domenica 22 luglio 2012

Filosofi al potere

Per terrearse.it

Siamo sinceri: ci aspettavamo tutti molto di più dal governo Monti. Illusi dagli iniziali proclami all’insegna dell’equità (l’unica “equità” sinora riscontrata è stata quella di Equitalia), oltreché dalle tante e importanti riforme annunciate (liberalizzazioni economiche, lotta alla corruzione, tagli alle caste e ai “rimborsi” dei partiti, riforme del lavoro e della giustizia), abbiamo pensato che si potessero finalmente sradicare le lobby che strozzano l’Italia. Purtroppo Monti ed i suoi ministri non possiedono la forza necessaria per riuscire in quest’impresa, e dei loschi figuri che scalpitano alle loro spalle in attesa delle prossime elezioni è inutile parlare.

A nostra parziale discolpa, bisogna però dire che eravamo delle prede facili dell’eccessiva fiducia, per almeno due motivi. Primo: abbiamo creduto che il peggio, ossia i disastri e le figuracce berlusconiane, fosse passato (cosa parzialmente vera, peccato non basti un po’ di sobrietà per risollevare le sorti del nostro Paese). Secondo: ci siamo sentiti rassicurati in partenza dal fatto che la gestione della cosa pubblica veniva affidata ad esperti, ossia ai tecnici. Ma, guardando a quanto fatto sin qui dal governo Monti, viene da chiedersi: la conoscenza è davvero sinonimo di affidabilità? Il sapere comporta automaticamente il saper fare?

Proviamo ad allargare la nostra prospettiva per cercare una risposta. Per il Platone della Repubblica, forse la massima opera filosofica incentrata sulla gestione del potere politico, la suddetta questione non potrebbe neanche essere posta. Egli infatti definisce i sapienti, ossia i  filosofi, come coloro che, amando "una scienza in grado di rivelar loro ciò che è eterno e non errante sotto la vicenda del nascere e del perire" (Repubblica, libro VI), non possono fare a meno di concretizzare i temi delle loro speculazioni, giustizia e verità in primis, pena la caduta in astratti  sofismi. Tuttavia, constatando la derisione che il popolo-volgo è solita riservar loro, Platone così rilevava:

"A meno che o i filosofi non regnino nelle città, o quelli che oggi han nome di re e di sovrani non prendano a nobilmente e acconciamente filosofare, e non vengano a coincidere la forza politica e la filosofia, e i vari tipi che ora tendono separatamente a un dei due campi non ne siano per forza esclusi; a meno che ciò non succeda non avran tregua alcuna dai mali le città, anzi credo neppure il genere umano […]. Ciò appunto è quanto da un pezzo mi rende dubitoso a parlare, vedendo quanto sia paradossale a dirsi: che è infatti arduo il vedere come nessun’altra città, né in privato né in pubblico, potrà mai esser felice" (Rep, libro V).
Sembrerebbe dunque delinearsi in Platone la linea del disimpegno: il filosofo potrebbe accontentarsi di "starsene tranquillo e farsi i fatti suoi, come uno che nella bufera si tragga al riparo sotto un muricciolo da polvere e grandine trasportata dal vento", ma in realtà si tratterebbe di una sconfitta, dato che all’interno di "un reggimento politico adatto, egli stesso avrà maggior incremento, e con i suoi interessi personali salverà anche quelli comuni" (Rep, VI).

Perciò Platone non rinuncia a proporre il suo ideale di uno Stato affidato ai reggitori-filosofi. Consapevole delle difficoltà a cui andrà incontro, egli stesso definisce la sua proposta un’utopia, nel senso, come scrive Francesco Adorno, di "qualcosa che non può avere luogo se non come la presenza di una mancanza; essa si pone così come dover essere, come termine di realizzazione all’infinito, come ricerca sempre aperta, che deve ogni volta rinnovarsi nel quotidiano e faticoso coraggio di essere uomini". Incalzato dai suoi interlocutori su quale sarebbe la forma di governo adeguata al suo progetto, Platone, per bocca del suo daimon Socrate, risponde che nessuna delle forme di governo vigenti sarebbe all’altezza, specialmente la democrazia. Quest’ultima infatti viene definita dal filosofo come "la più bella di tutte le costituzioni; come un abito variopinto e svariato d’ogni sorta di fiori, così questa, svariata d’ogni sorta di costumi, apparirebbe bellissima". Peccato che essa sia strutturalmente destinata a sfociare "nell’insolenza e nell’anarchia, nella dissolutezza e nell’impudenza poiché l’eccesso della libertà in niente altro sembra convertirsi se non nell’eccesso della servitù, per l’individuo e per lo stato" (Rep, VIII).

Arriviamo così al punto più discusso della concezione platonica dello Stato e della società. Quest’ultima, per essere gestita al meglio dalla sapientocrazia dei reggitori-filosofi, dovrebbe  costituirsi secondo un ordine ed una gerarchia inviolabili, pena l’ingovernabilità e la ricaduta nel caos. Ingovernabilità e caos che legittimavano anche il ricorso alla forza, ossia la tirannide. Certo, quella a cui pensava Platone era una tirannide “illuminata” dalle direttive dei filosofi, ma pur sempre di tirannide si trattava. E, se guardiamo anche alle direttive proto-marxiste proposte da Platone, possiamo capire il motivo di questo ricorso all’autorità.

