Il primo intervento di questo mese non poteva che essere ispirato dalla tragica scomparsa di un grande artista ed intellettuale italiano, Mario Monicelli. E cercheremo di farlo usando il linguaggio che ha caratterizzato tutti i suoi film: quello della sincerità, della schiettezza e della velata amarezza che ciascuno di noi sente non appena si ferma un attimo a riflettere su di sé e sul nostro Paese. La necessità di un simile ricordo è resa ancor più urgente soprattutto per il modo con cui Monicelli ha scelto di porre fine alla sua esistenza, diventato, purtroppo, oggetto delle becere discussioni dei nostri politicanti, che sono riusciti a fare anche di questo tragico lutto un campo di scontro per le loro vomitevoli ideologie. Ma adesso non è il caso di discutere sull'eutanasia: vogliamo prendere spunto dall'ultimo gesto compiuto dal maestro di Monicelli per riflettere su qualcosa che rappresenta un tabù per la nostra civiltà, ovvero il nostro strutturale tendere verso la morte; la stretta relazione fra vita e morte e su come basti un nonnulla per spegnere per sempre un'esistenza.
Il filosofo che voglio farvi ascoltare ha fatto di questo pensiero il cardine di tutta la sua riflessione. Si tratta di Emil Cioran che per lungo tempo si è concentrato sul senso di questo estremo quanto coraggioso gesto. Ma il suicidio non può e non deve essere considerato come la facile soluzione a tutti i nostri mali, né come una meta piacevole da prefiggersi, bensì come enigmatico atto-limite per la nostra già paradossale esistenza, in quanto ci rimanda ineludibilmente alla nostra finitezza, alla nostra debolezza, alla nostra impotenza strutturale che invece cerchiamo di dimenticare appresso a progetti, impegni, preoccupazioni ed ansie con cui ci affaccendiamo nella quotidianità. Cerchiamo allora di sospendere per un attimo questo tempo "pieno" e lasciamo parlare a noi Cioran, dedicando questi pensieri al Maestro Mario Monicelli.
- Incontri col suicidio -
Esiste in noi, più che una volontà, una tentazione di morire. Se infatti ci fosse concesso di volere la morte, chi, alla prima contrarietà, non ne approfitterebbe? Un altro impedimento entra nel gioco: l'idea di uccidersi appare incredibilmente nuova a chi ne è posseduto; costui dunque si figura di eseguire un atto senza precedenti: questa illusione lo occupa e lo lusinga, e gli fa perdere del tempo prezioso.
Quando ci afferra l'idea di farla finita, uno spazio si stende davanti a noi, una vasta possibilità fuori dal tempo e dall'eternità stessa, un'apertura vertiginosa, una speranza di morire al di là della morte.
Invero, uccidersi è rivaleggiare con la morte, dimostrare che si può fare meglio di lei, giocarle un brutto tiro e, successo non da poco, riabilitarsi ai propri occhi. Ci si rassicura, ci si persuade di così di non essere l'ultimo venuto, di meritare un poco di considerazione. Si pensa: fino ad oggi, incapace di prendere un'iniziativa, non avevo nessuna stima di me; ora tutto cambia: distruggendomi, distruggo a un tempo tutte le ragioni che avevo per disprezzarmi, ritrovo la fiducia, sono per sempre qualcuno...
Aspettare la morte è subirla, farla scadere al rango di processo, rassegnarsi a una conclusione di cui ignoriamo data, modalità e scenario. Si è ben lontani dall'atto assoluto. Non c'è niente in comune tra l'ossessione del suicidio e il sentimento della morte. [...] La morte non è necessariamente sentita come liberazione; il suicidio libera sempre: è culmine, è parossismo di salvezza.
Per decenza, dovremmo essere noi a scegliere il momento di scomparire. E' avvilente estinguersi come ci si estingue, è intollerabile essere esposti a una fine sulla quale non abbiamo alcun potere, che vi spia, vi atterra, vi precipita nell'innominabile.
[...] La millenaria cospirazione contro il suicidio è la causa dell'ingombro e della sclerosi nelle società. E' nostro diritto imparare a distruggerci al momento giusto, ad accorrere lietamente verso il nostro spettro. Finché non ci saremo risolti a questo, meriteremo tutte le nostre umiliazioni. Quando si è esaurita la propria ragione d'essere, ostinarsi è odioso. E invece ovunque si guardi, non si vede che l'indegnità della morte corporale.
Scrive Leopardi che quando dopo molti anni ritroviamo una persona conosciuta nell'infanzia, la prima impressione che ne ricaviamo è che sia stata colpita da qualche grande disgrazia. Durare è sminuirsi: l'esistenza è perdita d'essere. [...]
Non ci si uccide, come comunemente si pensa, in un accesso di demenza, ma in accesso di intollerabile lucidità, in un parossismo che, se vogliamo, può essere assimilato alla follia, se è vero che una chiaroveggenza eccessiva, spinta agli estremi e di cui ci si vorrebbe sbarazzare ad ogni costo, oltrepassa i limiti della ragione. Nonostante tutto, il momento culminante della decisione non testimonia un intenebramento: gli idioti non si uccidono praticamente mai, anche se ci si può uccidere per paura, o presentimento, dell'idiozia. L'atto si fonde allora con l'ultimo soprassalto dello spirito che riprende se stesso e che prima di annientarsi raccoglie tutte le sue forze, tutte le sue facoltà. Sulla soglia della disfatta estrema, prova a se stesso di non essere interamente perduto. E si perde- in piena, in istantanea padronanza di tutti i propri mezzi.
In quell'isoletta del Mediterraneo, assai prima dell'alba, sul sentiero che mi portava verso la parte più scoscesa della scogliera, facevo qualche riflessione da portinaio in vacanza: se quella villa fosse mia la dipingerei color ocra, farei mettere un altro steccato, ecc. Nonostante la mia idea, mi aggrappavo alle inezie: contemplavo le agavi, bighellonavo, eludevo con qualche digressione l'urgenza del mio proposito. Un cane si mise ad abbaiare, poi mi fece festa e mi seguì. Nessuno, che non l'abbia provato, può immaginare il conforto che vi dà un animale quando viene a tenervi compagnia, se gli dèi vi hanno voltato le spalle.
- Pensieri strangolati -
Perché non mi uccido? - Se conoscessi esattamente ciò che me lo impedisce, non avrei più domande da rivolgermi, avrei risposto a tutte.
Non abbiamo scrutato il fondo di una cosa, se non l'abbiamo considerata al lume dell'avvilimento.
