un qualcosa di Joseph K in lui. L'abbraccio dei compagni. L'ovazione dello stadio. La coscienza di aver dato il massimo. Il suo addio a "le carré vert". La sua uscita solitaria.

(09.16) La magia a volte è molto vicina
al nulla assoluto.
Niente di niente.
Quando mi ritirerò
mi mancherà il verde del campo di gioco,
'Le carré vert'.