"È necessario che nessuno possegga una sostanza propria, salvo assoluta necessità. Poi che nessuno abbia un’abitazione e una dispensa, a cui non possa avere accesso chiunque lo voglia; e il necessario sostentamento, quanto può abbisognare a campioni di guerra temperati e coraggiosi, lo ricevano secondo un accordo dagli altri cittadini, qual mercede della custodia, tale che in un anno né loro sopravanzi né faccia difetto; che vivano in comune, come accampati, frequentando pasti comuni; oro e argento, dir loro che ne hanno sempre nell’anima uno divino, ricevuto dagli dei, e non hanno nessun bisogno di quello umano, e che non è lecito mescolare e contaminare il possesso del primo con quello dell’oro mortale, poiché molte ed empie cose sono accadute per il denaro corrente del volgo, mentre il metallo che è in loro è incorrotto; ma anzi ad essi soli fra quanti sono nella città non è lecito trattare e toccare oro ed argento, né di andare a star con essi sotto lo stesso tetto, né di metterseli addosso, né di bere da recipienti d’argento o d’oro. E così essi saran salvi, e salveranno la città. Ma quando si acquistassero una propria terra in privato possesso, e case e denari, diverranno amministratori e agricoltori anziché guardiani, e odiosi padroni anziché alleati degli altri cittadini, e passeran tutta la vita a odiare ed essere odiati, a insidiare ed essere insidiati, tenendo assai più e maggiormente i nemici di dentro che quelli di fuori, e correndo ormai allora vicinissimi alla rovina, loro e tutto il resto della città. Per tutte queste ragioni, conclusi, diciamo che così bisogna sian fatti i guardiani, circa le abitazioni e il resto, e questo prescriveremo per legge" (Rep, III).

Certamente, bisogna contestualizzare le rigide direttive platoniche nel periodo storico in cui vennero concepite: un periodo caratterizzato da continue guerre, tensioni interne, carestie ed epidemie e che, dunque, richiedeva un governo saldo ed autoritario. Tuttavia non è forse un caso che l’unica esperienza politica di Platone a fianco dei tiranni siracusani Dioniso I e Dioniso II si rivelò fallimentare, tant’è che il filosofo, sospettato da Dionisio II di complottare contro di lui, fu costretto a fuggire dalla Sicilia nel 361 a.C. Almeno all’epoca non ci si poteva permettere di restare ancorati alla propria “poltrona” politica…



lunedì 25 giugno 2012

A Victor Eremita

“Non ci si apparta dal mondo per fuggirlo, ma per conquistarlo da lontano. I solitari sono virtualmente dei conquistatori. Non si evitano gli altri per farsi dimenticare, ma per farsi valere”, scriveva Cioran. E questo vale a maggior ragione per chi, come Søren Kierkegaard, un po’ per gioco, un po’ per la necessità di nascondersi dalle facili indignazioni dei suoi contemporanei benpensanti, aveva indossato lo pseudonimo filosofico di Victor Eremita. Per chi non ha ancora avuto l’ardire di addentrarsi in quel gioco di specchi qual è Enten - Eller (opera meglio nota col titolo di Aut-Aut), parole come quelle pronunciate da Camus sul filosofo danese suoneranno come una musica irresistibilmente seducente, al pari del Don Giovanni mozartiano tanto ammirato ed esaltato dallo stesso Kierkegaard all’interno della suddetta opera. Così Camus:

“Kierkegaard fa qualche cosa di meglio che scoprire l’assurdo: lo vive. L’uomo che scrive: ‘Il più sicuro dei mutismi non è quello di tacere, ma di parlare’, si accerta, per cominciare, che nessuna verità è assoluta e può rendere soddisfacente un’esistenza impossibile in sé. Don Giovanni della conoscenza, egli rifiuta ogni consolazione, la morale, i principi tranquillizzanti; non si cura di sopire il dolore di quella spina che sente nel cuore, ma lo ridesta, invece, e nella gioia disperata di uno crocifisso, contento di esser tale, costruisce, frammento per frammento, lucidità, rifiuto, commedia, una categoria del demoniaco. […] L’importante non è guarire, ma vivere con i propri mali. Kierkegaard vuole guarire. Guarire è il suo desiderio pazzo, quello che ricorre in tutto il suo diario. Tutto lo sforzo della sua intelligenza è sfuggire l’antinomia della condizione umana, sforzo tanto più disperato, in quanto egli, a lucidi intervalli, ne scorge la vanità, quando ne parla, come se né il timor di Dio né la pietà fossero capaci di dargli la pace”.

A me non resta che lasciarvi nelle mani kierkegaardiane e, più in particolare, ad alcuni pensieri tratti da Διαψάλματα, ad se ipsum.