"Niente merita d'essere preso a cuore" - si ripete colui che ce l'ha con se stesso ogni volta che soffre e che non perde l'occasione di soffrire.
Cercare un senso a qualcosa è non tanto da ingenuo quanto da masochista.
Bisognerebbe dirsi e ripetersi che tutto quanto ci allieta o affligge corrisponde a niente, che tutto è perfettamente derisorio e vano.
...Ebbene, ogni giorno me lo dico e me lo ripeto, eppure continuo ad allietarmi e ad affliggermi.
mercoledì 1 dicembre 2010
martedì 23 novembre 2010
Kubrick - Full Metal Jacket
Ieri notte ho beccato "Full Metal Jacket", uno dei più bei film tra tutti i capolavori kubrickiani. Definirlo un film sulla Guerra del Vietnam sarebbe riduttivo. Il Vietnam non vi appare che marginalmente: ciò che interessava maggiormente Kubrick era rappresentare la follia e la psicocità che contrassegnano qualsiasi tipo di potere e/o istituzione civile. Si tratta quindi di un film non su una guerra ma sulla guerra come prodotto dell'irrazionalità e della follia umana. Irrazionalità e follia che si nutrono, ovviamente della prevaricazione, dell'odio e dell'intolleranza per i nostri simili, ma che mostrano, nella pianificazione di un campo di sterminio o nella costruzione di bombe atomiche capaci di spazzare via intere regioni, una lucidità e una razionalità spaventose, quasi onnipotenti. Non si tratta di tematiche di poco conto: Nietzsche, in "Al di là del bene e del male" scriveva che "La pazzia è qualcosa di raro nei singoli - ma nei gruppi, nei partiti, nei popoli e nelle epoche è la regola".
Per Heidegger, nella nostra epoca in cui si concretizza il totalitarismo della tecnica su tutto ciò che è, uomo in primis, la guerra rappresenta la massima espressione del nichilismo, della violenza e del pericolo che accompagnano da sempre l'essere umano. Gli eserciti non sono che delle fabbriche di "pezzi di riserva" funzionanti anche in tempo di pace, dato che bisogna essere preparati ad ogni evenienza per sostituire i soldati-pezzi "guasti o non più utilizzabili". L'uomo giunge alla piena cosificazione ed anche la morte a cui va incontro in un conflitto atomico non ha nulla di eroico, né di valoroso. Con ciò non ho voluto fare un excursus fine a sé stesso: si tratta di tematiche che traspaiono vividamente da "Full Metal Jacket".
Il film può essere suddiviso in due parti: nella prima il regista descrive magistralmente l'imprescindibile cosificazione ed omologazione degli individui che dovranno formare l'esercito americano. Le giovani reclute non potranno, né dovranno pensare individualmente, ma come un corpo solo. Perciò, l'unica cosa che sono tenuti a fare è obbedire agli ordini del capo-addestratore, il funambolico Generale Hartman, il cui compito è quello di formare "non dei robot, ma dei killer" e di stremare in qualsiasi maniera le reclute per scremare gli inetti. In quest'ottica, Palla di Lardo rappresenta il bersaglio più ovvio quanto più esemplificativo: l'umiliazione, la violenza psicologica a cui viene quotidianamente sottoposto dal Generale alla fine riuscirà a farlo diventare un vero soldato, anche se ciò avverrà a scapito del suo equilibrio psichico, da cui il tragico epilogo dell'ultima notte al campo. Paradossalmente, il Generale Hartman sarà una vittima dell'efficacia del suo metodo di addestramento basato su valori come l'odio, il disprezzo e la "volontà d'uccidere" come via maestra di ogni buon marines.
Nella seconda parte inizia ad emergere il protagonista della narrazione: Joker. Personaggio quantomai complesso ed ambiguo, decide di fare il cronista militare. Stufo della continua manipolazione e delle menzogne propagandistiche che il governo dava in pasto al popolo americano, dicendogli quello che voleva sentirsi dire, ovvero che la "missione di pace" sarebbe stata breve ed indolore per tutti e che il popolo vietnamita era infinitamente grato per la libertà "american-style" loro concessa a suon di bombardamenti e stragi di civili, Joker si fa mandare sul fronte dei combattimenti. Qui intervista soldati sanguinari, come quello sull'elicottero che alla domanda "Ma come fai a sparare su donne e ragazzini?", risponde: "E' facile! Vanno più lenti e miri da più vicino!", ritrova il suo compagno di plotone Cowboy, e combatte al suo fianco, anche se combattuto interiormente ed esteriormente per tutto quello che era stato costretto a vivere. Il tutto ci viene raccontato con l'inconfondibile satira kubrickiana che riesce sia a dissacrare lo schema cinematografico dei seriosi ed eroici film di guerra (ridicolizzando così la guerra in generale e mostrandone l'insulsaggine) sia, soprattutto, a fare riflettere amaramente anche lo spettatore più superficiale.
Giungiamo così al sorprendente finale: la squadra di Joker cade in un'imboscata di un cecchino implacabile. Dopo aver abbattuto quasi metà della squadra, i soldati si dividono tra chi vorrebbe ritirarsi e chi invece non può lasciare invendicata la morte dei propri compagni. Animal si scatena nella caccia del cecchino sanguinario, che alla fine risulterà essere una ragazza viet-cong. Ironia della sorte, il soldato che si ritroverà faccia a faccia con lei è proprio Joker, il soldato pacifista, forse il meno "valoroso" proprio perché non poteva far a meno di pensare alla natura ambigua e contraddittoria dell'uomo, diviso tra bene e male, irrazionalità e ragione. Alla fine Joker esaudisce il desiderio della ragazza agonizzante, finendola a sangue freddo. Ma nonostante le parole dei suoi compagni ("Ora sì che sei un duro Joker!"), ciò che traspare dal suo volto non è che smarrimento, quello stesso smarrimento che sorge in noi dopo aver assistito ad una scena così devastante. Ma in nessuno dei marines di "Full Metal Jacket" può esserci spazio per sentimentalismi e riflessioni: eccoli subito che marciano in mezzo al fuoco dell'inferno, di quell'inferno voluto dalla loro beneamata patria, pensando ancora ad "eiaculazioni notturne e a Jane fica-rotta", ma anche, e soprattutto, alla felicità di essere ancora vivi: "Certo - ci racconta Joker - vivo in un mondo di merda, ma sono vivo e non ho più paura" di essere mandato a morire per qualcosa di follemente razionale.
