sabato 12 marzo 2011

Heidegger e la quotidianità

Ogni tanto era spuntato tra le righe del nostro blog, ma mancava ancora un intervento dedicato esclusivamente a Martin Heidegger. Personaggio un po' controverso per tanti motivi, Heidegger è sicuramente il filosofo che più di tutti ha attirato e attira ancora l'attenzione di larghe fette degli 'specialisti' di filosofia (accademici e non). Ovviamente non pretendiamo qui di inserirci nei dibattiti-fiume fra 'heideggeriani' e 'anti-heideggeriani' bensì, come nostro solito, confezionare un piccolo omaggio ai protagonisti della Filosofia, illustrando quelle questioni che possano solleticare maggiormente il vostro interesse.

Prima di affrontare il tema di oggi è necessaria una piccola premessa introduttiva all'opera presa in esame. "Essere e tempo" non è un trattato filosofico qualsiasi: non soltanto per il fatto che il suo iter compositivo è rimasto interrotto (Heidegger scrisse e pubblicò soltanto una delle due parti previste nel progetto dell'opera), ma soprattutto per il problema da cui prende le mosse il discorso heideggeriano: la secolare e decaduta questione dell'essere. Decaduta a causa dell'evidente incapacità della filosofia di pervenire ad un risultato soddisfacente, a causa della vaghezza e della polisemia di questo concetto, di cui ogni filosofo ha dato una propria e controversa definizione. In mezzo a questo caos ormai calmo sbuca Heidegger che, nel 1927, pretende di riportare in auge la riflessione sull'essere, ma da un punto di vista rivoluzionario rispetto alla tradizione della metafisica occidentale.

Heidegger infatti rileva che, se da un lato noi mostriamo di avere un rapporto strutturale con l'essere (dato che lo adoperiamo come verbo-copula anche nella più banale discussione quotidiana), dall'altro siamo inspiegabilmente incapaci di rispondere alla semplicissima domanda "Ma che cos'è questo benedetto essere?". Ed è qui che sta l'inghippo secondo Heidegger, ovvero su come ci interroghiamo sull'essere e, quindi, su come lo cerchiamo. I filosofi di tutti i tempi hanno sbagliato completamente strada, dato che hanno cercato questo essere come se fosse un qualsiasi oggetto con cui possiamo entrare in contatto e riporlo nella cassaforte della nostra conoscenza. Conseguenza di tutto ciò: caos concettuale, definizioni sprecate, caduta nella vuota genericità del problema dell'essere e della metafisica in generale. Allora, per cercare di riparare a tutto ciò, Heidegger prova ad affrontare il problema da un diverso punto di partenza: non più dall'astrattezza della riflessione concettuale, ma proprio da ciò che la filosofia aveva considerato 'inferiore' rispetto alle vette del suo pensiero puro, ovvero la 'banale' concretezza dell'esperienza quotidiana, cioè del nostro modo di essere di tutti i giorni in mezzo ai nostri simili in cui passiamo praticamente tutta la vita.

Sembrerebbe un paradosso pretendere di riuscire a raggiungere l'essere, forse il concetto che presume più di tutti una ricerca intimistica e isolata, osservando il nostro modo di essere con gli altri. Ma per Heidegger non si può procedere diversamente: del resto in che altro modo conosciamo noi stessi se non a partire dalle nostre reazioni verso le vicende esterne, verso gli altri, verso la natura-ambiente che ci circonda? Si tratta di un presupposto imprescindibile per la nostra esistenza, senza del quale non avremmo modo di esplicare la nostra volontà, forza, impulsi. Il nostro modo di essere si fonda, dunque, sul fatto di essere aperti, rivolti ad altro rispetto a noi e, quindi, anche nella possibilità di essere totalmente presi, assorbiti e istupiditi da cose futili e banali. Su questa possibilità, secondo Heidegger, si fonda proprio la quotidianità, definita dal filosofo come deiezione-dispersione nella sfera del "Si" (sottolineando già a livello lessicale la contrapposizione con la sfera dell'autenticità, ovvero del "Sè"). In questo mondo del Si ognuno è come l'altro, giacché il Si non è nessuno e, insieme, è tutti. Ma vediamo meglio di cosa si tratta.

"Nell'uso dei mezzi di trasporto o di comunicazione pubblici, dei servizi di informazione (i giornali) ognuno è come l'altro. Questo essere-assieme dissolve completamente il singolo Esserci [l'ente che noi siamo, così denominato da Heid.] nel modo di essere "degli altri", sicché gli altri dileguano ancora di più nella loro particolarità e determinatezza. In questo stato di irrilevanza e di indistinzione il Si esercita la sua autentica dittatura. Ce la passiamo e ci divertiamo come ci si diverte; leggiamo, vediamo e giudichiamo di letteratura e di arte come si vede e si giudica. Ci teniamo lontani dalla "gran massa" come ci si tiene lontani, troviamo "scandaloso" ciò che si trova scandaloso. Il Si, che non è un'Esserci determinato ma tutti (anche se non come somma), decreta il modo di essere della quotidianità". ("Essere e tempo", § 27).

Ma se siamo quotidianamente sottoposti a questa dittatura "pubblica", perché non ce ne sottriamo? Anzi, ancor prima, come possiamo accorgerci di tutto ciò? Esiste una possibilità di sottrarci alla dispersione quotidiana, una sorta di contro-movimento alla nostra strutturale tendenza a decadere nel Si? In cosa consiste esattamente questo Si? Tante domande si accavallano per cui non ci resta che proseguire nella lettura di Heidegger (nel prossimo intervento però).

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