Preferisco parlare con i bambini, perché di loro si può sperare che diventeranno esseri ragionevoli; ma coloro che lo sono diventati…Buon Dio!


Non ho voglia di nulla. Non ho voglia di cavalcare, è un moto troppo violento; non ho voglia di camminare, è troppo faticoso; non ho voglia di distendermi, perché o dovrei restare in tale posizione, e non ne ho voglia, o dovrei di nuovo alzarmi, e non ne ho voglia nemmeno. Summa summarum: non ho voglia di nulla.


Com'è noto, ci sono insetti che muoiono all’istante della fecondazione. Lo stesso per ogni gioia: il momento del più alto godimento della vita è accompagnato dalla morte.


Solo attraverso il peccato si scorge la salvezza.


La mia melanconia è l’amante più fedele che abbia conosciuto. E che c’è da meravigliarsi se a mia volta l’amo?


Ci sono casi in cui può essere infinitamente triste vedere una persona starsene al mondo tutta sola. Così l’altro giorno vidi una povera fanciulla che se ne andava tutta sola in chiesa per essere cresimata.


Io lamento che la vita non sia come le favole, ove s’ha da combattere contro padri dal cuore di pietra, contro folletti e orchi, ove s’hanno da liberare principesse incantate. Che cosa sono tutti questi nemici presi assieme, di fronte a quelle figure notturne, pallide, esangui, dure a morire, con le quali combatto e alle quali io stesso do vita e sussistenza?


Che succederà? Che riserva il futuro? Non lo so, non presento nulla. Quando un ragno si slancia giù da un punto saldo nei suoi punti conseguenti, innanzi a sé vede sempre uno spazio vuoto dove, nonostante i suoi sforzi, gli è impossibile trovare appoggio. Così per me: innanzi sempre uno spazio vuoto, e quel che mi spinge è un conseguente che sta dietro di me. Questa vita è spaventosamente al rovescio, è insopportabile.


Mi manca insomma la pazienza di vivere. […] Si dice che nostro Signore sazi lo stomaco prima degli occhi, ma non lo posso provare: i miei occhi sono sazi e stanchi di tutto, eppure ho fame.


Mi si domandi tutto quel che si vuole, solo non mi si domandino ragioni.


La vita è diventata per me una bevanda amara, e tuttavia la devo ingerire a gocce, lentamente, contando. 


Non bisogna essere enigmatici solo per gli altri, ma anche per se stessi. Io studio me stesso; quando ne sono stanco, come diversivo mi metto a fumare un sigaro, e penso a chissà che cosa nostro Signore ha voluto propriamente dire con me, o a che cosa da me vuole tirar fuori.


Si lamentino gli altri che questa è un’epoca malvagia; io mi lamento che è meschina, poiché è priva di passione. I pensieri degli uomini sono sottili e fragili come merletti, destano pietà come le merlettaie. I pensieri dei loro cuori sono troppo poveri per essere peccaminosi. Forse per un verme potrebbe essere peccato avere pensieri come questi; non per un uomo, che è creato a immagine di Dio. I loro desideri sono composti e apatici, le loro passioni sonnolente; fanno il loro dovere queste anime mercenarie, ma pure si permettono, come gli ebrei, di taglieggiare un pochino sulla moneta, pensano che se anche nostro Signore tiene un registro ben ordinato, con un po’ d’inganno ce la si può sempre cavare. Questa gente… Puah! Ecco perché la mia anima ritorna sempre al Vecchio Testamento e a Shakespeare. Là almeno si sente che sono uomini quelli che parlano; là si odia, là si ama, s’uccide il proprio nemico, se ne maledice la discendenza per tutte le generazioni, là si pecca!


Così ripartisco il mio tempo: una metà dormo, l’altra metà sogno. Quando dormo, non sogno mai, sarebbe un peccato; poiché dormire è la più alta genialità.


La miglior prova della miseria dell’esistenza è quella che si ricava dalla considerazione della sua magnificenza.


Infame sorte! Invano come una vecchia prostituta tenti d’imbellettare il tuo volto incavato, invano fai chiasso con i tuoi sonagli da buffone. M’annoi! Tutto resta tale e quale, un idem per idem. Nessun mutamento, sempre una rifrittura. Venite sonno e morte, tu non prometti nulla, tu tieni tutto.


Sembro destinato a provare tutti gli stati d’animo possibili, a fare esperienza in tutti i sensi. Ad ogni istante sono come un bimbo che debba imparare a nuotare in mezzo al mare. Grido (l’ho imparato dai greci, dai quali si può imparare ciò che è puramente umano); poiché alla vita ho ben una cinghia, ma non vedo l’asta che mi deve tener su. È un terribile modo di fare l’esperienza.


Quel che i filosofi dicono della realtà spesso è deludente, come quando da un rigattiere si legge su un’insegna la scritta Qui si stira. Se si venisse a far stirare il proprio abito, si resterebbe ingannati, poiché l’insegna è semplicemente in vendita.


