venerdì 31 maggio 2013

Un filosofo alla Biennale

Venezia è invasa. Il carrozzone della 55° Biennale d’arte è partito inarrestabile. Lo noti appena esci di casa: le calli sono piene di eccentrici stramboidi, ancor più di quanto non lo siano già nel resto dell’anno. Tuttavia, pur non impazzendo per l’eccesso di glamour che la più famosa mostra d’arte contemporanea al mondo porta con sé, difficilmente riesco a resistere alla tentazione di gironzolare per i suoi padiglioni. Specialmente per quelli sparsi nella città, dato che si tratta dell’unica occasione per poter entrare nei tesori nascosti dei palazzi storici veneziani.

Con questo spirito arrivo questo pomeriggio a Palazzo Falier che ospita una mostra personale di Pedro Cabrita Reis. Entro e mi ritrovo in un labirinto di travi di alluminio che sorreggono degli immancabili neon bianchi. In qualche stanza c’è addirittura un dipinto, completamente nero con qualche macchia marrone. Ecco realizzarsi, inizio allora a pensare, la solita truffa dell’arte contemporanea. Cerco di consolarmi con la vista del Canal Grande, quando noto che c’è un’ultima stanza che m’era sfuggita.

Entro e c’è lui. Ludwig Wittgenstein mi guarda serio ma anche un po’ canzonatorio. Sulle pareti un trionfo di fogli, schizzi, appunti. In alcuni di essi vi sono citazioni del suo Tractatus Logico-Philosophicus. Senza soffermarmi a leggerli tutti, d’improvviso capisco. Così come Wittgenstein invitava a “rompere in modo radicale con l’idea che il linguaggio funzioni sempre in un unico modo, serva sempre allo stesso modo: trasmettere pensieri – siano questi pensieri intorno a case, a dolori, al bene e al male, o a qualunque altra cosa” (Ricerche filosofiche, § 304), quello di Cabrita Reis era un messaggio analogo: smettila di vedere ciò che ti circonda con gli occhi dell’ordinarietà e osserva meglio.

Torno alle travi di alluminio. Vi guardo dentro e tra una trave e l’altra iniziano a crearsi giochi prospettici, come in un caleidoscopio. Così, quello che prima m’era sembrato niente più che un sostegno, si rivela essere tutt’altro. Ritorno nella stanza dove imperava la foto di Wittgenstein. Voglio salutarlo come si deve. Prendo le sue “Ricerche filosofiche” che quasi per caso avevo messo in borsa stamattina e inizio a sfogliarle.



Un concetto sfumato è davvero un concetto? Una fotografia sfocata è davvero il ritratto di una persona? È sempre possibile sostituire vantaggiosamente un’immagine sfocata con una nitida? Spesso non è proprio l’immagine sfocata ciò di cui abbiamo bisogno?

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In logica non può esserci nulla di vago. Ora viviamo con quest’idea: che l’ideale ‘deve’ trovarsi nella realtà. Invece non si vede ancora come vi si trovi, e non si comprende la natura di questo ‘deve’. Crediamo che essa debba essere conficcato nella realtà; infatti crediamo di scorgerlo già in essa.

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L’ideale, nel nostro pensiero, sta saldo e inamovibile. Non puoi uscirne. Devi sempre tornare indietro. Non c’è alcun fuori; fuori manca l’aria per respirare. – Di dove proviene ciò? L’idea è come un paio di occhiali posati sul naso, e ciò che vediamo lo vediamo attraverso essi. Non ci viene mai in mente di toglierli.

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Si predica della cosa ciò che è insito nel modo di rappresentarla.

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Ogni spiegazione deve essere messa al bando, e soltanto la descrizione deve prendere il suo posto. E questa descrizione riceve la sua luce, cioè il suo scopo, dai problemi filosofici. Questi non sono, naturalmente, problemi empirici, ma problemi che si risolvono penetrando l’operare del nostro linguaggio in modo da riconoscerlo: contro una forte tendenza a fraintenderlo. I problemi si risolvono non già producendo nuove esperienze, bensì assestando ciò che da tempo ci è noto. La filosofia è una battaglia contro l’incatenamento del nostro intelletto, per mezzo del nostro linguaggio.

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I risultati della filosofia sono la scoperta di un qualche schietto non-senso e di bernoccoli che l’intelletto si è fatto cozzando contro i limiti del linguaggio. Essi, i bernoccoli, ci fanno comprendere il valore di quella scoperta.

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Nell’impiego effettivo delle espressioni facciamo, per così dire, lunghi giri, percorriamo strade secondarie. Vediamo bensì davanti a noi la strada larga e diritta, ma non possiamo certo servircene, perché è permanentemente chiusa.

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Qual è il tuo scopo in filosofia? – Indicare alla mosca la via d’uscita dalla trappola.

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Ciò che mi propongo di insegnare è: passare da un non-senso occulto a un non-senso palese.

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Non pensare che sia cosa ovvia il fatto che i quadri e le narrazioni fantastiche ci procurano piacere, tengono occupata la nostra mente; anzi, si tratta di un fatto fuori dell’ordinario.
(‘Non pensare che sia cosa ovvia’ – questo vuol dire: Meravigliatene, come fai per altre cose che ti procurano turbamento. Allora ciò che v’è di problematico scomparirà, per il fatto che tu accetti questo fatto così come accetti quegli altri).

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Gli aspetti per noi più importanti delle cose sono nascosti dalla loro semplicità e quotidianità. (Non ce ne possiamo accorgere, - perché li abbiamo sempre sotto gli occhi). Gli autentici fondamenti di una ricerca non danno affatto nell’occhio a chi vi è impegnato; a meno che non sia stato colpito una volta da questo fatto. – E questo vuol dire: ciò che, una volta visto, è il più evidente, e il più forte, questo non ci colpisce.

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Non credere sempre di ricavare le tue parole dalla lettura dei fatti; di raffigurare i fatti in parole, secondo certe regole! Perché l’applicazione della regola al caso particolare dovrai farla tu, senza alcuna guida.


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