Per Heidegger, nella nostra epoca in cui si concretizza il totalitarismo della tecnica su tutto ciò che è, uomo in primis, la guerra rappresenta la massima espressione del nichilismo, della violenza e del pericolo che accompagnano da sempre l'essere umano. Gli eserciti non sono che delle fabbriche di "pezzi di riserva" funzionanti anche in tempo di pace, dato che bisogna essere preparati ad ogni evenienza per sostituire i soldati-pezzi "guasti o non più utilizzabili". L'uomo giunge alla piena cosificazione ed anche la morte a cui va incontro in un conflitto atomico non ha nulla di eroico, né di valoroso. Con ciò non ho voluto fare un excursus fine a sé stesso: si tratta di tematiche che traspaiono vividamente da "Full Metal Jacket".
Il film può essere suddiviso in due parti: nella prima il regista descrive magistralmente l'imprescindibile cosificazione ed omologazione degli individui che dovranno formare l'esercito americano. Le giovani reclute non potranno, né dovranno pensare individualmente, ma come un corpo solo. Perciò, l'unica cosa che sono tenuti a fare è obbedire agli ordini del capo-addestratore, il funambolico Generale Hartman, il cui compito è quello di formare "non dei robot, ma dei killer" e di stremare in qualsiasi maniera le reclute per scremare gli inetti. In quest'ottica, Palla di Lardo rappresenta il bersaglio più ovvio quanto più esemplificativo: l'umiliazione, la violenza psicologica a cui viene quotidianamente sottoposto dal Generale alla fine riuscirà a farlo diventare un vero soldato, anche se ciò avverrà a scapito del suo equilibrio psichico, da cui il tragico epilogo dell'ultima notte al campo. Paradossalmente, il Generale Hartman sarà una vittima dell'efficacia del suo metodo di addestramento basato su valori come l'odio, il disprezzo e la "volontà d'uccidere" come via maestra di ogni buon marines.
Nella seconda parte inizia ad emergere il protagonista della narrazione: Joker. Personaggio quantomai complesso ed ambiguo, decide di fare il cronista militare. Stufo della continua manipolazione e delle menzogne propagandistiche che il governo dava in pasto al popolo americano, dicendogli quello che voleva sentirsi dire, ovvero che la "missione di pace" sarebbe stata breve ed indolore per tutti e che il popolo vietnamita era infinitamente grato per la libertà "american-style" loro concessa a suon di bombardamenti e stragi di civili, Joker si fa mandare sul fronte dei combattimenti. Qui intervista soldati sanguinari, come quello sull'elicottero che alla domanda "Ma come fai a sparare su donne e ragazzini?", risponde: "E' facile! Vanno più lenti e miri da più vicino!", ritrova il suo compagno di plotone Cowboy, e combatte al suo fianco, anche se combattuto interiormente ed esteriormente per tutto quello che era stato costretto a vivere. Il tutto ci viene raccontato con l'inconfondibile satira kubrickiana che riesce sia a dissacrare lo schema cinematografico dei seriosi ed eroici film di guerra (ridicolizzando così la guerra in generale e mostrandone l'insulsaggine) sia, soprattutto, a fare riflettere amaramente anche lo spettatore più superficiale.
Giungiamo così al sorprendente finale: la squadra di Joker cade in un'imboscata di un cecchino implacabile. Dopo aver abbattuto quasi metà della squadra, i soldati si dividono tra chi vorrebbe ritirarsi e chi invece non può lasciare invendicata la morte dei propri compagni. Animal si scatena nella caccia del cecchino sanguinario, che alla fine risulterà essere una ragazza viet-cong. Ironia della sorte, il soldato che si ritroverà faccia a faccia con lei è proprio Joker, il soldato pacifista, forse il meno "valoroso" proprio perché non poteva far a meno di pensare alla natura ambigua e contraddittoria dell'uomo, diviso tra bene e male, irrazionalità e ragione. Alla fine Joker esaudisce il desiderio della ragazza agonizzante, finendola a sangue freddo. Ma nonostante le parole dei suoi compagni ("Ora sì che sei un duro Joker!"), ciò che traspare dal suo volto non è che smarrimento, quello stesso smarrimento che sorge in noi dopo aver assistito ad una scena così devastante. Ma in nessuno dei marines di "Full Metal Jacket" può esserci spazio per sentimentalismi e riflessioni: eccoli subito che marciano in mezzo al fuoco dell'inferno, di quell'inferno voluto dalla loro beneamata patria, pensando ancora ad "eiaculazioni notturne e a Jane fica-rotta", ma anche, e soprattutto, alla felicità di essere ancora vivi: "Certo - ci racconta Joker - vivo in un mondo di merda, ma sono vivo e non ho più paura" di essere mandato a morire per qualcosa di follemente razionale.
lunedì 15 novembre 2010
Schopenhauer, la volontà e la musica
Continuiamo ad addentrarci ne "Il mondo come volontà e rappresentazione", opera maxima di Schopenhauer. Nell'ultimo intervento abbiamo evidenziato gli snodi fondamentali della riflessione del filosofo: cercando egli di comprendere il senso del dolore e delle ineludibili sofferenze che caratterizzano la nostra esistenza, Schopenhauer approda alla definizione della vita come continua ricerca di appagamento dei nostri desideri, sintomi continuamente emergenti dalla volontà di vita che anima tutti gli esseri. L'uomo, essendo l'unico tra gli enti in grado di riflettere su tutto ciò, può cercare di sottrarsi a questa continua irrequietezza: attraverso l'ascesi (risultato massimamente arduo da raggiungere dato che presuppone un'abnegazione e uno sforzo continuo), oppure attraverso l'intuizione e la contemplazione artistico-estetica che, anche se per brevi quanto intensi momenti, riesce a farci dimenticare la nostra miseria esistenziale, schiudendoci la conoscenza essenziale di noi stessi e della realtà che ci circonda. Tra le varie forme d'espressione artistiche, Schopenhauer non esita a definire la musica come la più rivelatrice in assoluto. Vediamo perchè.
- La musica come arte a sè -
La musica è separata da tutte le altre arti. Noi non riconosciamo in lei la copia, la ripetizione di qualche idea degli esseri del mondo: tuttavia essa agisce con tale potenza sull'intimo dell'uomo, viene da lui così appieno e a fondo compresa, quasi lingua universale la cui evidenza supera quella dello stesso mondo intuitivo, che in lei certamente dobbiamo cercare ben più che un "oscuro esercizio aritmetico che l'animo fa non sapendo di numerare", come la definì Leibniz. Se essa altro non fosse, la soddisfazione che ci procura dovrebbe esser simile a quella che noi proviamo per l'esatta soluzione di un calcolo, e non potrebbe essere quell'intima gioia che nasce in noi al veder trasformata in linguaggio la più profonda sostanza del nostro essere.