Il vero godimento non sta in ciò che si gode, ma nella rappresentazione. Se avessi al mio servizio uno spirito ossequioso che, alla richiesta d’un bicchier d’acqua, mi portasse i più preziosi vini del mondo squisitamente mescolati in una coppa, lo metterei alla porta, fino a quando non imparasse che il mio godimento non sta in ciò che godo, ma nell’ottenere ciò che voglio.


Più innanzi negli anni, quando aprii gli occhi e considerai la realtà, mi misi a ridere, e da allora non ho più smesso. Vidi che il senso della vita era l’avere un impiego, il suo fine diventare consigliere della corte di cassazione; che la fertile passione dell’amore era trovare una fanciulla benestante; che il bene supremo dell’amicizia era l’aiutarsi a vicenda negli imbarazzi finanziari; che la saggezza era quello che pensavano i più; che l’estro era tenere un discorso; che il coraggio era rischiare una multa di dieci ristalleri; che la cordialità era chiedere ‘pranzato bene?’ lasciando la tavola; che il timor di Dio era fare la comunione una volta l’anno. Questo io vidi, e risi.


Son legato in una catena che è fatta d’oscure fantasie, d’angosciosi sogni, d’inquieti pensieri, di paurosi presentimenti, d’inspiegate angosce. Questa catena è ‘molto flessibile, morbida come seta, sopporta la tensione più violenta e non può essere spezzata’.


C’è ancora una prova dell’esistenza di Dio che fin qui è stata trascurata. La dà un servo ne Il cavaliere di Aristofane, vv. 32 sgg.:
Demostene: ‘Quale idolo? Perché, credi agli dei?’
Nicia ‘Si, ci credo’
D: In base a quali prove?
N: Perché sono perseguitato dagli dei. Non ho ragione?
D: M’hai convinto.


Il sole irraggia così bello e vivo nella mia camera, la finestra di quella accanto è aperta; nella strada tutto è tranquillo, è domenica pomeriggio. Sento distintamente un’allodola che in un giardino vicino emette i suoi trilli, di fronte alla finestra dove abita la leggiadra fanciulla. Lontano, da una strada remota, sento i richiami di un venditore di gamberi. L’aria è così calda, eppure la città intiera è come morta... Allora mi rammento della mia giovinezza e del mio primo amore… Allora mi struggevo dal desiderio, ora mi struggo solo dal desiderio del mio primo desiderio… Che cos’è giovinezza? Un sogno. Che cos’è l’amore? Il contenuto del sogno.

giovedì 19 aprile 2012

Dello scrivere breve

La vita accademica è fatta di formalità, responsabilità, scadenze. Fra queste non si può non noverare la tesi di laurea. Chiunque ne ha dovuto scriverne una ha avuto la fortuna di vivere sulla propria pelle una contraddizione irrisolvibile. La scrittura, intesa come sentiero di esplorazione o come un modo per fare ordine dentro e fuori di sé, non si concilia molto bene con imposizioni e necessità a lei eteronome. Lo sapeva bene Kraus, che non a caso ce l'aveva a morte con i giornalisti, colpevoli di aver assassinato la pregnanza artistica della parola scritta con la loro retorica a buon mercato. E lo sapeva altrettanto bene Adorno. Per questo ho deciso di dedicare la mia seconda, per restare in tema, tesi di laurea a loro. E per questo ho deciso di sfruttare questo intervento per ricordare a me stesso qualche "dritta" da non dimenticare mai quando ci si sottopone a quello splendido travaglio-tortura ch'è la scrittura. Dico tortura nel pieno rispetto dell'etimologia latina della parola, ossia il trabàlium o trabàculum, strumento di tortura fatto appunto di travi. Le seguenti riflessioni le potrete trovare in Minima Moralia, da tanti (forse troppi) ritenuto il capolavoro di Adorno.


- Dietro lo specchio -

Prima regola di prudenza dello scrittore: esaminare ogni testo, ogni brano, ogni periodo e chiedersi se il motivo centrale emerge con sufficiente chiarezza. Uno è talmente preso da quello che vuol dire, che si lascia trasportare senza riflettere: è troppo vicino all'intenzione, è troppo "nei suoi pensieri", e dimentica di dire quello che vuole.


Non c'è correzione, per quanto marginale e insignificante, che non valga la pena di effettuare. Di cento correzioni, ognuna può sembrare meschina e pedante; insieme, possono determinare un nuovo livello di testo.


Non essere mai avari nelle cancellature. La lunghezza di un testo non conta, e il timore di non aver scritto abbastanza è puerile. Nulla va ritenuto degno di esistere perché c'è già, perché è già stato scritto. Proposizioni che formulano diversamente lo stesso pensiero, non sono spesso che tentativi di afferrare qualcosa di cui l'autore non è ancora in possesso. In questo caso bisogna scegliere la formulazione migliore ed elaborarla ulteriormente. La tecnica letteraria impone di rinunciare anche a pensieri fecondi, se la costruzione lo richiede. I pensieri soppressi contribuiscono alla sua forza e alla sua ricchezza. Come a tavola, non bisogna inghiottire l'ultimo boccone, o vuotare il bicchiere fino in fondo. Altrimenti ci si rende sospetti di povertà.


