domenica 16 dicembre 2012

All'amata Venezia dedica queste righe l'autore

Esattamente due anni fa, per la prima volta in vita mia, mettevo piede a Venezia. Il mio abbigliamento, dato che come mi ripete sempre mia mamma "Là c'è il gelo", era il seguente: cappello di lana blu doppio risvolto, piumino d'oca color oro più grande di me di almeno due taglie per una maggiore copertura termica (sempre mia mamma docet); numero 1 maglietta della salute (doverosamente acrilica), numero 1 maglione in piles che, sommato alla maglia interna, garantiva una discreta dose di prurito, pantaloni di velluto grigi ed un paio di stivali (marroni) da trekking per montagna. Dunque, con questa sobria tenuta, vagamente assomigliante ad un ferrero rocher coi piedi, mi aggiravo per una sconosciuta Venezia. L'impatto fu devastante: "gelo polare" a parte, impiegai quasi 4 ore per trovare Ca' Foscari, dove avevo appuntamento in segreteria per ufficializzare la mia iscrizione all'università. Il labirintico intreccio delle calli veneziane può essere infatti micidiale per chi, come me, era abituato a fare quattro strade dritte per muoversi in città.

Tuttavia, dopo aver superato questa traumatica accoglienza e aver fatto anche la conoscenza di altri simpatici amici come nebbia, neve ed un'umidità geneticamente modificata, la città lagunare cominciò gradualmente a conquistarmi. Anche perché,  non prendetemi per pazzo, Venezia è viva: ti accompagna quando cammini solitario di notte e, passando per i suoi sotoporteghi, fa risuonare l'eco dei tuoi passi; ti sussurra all'orecchio con il pigro ondeggiare dell'acqua dei suoi canali; s'incazza quando la stessa (salubrissima) acqua viene su da tutte le parti e tu, colto di sprovvista, sei senza stivali e ti rendi conto che non hai alternativa al toglierti le scarpe e procedere a mo' di Sampei; ti prende in giro quando (come al mio arrivo) ti fa perdere l'orientamento; ti seduce e ti invita a corteggiarla come una vera e propria signora quando, guardandola dall'alto, puoi abbracciarla tutta con uno sguardo e vederla in tutto il suo decadente splendore. Ma lascio che sia qualcun'altro a descrivere Venezia, ovvero Boris Pasternak.

Tratto da Il salvacondotto:


Quando uscii dalla stazione, con la sua pensilina provinciale in uno stile doganale, qualcosa di liquidamente silenzioso scivolò sotto i miei piedi. Qualcosa di malignamente scuro, come risciacquatura di piatti, e punteggiato da due o tre lustrini di stelle. Si abbassava e si alzava quasi impercettibilmente e somigliava a una tela annerita dal tempo, dentro una cornice oscillante. Non compresi subito che quella immagine di Venezia era Venezia. Che mi trovavo a Venezia, che il mio non era un sogno.
Il canale vicino alla stazione se ne andava, oltrepassato l’angolo, come un intestino cieco, verso le altre meraviglie di quella galleria galleggiante sulla cloaca. Mi affrettai verso il pontile d’imbarco dei vaporetti che lì sostituiscono il tram.
Il vaporetto sudava e ansimava, si asciugava il naso, si strozzava, e su quella stessa impassibile distesa, sulla quale si trascinavano i suoi baffi semisommersi, navigavano in semicerchio, rimanendo piano piano indietro, i palazzi del Canal Grande. Li chiamano palazzi, ma potrebbero esser detti castelli incantati, e non c’è comunque parola che possa dar l’idea di questi tappeti di marmo colorato, che cadono a strapiombo sulla laguna notturna, come sull’arena di un torneo medievale.
C’è un singolare oriente da albero di Natale, l’oriente dei preraffaelliti. C’è l’immagine di una notte stellata secondo la leggenda dell’adorazione dei magi. C’è un eterno bassorilievo natalizio: la superficie di una noce dorata, spruzzata di paraffina blu. Ci sono le parole: chalva e Caldea, magi e magnesio, India e indaco. Fra esse va compreso anche il colore della Venezia notturna e dei suoi riflessi sull’acqua.

[...] Non ricordo di fronte a quale di questi innumerevoli Vendramin, Grimaldi, Cornero, Foscari e Loredani vidi la prima gondola o la prima che mi colpì. Ma eravamo già oltre Rialto. Uscì silenziosamente sul Canal Grande da un rio laterale e, tagliandoci la strada, manovrò per attraccare davanti al portale del palazzo più vicino. Era come se dal cortile l’avessero portata davanti all’ingresso principale, sulla pancia tondeggiante di un’onda sollevatasi lentamente. Dietro rimase una buia fessura, piena di ratti morti e di scorze di anguria danzanti. Davanti si stendeva il deserto lunare dell’ampia via d’acqua. La gondola era femminilmente immensa, come è immenso ciò che è perfetto nella forma e incommensurabile col posto occupato dal corpo nello spazio. La sua chiara alabarda dentellata volava lieve nel cielo, portata in alto dalla nuca tondeggiante dell’onda. Con la stessa levità correva lungo le stelle la sagoma nera del gondoliere. E la cappottina del felze scompariva, come sprofondata nell’acqua, nella sella tra la poppa e la prua.