- La musica è oggettivazione diretta e immagine della volontà -
[...] Adeguata oggettivazione della volontà sono le idee; suscitare la conoscenza di queste [possibile solo mediante un corrispondente cambiamento nel soggetto conoscitivo], attraverso la rappresentazione di singoli oggetti [le opere d'arte], è lo scopo di tutte le altre arti. Esse dunque oggettivano solo mediatamente la volontà, cioè per mezzo delle idee: e poichè il nostro mondo altro non è che fenomeno delle idee nella pluralità, così la musica, andando oltre le idee [ovvero, non imitando nulla di tutto ciò di materiale che ci circonda e che conosciamo con la ragione] è del tutto indipendente anche dal mondo fenomenico. La musica è oggettivazione e copia immediata di tutta la volontà, come lo è il mondo, anzi come lo sono le idee, il cui fenomeno multiplo costituisce il mondo delle cose particolari. La musica non è dunque l'immagine delle idee, ma l'immagine della stessa volontà. Perciò l'effetto della musica è tanto più potente e penetrante di quello delle altre arti, poichè quelle parlano d'ombre, essa invece esprime l'essenza.
- La funzione della melodia -
[...] Nella melodia che procede movendosi in libertà sbrigliata dal principio alla fine con la coerenza ininterrotta e densa di significati di un unico pensiero, io riconosco il grado supremo di oggettivazione della volontà, la vita e le attività coscienti dell'uomo. Come questo, essendo il solo dotato di ragione, guarda davanti e dietro a sè sul corso della sua realtà e delle innumerevoli possibilità, conducendo così una vita consapevole e coerente come un tutto organico, allo stesso modo la melodia ha dal principio alla fine una significativa, intenzionale coerenza. Essa ci racconta di conseguenza la storia della volontà che, illuminata dalla riflessione, si esprime nella realtà con la serie dei suoi atti; ma dice di più: narra di questa storia più segreta, ne dipinge ogni emozione, ogni slancio, ogni moto, tutto ciò che la ragione raccoglie sotto il vasto e negativo concetto di sentimento, nè può meglio raccogliere nelle proprie astrazioni.
- Analogia del movimento melodico con quello della volontà -
[...] Ora, come l'essenza dell'uomo consiste nell'aspirazione della volontà che viene appagata e torna ad aspirare perennemente, anzi la sua felicità, il suo benessere sta nella rapidità del passaggio dal desiderio all'appagamento e da questo ad un nuovo desiderio, poichè la mancanza dell'appagamento è dolore, la mancanza di un nuovo desiderio è vuota aspirazione, noia, così l'essenza della melodia è un continuo scostarsi, un errar lontano dal tono fondamentale, per molte vie non solo verso i gradi armonici, ma per ogni tono, sempre però infine con un ritorno al tono fondamentale. Per tutte queste vie la melodia esprime le diverse forme di aspirazione della volontà, ma da ultimo anche l'appagamento mediante il ritorno ad un grado armonico, o al grado fondamentale. Trovare la melodia, svelare in lei tutti i più profondi segreti del volere e del sentimento umano è l'opera del genio, la cui azione, qui più che altrove evidente, è lontana da ogni riflessione, e si può chiamare ispirazione. Qui il concetto, come sempre in arte, è sterile: il compositore rende palese l'intima essenza del mondo ed esprime la più profonda saggezza in una lingua che la sua ragione non intende.
- L'alto valore dell'arte -
Dunque, considerando che con l'arte noi disponiamo non soltanto dello "specchio" della volontà, ma anche della possibilità di liberarci (anche se momentaneamente) da ogni vincolo col volere, per Schopenhauer l'arte è il più consolante e il solo innocente aspetto della vita. [...] Il piacere per ogni cosa bella, la consolazione offerta dall'arte, l'entusiasmo che all'artista fa dimenticare le pene della vita ed è l'unico privilegio che ricompensa il genio del dolore cresciuto assieme alla chiarità della coscienza, e della squallida solitudine tra una razza estranea, tutto ciò deriva dal fatto che l'in-sè della vita, la volontà, l'esistenza stessa, è un costante soffrire, in parte miserando, in parte orrendo; lo stesso invece come semplice rappresentazione puramente intuita o riprodotta dall'arte, libera da ogni dolore, presenta un significativo spettacolo.
- La musica come arte a sè -
La musica è separata da tutte le altre arti. Noi non riconosciamo in lei la copia, la ripetizione di qualche idea degli esseri del mondo: tuttavia essa agisce con tale potenza sull'intimo dell'uomo, viene da lui così appieno e a fondo compresa, quasi lingua universale la cui evidenza supera quella dello stesso mondo intuitivo, che in lei certamente dobbiamo cercare ben più che un "oscuro esercizio aritmetico che l'animo fa non sapendo di numerare", come la definì Leibniz. Se essa altro non fosse, la soddisfazione che ci procura dovrebbe esser simile a quella che noi proviamo per l'esatta soluzione di un calcolo, e non potrebbe essere quell'intima gioia che nasce in noi al veder trasformata in linguaggio la più profonda sostanza del nostro essere.
- La musica è oggettivazione diretta e immagine della volontà -
[...] Adeguata oggettivazione della volontà sono le idee; suscitare la conoscenza di queste [possibile solo mediante un corrispondente cambiamento nel soggetto conoscitivo], attraverso la rappresentazione di singoli oggetti [le opere d'arte], è lo scopo di tutte le altre arti. Esse dunque oggettivano solo mediatamente la volontà, cioè per mezzo delle idee: e poichè il nostro mondo altro non è che fenomeno delle idee nella pluralità, così la musica, andando oltre le idee [ovvero, non imitando nulla di tutto ciò di materiale che ci circonda e che conosciamo con la ragione] è del tutto indipendente anche dal mondo fenomenico. La musica è oggettivazione e copia immediata di tutta la volontà, come lo è il mondo, anzi come lo sono le idee, il cui fenomeno multiplo costituisce il mondo delle cose particolari. La musica non è dunque l'immagine delle idee, ma l'immagine della stessa volontà. Perciò l'effetto della musica è tanto più potente e penetrante di quello delle altre arti, poichè quelle parlano d'ombre, essa invece esprime l'essenza.