Chi vuol evitare i clichés, non deve limitarsi alle singole parole, se non vuol cadere nella civetteria volgare. La grande prosa francese del secolo decimonono era particolarmente sensibile a questo pericolo. La parola singola di rado è banale: anche nella musica il singolo suono non si presta al commercio al minuto. I clichés più detestabili sono combinazioni di parole del genere di quelle infilzate da Karl Kraus: chiaro e tondo; ora e sempre; per la vita e per la morte. In essi, se così si può dire, ristagna il pigro fiume della lingua stantia, mentre lo scrittore, con la precisione dell'espressione, dovrebbe opporre quelle resistenze che sono necessarie perché emerga l'oggetto. E questo non vale solo per singole locuzioni, ma per intere strutture formali. Se un dialettico, per esempio, sottolineasse ogni volta l'inversione del pensiero con un "ma", lo schema letterario confuterebbe l'intenzione antischematica della meditazione.


Diffidare dell'obiezione, sollevata spesso e volentieri, secondo la quale un testo, una formulazione sarebbero "troppo belli". Dietro il rispetto della cosa, o perfino della sofferenza, si nasconde facilmente il rancore contro chi non tollera, nella forma reificata del linguaggio, il segno dell'umiliazione dell'uomo. Il sogno di un'esistenza senza vergogna, che non è più possibile rappresentare come contenuto, custodito dalla passione linguistica: ed è questo sogno che si vorrebbe perfidamente strangolare. Lo scrittore non deve accondiscendere alla distinzione tra espressione bella ed espressione adeguata. Non deve credere al critico premuroso che la formula, né tollerarla presso di sè. Quando gli è riuscito di dire tutto quel che voleva dire, ciò che ha scritto è bello. La bellezza dell'espressione che è fine a se stessa non è "troppo bella", ma ornamentale, artigianale, brutta. Ma chi, col pretesto di santificare tutto alla cosa, rinuncia alla purezza dell'espressione, tradisce anche la cosa.

I testi elaborati come si conviene sono come ragnatale: fitti, concentrici, trasparenti, solidi e ben connessi. Essi attirano a sè tutto ciò che si aggira nei dintorni. Metafore che li attraversano per caso, diventano una preda nutriente. Materiali affluiscono da ogni parte. Per giudicare della solidità di un abbozzo, basta vedere se evoca le citazioni. Il pensiero che ha dischiuso una cellula della realtà, penetra, senza violenza del soggetto, nella cellula accanto. Dimostra di essere in rapporto con l'oggetto quando altri oggetti si cristallizzano intorno ad esso. Nella luce che dirige sul proprio oggetto, altri cominciano a scintillare.

martedì 13 marzo 2012

Uscita di sicurezza

Per Terrearse.it




Non si può certo biasimare Maccio Capatonda: capire l’economia ai tempi della crisi è un’impresa. Neanch’io posso aiutarvi più di tanto; non studio economia, e appena sento parlare di spread, bot, bund o della gettonatissima flessibilità del lavoro inizio a lanciare improperi d’ogni tipo, allo stesso modo di mio nonno che, mentre guardava una partita di calcio, s’incaponiva col fantasista di turno che non passava mai il pallone. Ma al di là di questa simpatica parentesi, dietro questa mia improvvisata escursione negli spietati meccanismi dell’economia capitalistico-monopolistica c’è l’intenzione di suscitare una riflessione che vada oltre i paroloni tecnici propinatici dall’esperto di turno per superare i “singoli incidenti di percorso” dell’odierna economia azionaria. Certo, mi rendo conto che la riflessione di quarant’anni fa possa risultare un po’ ingenuotta o romantica, ma c’è da preoccuparsi se di fronte alla perenne crisi finanziaria, a cui ci siamo passivamente abituati, l’unica soluzione proposta da economisti, politici ed esperti è quella di pompare ancora di più quel circolo vizioso di produzione e consumo che ci ha portato nella situazione attuale. Altrimenti, non resta anche a noi che provare l’IM. Le seguenti considerazioni sono tratte dal Saggio sulla liberazione (Einaudi) che Herbert Marcuse scrisse nel 1969. Per ovvie ragioni di comodità ho isolato quattro punti salienti della sua riflessione: vediamo in cosa consistono e proviamo a commentarli di volta in volta.

1) Marx docet: il problema strutturale del sistema economico

Il capitalismo azionario non è mai stato immune da crisi economiche. L’enorme settore dell’economia che lavora per le “difese” non soltanto grava in maniera sempre più pesante sul contribuente, ma allontana a sua volta la risoluzione delle crisi interne al sistema. Ad esempio, l’assorbimento della disoccupazione e il mantenimento di un soddisfacente margine di profitto richiedono una stimolazione continua della domanda su scala sempre maggiore, acuendo però la moltiplicazione degli sprechi, il deterioramento pianificato, impieghi e servizi stupidi e parassitari. E il più alto tenore di vita, promosso dal crescente settore parassitario dell’economia, accrescerebbe le richieste salariali fino a un livello insopportabile per il capitale.