[...] Avevo pensato che la cosa migliore sarebbe stata per me di alloggiare nel quartiere dell’Accademia. Lì sbarcai. Non ricordo se attraversai il ponte o rimasi sulla riva destra. Ricordo però una minuscola piazzetta, circondata da palazzi come quelli del canale, solo più grigi e severi e con le fondamenta sulla terraferma.
Sulla piazza inondata dalla luna c’era gente che indugiava, passeggiava o se ne stava sdraiata. Non erano in molti, ed era come se la decorassero con i loro corpi in movimento, quasi statici o immobili. Era una sera straordinariamente calma. Una coppia attirò la mia attenzione. Senza guardarsi tra loro e beandosi del reciproco silenzio, tenevano gli occhi fissi sulla riva opposta. Appartenevano probabilmente alla servitù del palazzo e si godevano la serata. Dapprima fui attirato dall’aria posata del cameriere, dai capelli brizzolati tagliati corti, dal grigio della sua giacchetta. Avevano qualcosa di non italiano. Sapevano di settentrione. Poi guardai il suo volto. Mi sembrò di averlo già visto, ma non riuscivo a rammentare dove.
Mi avvicinai, con la valigia in mano, e in un dialetto inesistente, che aveva preso forma in me dopo i miei assidui tentativi di leggere Dante nell’originale, gli dissi che temevo di non trovare un alloggio. Mi ascoltò cortesemente, ci pensò un attimo e domandò qualcosa alla cameriera che gli stava accanto. Quella scosse il capo in segno di diniego. Lui cavò di tasca l’orologio, guardò l’ora, lo richiuse, lo ficcò nel gilet e, sempre con aria meditabonda, con un cenno del capo m’invitò a seguirlo. Svoltammo dalla facciata inondata dalla luna in un vicolo dove era buio pesto.
Ci inoltrammo in un labirinto di vicoletti lastricati, non più larghi dei corridoi di un appartamento. Di tanto in tanto ci facevano salire su brevi ponti di pietra ingobbita. Allora, dai due lati si protendevano verso di noi le sudicie maniche della laguna, in cui l’acqua stagnante era talmente strozzata da sembrare un tappeto persiano arrotolato e cacciato a forza dentro un cassetto storto.

Sui ponti ingobbiti c’imbattevamo in rari passanti e, molto prima che apparisse, l’incalzante ticchettio delle sue scarpe sui lastroni di sasso annunciava l’avvicinarsi d’una veneziana.
In alto, di traverso alle fessure nere come catrame, lungo le quali erravamo, il cielo notturno risplendeva, e tutto sembrava allontanarsi verso chissà dove. Come se lungo tutta la Via Lattea si librasse una lanugine del dente di leone e quasi solo per lasciar filtrare un fascio o due di quella luce in movimento i vicoli si slargassero qua e là, formando piazze e crocicchi. Stupito della strana familiarità del mio accompagnatore, discorrevo con lui nel mio dialetto inesistente e cascavo dal catrame nella lanugine, dalla lanugine nel catrame, cercando con il suo aiuto un posto dove pernottare a poco prezzo.

Ma sulle banchine che davano verso l’aperto, regnavano altri colori e il trambusto subentrava al silenzio. Sui battelli che approdavano e salpavano si affollava il pubblico, e l’acqua nero-oleosa si accendeva di polvere di neve, come marmo frantumato, rompendosi nei mortai dei motori che avanzavano con ardore o si arrestavano bruscamente. Vicino al suo sciabordio ronzavano smaglianti i becchi a gas nelle tende dei fruttivendoli, si muovevano le lingue, si urtavano e  sobbalzavano i frutti nelle balorde colonne di non si sa quali composte poco cotte.
In una delle cucine dei ristoranti accanto alla riva ci diedero un’informazione utile. L’indirizzo indicato ci riconduceva all’inizio del nostro vagabondaggio. Dirigendoci là, ripercorremmo tutta la strada a ritroso. Così, quando la mia guida mi sistemò in uno degli alberghi di Campo Morosini, ebbi la sensazione di aver appena percorso una distanza pari al cielo stellato di Venezia, in direzione opposta al suo movimento. Se mi avessero allora domandato cos’è Venezia, “notti chiare” avrei risposto, “minuscole piazze e gente tranquilla, dall’aspetto stranamente familiare”.

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