- La funzione della melodia -
[...] Nella melodia che procede movendosi in libertà sbrigliata dal principio alla fine con la coerenza ininterrotta e densa di significati di un unico pensiero, io riconosco il grado supremo di oggettivazione della volontà, la vita e le attività coscienti dell'uomo. Come questo, essendo il solo dotato di ragione, guarda davanti e dietro a sè sul corso della sua realtà e delle innumerevoli possibilità, conducendo così una vita consapevole e coerente come un tutto organico, allo stesso modo la melodia ha dal principio alla fine una significativa, intenzionale coerenza. Essa ci racconta di conseguenza la storia della volontà che, illuminata dalla riflessione, si esprime nella realtà con la serie dei suoi atti; ma dice di più: narra di questa storia più segreta, ne dipinge ogni emozione, ogni slancio, ogni moto, tutto ciò che la ragione raccoglie sotto il vasto e negativo concetto di sentimento, nè può meglio raccogliere nelle proprie astrazioni.
- Analogia del movimento melodico con quello della volontà -
[...] Ora, come l'essenza dell'uomo consiste nell'aspirazione della volontà che viene appagata e torna ad aspirare perennemente, anzi la sua felicità, il suo benessere sta nella rapidità del passaggio dal desiderio all'appagamento e da questo ad un nuovo desiderio, poichè la mancanza dell'appagamento è dolore, la mancanza di un nuovo desiderio è vuota aspirazione, noia, così l'essenza della melodia è un continuo scostarsi, un errar lontano dal tono fondamentale, per molte vie non solo verso i gradi armonici, ma per ogni tono, sempre però infine con un ritorno al tono fondamentale. Per tutte queste vie la melodia esprime le diverse forme di aspirazione della volontà, ma da ultimo anche l'appagamento mediante il ritorno ad un grado armonico, o al grado fondamentale. Trovare la melodia, svelare in lei tutti i più profondi segreti del volere e del sentimento umano è l'opera del genio, la cui azione, qui più che altrove evidente, è lontana da ogni riflessione, e si può chiamare ispirazione. Qui il concetto, come sempre in arte, è sterile: il compositore rende palese l'intima essenza del mondo ed esprime la più profonda saggezza in una lingua che la sua ragione non intende.
- L'alto valore dell'arte -
Dunque, considerando che con l'arte noi disponiamo non soltanto dello "specchio" della volontà, ma anche della possibilità di liberarci (anche se momentaneamente) da ogni vincolo col volere, per Schopenhauer l'arte è il più consolante e il solo innocente aspetto della vita. [...] Il piacere per ogni cosa bella, la consolazione offerta dall'arte, l'entusiasmo che all'artista fa dimenticare le pene della vita ed è l'unico privilegio che ricompensa il genio del dolore cresciuto assieme alla chiarità della coscienza, e della squallida solitudine tra una razza estranea, tutto ciò deriva dal fatto che l'in-sè della vita, la volontà, l'esistenza stessa, è un costante soffrire, in parte miserando, in parte orrendo; lo stesso invece come semplice rappresentazione puramente intuita o riprodotta dall'arte, libera da ogni dolore, presenta un significativo spettacolo.
lunedì 8 novembre 2010
Schopenhauer, la volontà e l'arte
Pochi pensatori riescono ad arrivarti nel profondo, a farti sussultare, a darti la paradossale impressione di condividere con te esperienze, sofferenze e riflessioni come Arthur Schopenhauer. Perdonate la presentazione forse un pò troppo intimistica ma è questo quello che provo leggendo alcune sue opere. Cercherò di condividere con voi queste mie impressioni, proponendomi stavolta di riuscire ad approfondire maggiormente la riflessione, sperando, come sempre, di non annoiarvi. Lo scritto a cui faremo riferimento è il terzo libro de "Il mondo come volontà e rappresentazione". Questo intervento sarà focalizzato sull'ottima introduzione alla filosofia schopenahueriana di Rinaldo Manfredi (sulla quale mi sono permesso di fare qualche piccola modifica); nel prossimo entreremo invece nel vivo dell'opera discutendo su una forma d'arte particolarmente rivelatrice secondo Schopenhauer: la musica.
Schopenhauer ebbe fin dall’adolescenza una straordinaria sensibilità per l’aspetto doloroso della vita. Il suo pensiero doveva trovare una giustificazione di questa realtà e delle difficoltà che essa ci riserva. Punto di partenza della sua riflessione è la distinzione kantiana fra realtà fenomenica e cosa in sé o noumeno. Per Schopenhauer, Kant non poteva legittimare questa distinzione poiché il mondo è sempre e comunque oggetto per un soggetto. Tuttavia, l'uomo non può essere considerato soltanto come pura conoscenza: è qualcosa di ben più profondo. C'è infatti dell'altro oltre alle categorie attraverso le quali conosciamo la realtà: l'azione e la volontà. E' in essa che noi sentiamo di essere non solo soggetti di conoscenza, ma anche centri di attività, capaci di patire, di desiderare e tendere al volere.
Secondo Schopenhauer, questa volontà non è propria solo dell'uomo ma è in tutte le cose. Volontà è nel cristallo che si forma, nella pietra che cade, nel fiore che nasce e negli animali. La volontà è l’in-sé del mondo, che si presenta come un principio irrazionale sul quale si apre successivamente la conoscenza. La volontà è un tendere continuo, bisogno sempre rinascente. Essa genera però nell'uomo il dolore, dato che soltanto noi, essendo dotati di ragione, possiamo renderci conto di essa e del circolo vizioso in cui stringe inesorabilmente la nostra esistenza. La felicità per Schopenhauer [che abbiamo già preso in considerazione qualche tempo fa], non può che essere sfuggente e momentanea, consistendo in quel rapido senso di soddisfazione di un desiderio prima che possano nascerne in noi degli altri. Se la volontà non riprende la sua via nasce la noia. Nessuno potrebbe durare a lungo nella descrizione di uno stato soddisfatto e felice senza riuscire noioso. La vita oscilla fra il dolore e la noia. Di qui il senso di oppressione e di fatica che ci accompagna nella vita. E’ sempre l’unica volontà che strazia se stessa. L’esistenza è un peccato che tutti dobbiamo scontare. Se tale è la natura del destino di ogni vivente, è necessario trovare la via che porti alla liberazione. Per questo la filosofia non dovrebbe mai formulare dei precetti astratti ma rivolgersi sempre alla realtà.
A nulla serve il suicidio. Esso libera forse l’individuo, ma lascia intatta la volontà, la quale anzi determina anche questo estremo gesto. La liberazione può essere raggiunta solo quando la volontà, divenuta consapevole di sé e del proprio destino, non vuol più essere volontà di vita o, meglio, vuole sottrarsi al suo dominio irrequieto. E’ precisamente nell’asceta, in cui il dolore universale ha parlato, che avviene il miracolo. Dunque la rinuncia, l’inazione, il nirvana è la suprema saggezza, che non solo redime l’individuo in cui si attua, ma l’intera volontà. L’ascesi è la più perfetta ma non la sola forma di liberazione: accanto ad essa abbiamo la giustizia e la compassione, nei quali si tende al superamento dell’egoismo, fonte di ogni dolore, e l’arte.