Punto praticamente inattaccabile: Marcuse ci ha detto, come meglio non avrebbe potuto, che l’attuale sistema economico fa acqua da tutte le parti. Non solo perché è condannato a crescere ad ogni costo, ma soprattutto perché non prevede un piano B in grado di raddrizzare le cose quando vanno male. I rischi di questo sistema poi gravano tutti sulle spalle dei soliti contribuenti, chiamati inoltre ad accollarsi le furbate (ma a loro insaputa!) degli evasori italioti.


2) I voti vanno al chilo: la non-rappresentanza della volontà popolare

Se democrazia vuol dire autogoverno di gente libera, con giustizia per tutti, allora la realizzazione della democrazia dovrebbe presupporre l’abolizione dell’attuale pseudo-democrazia. Nella dinamica del capitalismo azionario la lotta per la democrazia ha da tempo assunto forme antidemocratiche, e nella misura in cui le decisioni democratiche vengono prese in “parlamenti” a tutti i livelli, l’opposizione non potrà essere che extraparlamentare. In altre parole, la democrazia, per come la pensiamo noi, non esiste. Il governo è mantenuto da un complesso di gruppi di pressione e di organizzazioni, ovvero di interessi costituiti all’interno delle stesse istituzioni democratiche e operanti per mezzo di queste. In tal modo, le istituzioni non sono più creazioni di un popolo sovrano. La “rappresentanza” rappresenta la volontà foggiata dalle minoranze che comandano. Ed anche se l’alternativa potrebbe essere un governo di élite, ciò significherebbe soltanto la sostituzione dell’élite attualmente al potere con un’altra; e se quest’ultima dovesse essere la paventata élite intellettuale, non è detto che debba essere meno qualificata e meno minacciosa di quella attuale.

A quanto pare Marcuse conosceva già i signori Moody’s e Standard’s & Poor’s. Sono infatti le loro previsioni, assieme alle inossidabili lobby di potere, che decidono della sorte di un Paese, scoraggiando o incoraggiando i potenziali investitori. Ai governi nazionali non resta dunque che “imbellettarsi” il più possibile per evitare il down rating: ossia la bocciatura sulla salute della propria economia. Ma se lo spazio d’azione della politica è cannibalizzato dall’economia in un simile modo, quanto possono contare i progetti, le intenzioni, i valori di una linea politica rispetto ad un’altra? E soprattutto, quanto può contare la volontà popolare? La risposta ce l’abbiamo sotto agli occhi, e consiste nella sorte del povero popolo greco, stritolato prima dall’incompetenza dei propri governanti, ed ora dai diktat merkeliani.

3) Ma a me che me ne frega a me?: la mancanza di una netta presa di coscienza individuale

Il potere del capitalismo azionario ha soffocato lo sviluppo di una coscienza e un’immaginazione altamente sviluppate; i suoi mass media hanno adattato le facoltà razionali ed emotive del pubblico ai suoi mercati e alla sua politica, e le ha indirizzate alla difesa del proprio dominio. Ne segue che il cambiamento radicale che deve trasformare la società in essere una società libera deve penetrare fino ad alla dimensione “biologica” dell’esistenza: dimensione in cui si affermano i più vitali e imperativi bisogni e soddisfazioni dell’uomo. Fintanto che questi bisogni e soddisfazioni riproducono una vita di servitù, la liberazione presuppone dei cambiamenti in questa dimensione biologica, e cioè in istinti diversi, reazioni diverse del corpo come della mente. Bisogna cominciare a rifiutare le regole del gioco che viene giocato con carte truccate contro di noi, come la vecchia strategia della pazienza e della persuasione, la fiducia nella “buona volontà” dell’establishment, le sue false e immorali comodità, la sua crudele opulenza. Tuttavia si tratta di un’impresa titanica perché la società capitalistica, nata e continuamente alimentatasi sullo sfruttamento, riesce abilmente a persuaderci del fatto che i (suoi) bisogni sociali e quelli individuali siano identici; in questo modo si riproduce incessantemente un adattamento profondamente radicato, ‘organico’, del popolo a una società terribile, ma profittevole. Ma è solo dal superamento di questi limiti che dipende anche la vera realizzazione della democrazia.

È questo forse il punto più controverso. Da un lato infatti non è più così sicuro che le coscienze individuali siano livellate dai media “tradizionali” (leggasi televisione) dato che oggi disponiamo di tanti mezzi in grado di sfuggire a controlli e/o censure dall’alto (internet su tutti). Dall’altro lato però rimane vero che il circolo vizioso della produzione consumistica è ancora perfettamente in azione. L’industria continua infatti a creare, oltre che gli oggetti di consumo, anche i modelli di consumatori di cui ha bisogno, influenzandone i bisogni “biologici” (nel senso marcusiano del termine, ovvero quei bisogni che l’individuo considera fondamentali quando invece non lo sono – giusto per fare un esempio il viaggio in vacanza; l’iphone di 5° generazione; la terza macchina ecc). Inoltre, non è così facile rinunciare a tutte queste belle cose dopo un’intera esistenza passata in loro compagnia. Anzi, la maggioranza di noi è ancora ben lontana dal voler correggere le proprie abitudini.