Questa è contemplazione dell’idea da parte di un soggetto che ha perduto ogni contatto col mondo. Non si tratta dunque tanto di superamento quanto di evasione, di oblio momentaneo del male. Nell'espressione così come nella contemplazione estetica dell'idea della bellezza il soggetto perde la sua individualità, si scioglie da ogni legame col mondo. Sebbene le idee siano il sostegno della vita, questa non ha più alcun effetto su di lui, perché ciò che egli contempla non è questa o quella manifestazione di vita, né egli è più un particolare individuo di fronte ad essa. L’artista non coglie l’idea in forma confusa, ma in limpida intuizione: questa, come ogni altra forma di intuizione, appartiene all’intelletto, ma si ha quando esso è superiore ai bisogni della volontà. Alla ragione come facoltà discorsiva appartiene solo il dominio dei concetti astratti; la ragione, basandosi sui dati dell’intuizione empirica dà la comune esperienza e in grado più eminente la scienza, mentre l’intuizione artistica penetra nel mondo della realtà essenziale.
Schopenhauer ebbe fin dall’adolescenza una straordinaria sensibilità per l’aspetto doloroso della vita. Il suo pensiero doveva trovare una giustificazione di questa realtà e delle difficoltà che essa ci riserva. Punto di partenza della sua riflessione è la distinzione kantiana fra realtà fenomenica e cosa in sé o noumeno. Per Schopenhauer, Kant non poteva legittimare questa distinzione poiché il mondo è sempre e comunque oggetto per un soggetto. Tuttavia, l'uomo non può essere considerato soltanto come pura conoscenza: è qualcosa di ben più profondo. C'è infatti dell'altro oltre alle categorie attraverso le quali conosciamo la realtà: l'azione e la volontà. E' in essa che noi sentiamo di essere non solo soggetti di conoscenza, ma anche centri di attività, capaci di patire, di desiderare e tendere al volere.
Secondo Schopenhauer, questa volontà non è propria solo dell'uomo ma è in tutte le cose. Volontà è nel cristallo che si forma, nella pietra che cade, nel fiore che nasce e negli animali. La volontà è l’in-sé del mondo, che si presenta come un principio irrazionale sul quale si apre successivamente la conoscenza. La volontà è un tendere continuo, bisogno sempre rinascente. Essa genera però nell'uomo il dolore, dato che soltanto noi, essendo dotati di ragione, possiamo renderci conto di essa e del circolo vizioso in cui stringe inesorabilmente la nostra esistenza. La felicità per Schopenhauer [che abbiamo già preso in considerazione qualche tempo fa], non può che essere sfuggente e momentanea, consistendo in quel rapido senso di soddisfazione di un desiderio prima che possano nascerne in noi degli altri. Se la volontà non riprende la sua via nasce la noia. Nessuno potrebbe durare a lungo nella descrizione di uno stato soddisfatto e felice senza riuscire noioso. La vita oscilla fra il dolore e la noia. Di qui il senso di oppressione e di fatica che ci accompagna nella vita. E’ sempre l’unica volontà che strazia se stessa. L’esistenza è un peccato che tutti dobbiamo scontare. Se tale è la natura del destino di ogni vivente, è necessario trovare la via che porti alla liberazione. Per questo la filosofia non dovrebbe mai formulare dei precetti astratti ma rivolgersi sempre alla realtà.
A nulla serve il suicidio. Esso libera forse l’individuo, ma lascia intatta la volontà, la quale anzi determina anche questo estremo gesto. La liberazione può essere raggiunta solo quando la volontà, divenuta consapevole di sé e del proprio destino, non vuol più essere volontà di vita o, meglio, vuole sottrarsi al suo dominio irrequieto. E’ precisamente nell’asceta, in cui il dolore universale ha parlato, che avviene il miracolo. Dunque la rinuncia, l’inazione, il nirvana è la suprema saggezza, che non solo redime l’individuo in cui si attua, ma l’intera volontà. L’ascesi è la più perfetta ma non la sola forma di liberazione: accanto ad essa abbiamo la giustizia e la compassione, nei quali si tende al superamento dell’egoismo, fonte di ogni dolore, e l’arte.
Questa è contemplazione dell’idea da parte di un soggetto che ha perduto ogni contatto col mondo. Non si tratta dunque tanto di superamento quanto di evasione, di oblio momentaneo del male. Nell'espressione così come nella contemplazione estetica dell'idea della bellezza il soggetto perde la sua individualità, si scioglie da ogni legame col mondo. Sebbene le idee siano il sostegno della vita, questa non ha più alcun effetto su di lui, perché ciò che egli contempla non è questa o quella manifestazione di vita, né egli è più un particolare individuo di fronte ad essa. L’artista non coglie l’idea in forma confusa, ma in limpida intuizione: questa, come ogni altra forma di intuizione, appartiene all’intelletto, ma si ha quando esso è superiore ai bisogni della volontà. Alla ragione come facoltà discorsiva appartiene solo il dominio dei concetti astratti; la ragione, basandosi sui dati dell’intuizione empirica dà la comune esperienza e in grado più eminente la scienza, mentre l’intuizione artistica penetra nel mondo della realtà essenziale.
lunedì 25 ottobre 2010
Croce e l'amore per l'arte
Non mi piacciono le autocelebrazioni. Però una laurea è pur sempre una laurea, per diamine! E allora eccomi qui, a darvi un "antipasto" della mia tesi di laurea, incentrata sull'estetica di Benedetto Croce che non esito neanche un momento ad identificare come il mio ideale di filosofo (sebbene sia consapevole della velleità che c'è dietro alle idealizzazioni ed emulazioni: si finisce sempre per rincorrere qualcuno che, inevitabilmente, non si potrà mai raggiungere).