4) Si lei è bravo, ma che possiamo fare?

L’alternativa possibile al sistema vigente non consiste in una romantica regressione a un precedente stadio di civiltà, bensì in un progredire a uno stadio di civiltà in cui l’uomo avrà imparato a domandarsi per chi e per che cosa organizza la sua società; lo stadio in cui egli controlla e magari addirittura arresta la sua lotta incessante per l’esistenza su scala più vasta, considera ciò che è stato compiuto in secoli e secoli di infelicità e di miseria e di ecatombi, e decide che ciò deve cessare, e che è ora di godere di ciò che ha e di ciò che si può riprodurre e perfezionare con un minimo di lavoro alienato: non già l’arresto o la riduzione del progresso tecnico, ma l’eliminazione di quegli aspetti di esso che perpetuano la soggezione dell’uomo all’apparato e l’intensificazione della lotta per l’esistenza – lavorare di più per potere acquistare più merci che devono essere vendute. Ma che cosa dovranno fare gli uomini in una società libera? La risposta secondo me più pertinente è stata data da una giovane ragazza: per la prima volta in vita nostra, saremo liberi di pensare a ciò che dovremo fare.

La conclusione, inutile dirlo, non risponde alla domanda. È senza dubbio vero, come sostiene Marcuse, che disponiamo di tutti i mezzi necessari per porre fine allo sfruttamento individuale e le prevaricazioni sociali, ma ciò che manca è la volontà condivisa di realizzare questo proposito. E non soltanto nelle intenzioni di chi gestisce il potere, ma anche di chi vi è sottoposto ed è riuscito in qualche modo a ritagliarsi un piccolo “tesoretto” di privilegi e comodità. Certo, è sempre meglio lasciare aperta la porta alla speranza di un cambiamento. Speriamo però che non sia proprio questa speranza a fregarci e a non intaccare lo status quo attuale.

mercoledì 8 febbraio 2012

KKK

Passatevi velocemente un foglio A4 sui polpastrelli delle dita: avrete sperimentato la qualità principale degli aforismi di Karl Kraus.


Poiché la legge proibisce di tenere in casa animali selvaggi e gli animali domestici non mi danno alcuna soddisfazione, preferisco non sposarmi.



L’erotismo è superamento di ostacoli. L’ostacolo più seducente e più popolare è la morale.


Molti desiderano ammazzarmi. Molti desiderano fare un’oretta di chiacchiere con me. Dai primi mi difende la legge.


Il mondo è una prigione dove è preferibile stare in cella di isolamento.


La politica sociale è la disperata decisione di operare i calli di un malato di cancro.


Bisogna leggere due volte tutti gli scrittori, i buoni e i cattivi. Si riconosceranno i primi, si smaschereranno i secondi.


Gli altri lavorano al tavolino e si svagano in società. Io mi svago al tavolino e lavoro in società. Perciò evito la società.


Prima di dover subire la vita, bisognerebbe farsi narcotizzare.


Non il tradimento della morale è da condannare, ma la morale. Essa è in sé ipocrisia. Non il fatto che quelli bevono vino deve essere smascherato, ma che predicano l’acqua. E se uno predica vino, gli si può persino perdonare se beve acqua. È in contraddizione con se stesso, ma fa in modo che nel mondo si beva più vino.


Io e il mio pubblico ci capiamo benissimo: lui non sente ciò che io dico e io non dico ciò che lui vorrebbe sentire.


Si disprezzi la gente che non ha tempo. Si compiangano le persone che non hanno un lavoro. Ma gli uomini che non hanno tempo per lavorare, quelli sono da invidiare!


Spesso è necessario riflettere sul perché siamo allegri; ma sappiamo sempre perché siamo tristi.


L’ortodossia della ragione istupidisce l’umanità più di qualunque religione.


Cultura è quella cosa che i più ricevono, molti trasmettono e pochi hanno.

lunedì 16 gennaio 2012

Per la serie: "quando 'ccè vò 'ccè vò"

Sìore e sìori, sua eccellenza Giorgio Baffo.


La Felicità


Che i diga pur sti gran filosofoni,

che la felicità sta in la virtù,

che la consiste in no bramar de più

Anca se gabbiè ‘l cul tutto tacconi;

che no bisogna scuotterse ai spentoni,

che gnente no ghe xe fuora de nu,

che s’anca el mondo va col culo in su,

s’ha da essere Dïogenoni e Zenoni.

Opinion le xe tutte dite a caso,

Una no credo ghe ne sia de bona,

Lo sa ben tutti quei ga bon naso.

Per mi sostento in fazza a ogni persona,

Perché mo son del fatto persuaso,

che la felicità staga in la mona.

giovedì 15 dicembre 2011

P come Perversione

Quest'intervento è tristemente suggerito da una tremenda strage che è solo l'ultima di una lunghissima serie. Solitamente, quando si cerca di comprendere il motivo di una simile follia, ci si sente rispondere che si trattava di un "pazzo isolato", il cui gesto è inutile da comprendere. Così facendo, però, lo spazio per una riflessione che cerchi di andare alle radici di un evidente disagio che serpeggia nella nostra progredita e acculturata civiltà si contrae sempre più. Per tentare allora di fare un po' di luce in questa fitta ombra mi sono rivolto ad uno scrittore che come pochi è riuscito ad analizzare e narrare i nostri (ben radicati) demoni: Edgar Allan Poe. La riflessione che vi propongo è presente nel racconto intitolato "Il demone della Perversione".