L'estratto che tra poco vi proporrò è tratto da un'opera del 1933, "La poesia", in cui Croce riesamina e puntualizza i concetti fondamentali della sua estetica (che troverete riepilogati sinteticamente nella mia tesi, ovviamente se ne avrete voglia). Croce prende in considerazione il famigerato luogo comune dell' "arte per l'arte", ovvero dell'amore disinteressato che ogni artista dovrebbe avere rispetto al proprio ufficio sacro: l'espressione. Tuttavia, ed è un'altra lezione che ho imparato da Croce, nulla di quello che gli uomini fanno è veramente disinteressato: laddove non c'è un minimo di guadagno personale, statene certi, chiunque gira al largo! Anche la solidarietà implica un'attrattiva individuale, quale può essere l'intima gratificazione per chi la fa...Infine, permettetemi di definire sublime il parallelo crociano fra l'amore e l'espressione artistica. E' forse uno degli aspetti che mi ha colpito di più della filosofia di Croce: le sue riflessioni, alla portata di tutti in quanto a linearità e semplicità, sono incastonate di piccole gemme poetiche arricchiscono la sua speculazione senza però appesantirla, anzi chiarendola ulteriormente. Ma è tempo di far parlare il "nostro" Croce:
- L'arte per l'arte -
"L'espressione poetica può trapassare ad oggetto d'amore e di culto d'amore ed essere trattata non più come espressione, ma come cosa che si ricerchi per sè, facendo, come si dice, l'arte per l'arte.
Come ogni amore, anche questo ha per fondamento la realtà di un bisogno, e, nel suo caso, dell'espressione poetica; ma come ogni amore si svolge oltre, e anche senza e contro, il soddisfacimento del bisogno originario. Così come si amano, e si amano sul serio, donne che non si ha nessuna volontà di possedere, sentendosi che nel possesso andrebbe perduto il meglio o il tutto dell'amore e quell'incantesimo si rompererebbe.
[...] Ma, soffermandoci all'amore per le espressioni poetiche, esso, al pari di ogni altro amore, ricerca la presenza e il contatto dell'oggetto amato, e perciò si fa culto ed esercizio di quelle espressioni, non solo senza aver nulla di proprio da trasfigurare in bellezza. Qualcosa di analogo si riscontra nella cerchia del pensiero, dove talvolta ci si trastulla col pensiero per il pensiero, ossia con la logica per la logica, come nel caso delle acutezze o degli indovinelli, e in parte anche nell'altro delle sottigliezze che piace di moltiplicare, delle precise e lunghe argomentazioni superflue che piace svolgere in tutti i loro passaggi, godendo della propria bravura, laddove basterebbe accennare e tirar via.
Amare e cercare le espressioni poetiche come cose o (che qui è lo stesso) come persone, vuol dire cercare le immagini fuori del loro nesso, distaccate ed astratte, e ammirarle e carezzarle e fermarle nei suoni articolati, curando la perfezione di ciascuna d'esse. Che è quel che si vede nelle pagine dei virtuosi dell'arte per l'arte, così perfette in ogni particolare da muovere l'impazienza e il fastidio in uno spirito di poeta, il quale è pronto a gettarle via tutte per esprimersi "senza perfezione" (ossia con tutt'altra perfezione da quella). Perchè in tanto risalto di ciascuna immagine, manca in quella maniera d'arte il fondo che tutte le raccolga e le mitighi, il fondo che solo poteva generarle a vita poetica, e solo dar loro misura e proporzioni. E non solamente manca il fondo poetico, ma anche l'altro su cui la letteratura si forma e che è il vario contenuto extrapoetico [ovvero, le passioni, gli impulsi, gli interessi dell'artista in quanto uomo]. Stanno invece, quelle immagini singole, come idoli, che l'artista [o lo pseudo-artista, quello cultore della sola forma, destinato per questo a rinchiudersi nella più totale autorefenzialità] plasma e adora.
Per questa via s'intende anche in qual modo si venga determinando una sorta di teoria dell' "arte per l'arte" a uso di quei critici che pretendono di trovare e spiegare la bellezza di un verso, che è bellezza spirituale [ovvero nella vita, nella contingenza, nella concreta ed ineludibile necessità di esprimersi che l'artista sente quando è gravido di ispirazione], nei suoni per sè, negli accenti, nei ritmi, nella "musica", come la sogliono chiamare, dimostrando, in questo lor dire, scarsa stima, non tanto della poesia, quanto della musica stessa. [...] In questi casi difetta l'amore e, con l'amore, la capacità di dare alle proprie opere quella verità e quella bellezza che pur sono in grado di conseguire. L'arte per l'arte non è che un innamoramento tra gli altri innamoramenti, una servitù d'amore tra le altre servitù d'amore".
L'estratto che tra poco vi proporrò è tratto da un'opera del 1933, "La poesia", in cui Croce riesamina e puntualizza i concetti fondamentali della sua estetica (che troverete riepilogati sinteticamente nella mia tesi, ovviamente se ne avrete voglia). Croce prende in considerazione il famigerato luogo comune dell' "arte per l'arte", ovvero dell'amore disinteressato che ogni artista dovrebbe avere rispetto al proprio ufficio sacro: l'espressione. Tuttavia, ed è un'altra lezione che ho imparato da Croce, nulla di quello che gli uomini fanno è veramente disinteressato: laddove non c'è un minimo di guadagno personale, statene certi, chiunque gira al largo! Anche la solidarietà implica un'attrattiva individuale, quale può essere l'intima gratificazione per chi la fa...Infine, permettetemi di definire sublime il parallelo crociano fra l'amore e l'espressione artistica. E' forse uno degli aspetti che mi ha colpito di più della filosofia di Croce: le sue riflessioni, alla portata di tutti in quanto a linearità e semplicità, sono incastonate di piccole gemme poetiche arricchiscono la sua speculazione senza però appesantirla, anzi chiarendola ulteriormente. Ma è tempo di far parlare il "nostro" Croce:
- L'arte per l'arte -
"L'espressione poetica può trapassare ad oggetto d'amore e di culto d'amore ed essere trattata non più come espressione, ma come cosa che si ricerchi per sè, facendo, come si dice, l'arte per l'arte.
Come ogni amore, anche questo ha per fondamento la realtà di un bisogno, e, nel suo caso, dell'espressione poetica; ma come ogni amore si svolge oltre, e anche senza e contro, il soddisfacimento del bisogno originario. Così come si amano, e si amano sul serio, donne che non si ha nessuna volontà di possedere, sentendosi che nel possesso andrebbe perduto il meglio o il tutto dell'amore e quell'incantesimo si rompererebbe.
[...] Ma, soffermandoci all'amore per le espressioni poetiche, esso, al pari di ogni altro amore, ricerca la presenza e il contatto dell'oggetto amato, e perciò si fa culto ed esercizio di quelle espressioni, non solo senza aver nulla di proprio da trasfigurare in bellezza. Qualcosa di analogo si riscontra nella cerchia del pensiero, dove talvolta ci si trastulla col pensiero per il pensiero, ossia con la logica per la logica, come nel caso delle acutezze o degli indovinelli, e in parte anche nell'altro delle sottigliezze che piace di moltiplicare, delle precise e lunghe argomentazioni superflue che piace svolgere in tutti i loro passaggi, godendo della propria bravura, laddove basterebbe accennare e tirar via.