Esiste nell’uomo una propensione primitiva e inalienabile, che tuttavia è stata ignorata da moralisti e filosofi. Tutti noi, per arroganza della ragione, l’abbiamo trascurata. L’idea di questa tendenza non ci è mai venuta proprio per la sua stessa evidenza. Non si può negare che ogni tipo di metafisica sia stata costruita a priori. L’uomo intellettuale e logico, più che l’uomo intelligente e osservatore, ha provato a immaginare grandi disegni, addirittura a suggerire a Dio delle finalità. Avendo in tal modo scandagliato, con sua grande soddisfazione, le proprie intenzioni, sulla base di queste ha costruito i suoi innumerevoli sistemi mentali.


[…] Sarebbe stato più saggio e più sicuro classificare sulla base di quello che l’uomo normalmente e occasionalmente ha fatto, e sempre occasionalmente continua a fare, piuttosto che sulla base di quanto si pensava egli dovesse fare. L’induzione a posteriori ci potrebbe condurre ad ammettere, come innato e primordiale principio delle azioni umane, un qualcosa di paradossale che, per ora, possiamo definire come perversione, in mancanza di un termine migliore. Nel senso che gli attribuisco io questo è di fatto un mobile senza movente, un motivo non motivato. Sotto il suo impulso noi agiamo senza uno scopo apparente, oppure, se questo ci può sembrare una contraddizione, possiamo affermare che a causa di questi impulsi, noi agiamo per la ragione che non dovremmo. In teoria non c’è ragione più irragionevole, eppure non ce n’è, di fatto, una più forte e, per alcune menti in determinate condizioni, questa diviene assolutamente irresistibile.


[...] Questa incontenibile tendenza a fare il male solo per il gusto di farlo, non ammette altri elementi di analisi o altre soluzioni: è un impulso radicale primitivo ed elementare. Nessuno che consulti lealmente e interroghi a fondo la propria anima, sarà disposto a negare la radicalità della propensione di cui parliamo. Essa è tanto incomprensibile quanto spiccata. L’impulso diventa subito volontà, la volontà desiderio e il desiderio incontrollabile anelito, anelito a cui ci si abbandona a dispetto di tutte le possibili conseguenze.


Abbiamo di fronte un compito che dobbiamo eseguire prontamente, la più importante crisi della nostra vita ci richiede un’azione immediata. Bisogna cominciare oggi, eppure rimandiamo a domani. Ma perché? Non sappiamo rispondere, se non dicendo che ci sentiamo perversi, usando questa parola senza capirne il senso. Il momento ultimo per agire è vicino. La violenza del conflitto che è in noi ci fa tremare, la battaglia del definito con l’indefinito, della sostanza con le ombre, ma se la contesa è stata rimandata così tanto alla fine è l’ombra che vince. Lottiamo invano.


[...] Siamo in piedi sull’orlo di un baratro, gettiamo uno sguardo giù nell’abisso e ci sentiamo sofferenti e storditi. Il primo impulso è quello di scappare, evitare il pericolo, ma senza motivi apparenti restiamo. Pian piano il nostro malessere, lo stordimento e il terrore si confondono in una massa indefinita di sensazioni. A poco a poco, sempre più impercettibilmente, questa nuvola prende forma. È solo un pensiero, anche se così spaventoso da farci rabbrividire fino al midollo delle ossa grazie al fascino feroce del suo orrore. È solo una pallida idea di quello che sentiremmo veramente nella rovinosa caduta da una altezza così alta. Questo cadere, questo travolgente annullarsi suscita le più odiose e terribili tra tutte le immagini della morte e della sofferenza che mai siano arrivate ad affacciarsi alla nostra fantasia. Ma è proprio per questo motivo che noi lo vogliamo, ancor più intensamente.


La ragione cerca in ogni modo di tenerci lontani dal baratro, ma proprio per questo noi inesorabilmente ci avviciniamo. In natura non esiste una passione più diabolicamente impaziente di quella di chi, tremando sull’orlo di un baratro, pensa di lanciarsi. Se ci fermiamo a pensare, anche solo per un istante, siamo perduti. Perché la riflessione ci spinge a ritrarci e, proprio per questo, ripeto, non la possiamo ascoltare. Se non c’è un braccio amico che ci trattenga o se non siamo noi stessi in grado di ritrarci dall’abisso, ci lanciamo a capofitto e siamo finiti. Al di là o al di qua di questa spiegazione non ne esistono altre plausibili. E potremmo anche pensare che questa perversità sia provocata direttamente dall’Arcinemico, se solo non capitasse che, qualche volta, siamo spinti a agire per il bene.