Amare e cercare le espressioni poetiche come cose o (che qui è lo stesso) come persone, vuol dire cercare le immagini fuori del loro nesso, distaccate ed astratte, e ammirarle e carezzarle e fermarle nei suoni articolati, curando la perfezione di ciascuna d'esse. Che è quel che si vede nelle pagine dei virtuosi dell'arte per l'arte, così perfette in ogni particolare da muovere l'impazienza e il fastidio in uno spirito di poeta, il quale è pronto a gettarle via tutte per esprimersi "senza perfezione" (ossia con tutt'altra perfezione da quella). Perchè in tanto risalto di ciascuna immagine, manca in quella maniera d'arte il fondo che tutte le raccolga e le mitighi, il fondo che solo poteva generarle a vita poetica, e solo dar loro misura e proporzioni. E non solamente manca il fondo poetico, ma anche l'altro su cui la letteratura si forma e che è il vario contenuto extrapoetico [ovvero, le passioni, gli impulsi, gli interessi dell'artista in quanto uomo]. Stanno invece, quelle immagini singole, come idoli, che l'artista [o lo pseudo-artista, quello cultore della sola forma, destinato per questo a rinchiudersi nella più totale autorefenzialità] plasma e adora.
Per questa via s'intende anche in qual modo si venga determinando una sorta di teoria dell' "arte per l'arte" a uso di quei critici che pretendono di trovare e spiegare la bellezza di un verso, che è bellezza spirituale [ovvero nella vita, nella contingenza, nella concreta ed ineludibile necessità di esprimersi che l'artista sente quando è gravido di ispirazione], nei suoni per sè, negli accenti, nei ritmi, nella "musica", come la sogliono chiamare, dimostrando, in questo lor dire, scarsa stima, non tanto della poesia, quanto della musica stessa. [...] In questi casi difetta l'amore e, con l'amore, la capacità di dare alle proprie opere quella verità e quella bellezza che pur sono in grado di conseguire. L'arte per l'arte non è che un innamoramento tra gli altri innamoramenti, una servitù d'amore tra le altre servitù d'amore".
venerdì 15 ottobre 2010
Il processo di Socrate
Pur rendendomi conto che potrei tedìarvi con la mia piccola crociata per la giustizia, intesa non come un'astratta entità di cui riempirsi la bocca ma un vero e proprio modus vivendi, proseguo imperterrito lungo questa direzione. Ed una naturale tappa d'approdo per questa mia ricerca non poteva che essere la figura di Socrate: un uomo che ha accettato un'ingiusta morte per la sua fiducia nella giustizia terrena ed ultraterrena. Il testo a cui faremo riferimento sarà ovviamente l' "Apologia di Socrate" scritto da Platone, il più illustre e fedele seguace di Socrate.
Ma per comprendere fino in fondo la radicalità del comportamento di Socrate è necessario prima contestualizzare le vicende: siamo nel gennaio del 399 a.C. ad Atene. Socrate viene portato in tribunale da Melèto, Anito e Licòne, rispettivamente poeta, politico ed oratore che erano stati messi in ridicolo da Socrate per la loro vanità e per la dilagante corruzione dei loro costumi. Le ragioni degli accusanti erano del tutto generiche e pretestuose: Socrate veniva accusato di aver "indagato con animo empio le cose del cielo e della terra; di corrompere i giovani e di non credere negli dei ai quali credeva la città, ma in nuove divinità demoniache".
Ma le vere ragioni per cui Socrate venne accusato, e condannato, erano da rintracciare nella nascente democrazia ateniese (figlia di una classe dirigente già allora in preda alla corruzione e al malaffare), che aveva bisogno di sbarazzarsi di un individuo che per le sue capacità dialettiche ed oratorie e per il suo modello di vita improntato sulla giustizia, sulla povertà e sulla rettitudine rappresentava una minaccia, dato che poteva sommuovere l'opinione popolare ateniese. Ma, bando alle mie ciance, lasciamo che sia Socrate in persona a parlarci e ad insegnarci cos'è la giustizia, perchè egli ha accettato la sua condanna a morte e perchè un uomo giusto non deve temerla (come sempre, integrazioni e commenti sono posti tra parentesi quadre).
- La difesa di Socrate -
"Se qualcuno mi dicesse: - Ma non ti vergogni, o Socrate, d'esserti dato un'occupazione per la quale ora ti sei messo a rischio di morire? - io così risponderei a buon diritto: - Hai torto, amico, se stimi che un uomo di qualche valore debba tenere in conto la vita e la morte. Egli nelle sue azioni deve unicamente considerare se ciò che fa sia giusto o ingiusto e se si comporta da uomo onesto o da malvagio. Secondo il tuo ragionamento, sarebbero da stimare poco quei semidei e tutti gli altri che sono morti davanti a Troia. [...] Ed ora che Dio mi ha assegnato un posto di combattimento, così almeno io credo di dovere interpretare il suo volere, posto di combattimento che è quello di vivere filosofando [il "vivere filosofando" è il vivere secondo una disciplina che fa della filosofia non la ricerca di un sapere astratto, ma una pratica morale che è armonia di pensiero e di azione], esaminando me e gli altri, sarebbe veramente cosa grave se io, per paura della morte o d'altro, disertassi il campo [Socrate ha un senso profondamente religioso della vita, che gli faceva riguardare la personalità di ciascuno come inserita in fini etici superiori dell'umanità e la vita tutta come dovere, al quale non è lecito sottrarsi. Per questo non mirava a sovvertire le leggi o lo Stato, bensì a sollecitare i suoi concittadini a non prendersi cura delle ricchezze più che dell'anima e della virtù].
[...] Giacché, o Ateniesi, il temere la morte altro non è che essere sapienti senza esserlo, cioè a dire credere di sapere ciò che si ignora; poichè nessuno sa se la morte, che l'uomo teme come se conoscesse già che il maggiore di tutti i mali, non sia invece per essere il più gran bene. E non è la più vituperevole ignoranza quella che consiste nel credere di sapere ciò che non si sa? [...] Ma una cosa so di certo: che il fare ingiustizia e disobbedire a un nostro superiore, sia esso Dio o uomo, è cosa cattiva e vergognosa. Giammai dunque io temerò nè fuggirò quello che non so se sia un bene, ma piuttosto il male che so essere tale".
- Socrate è condannato a morte -
"Forse voi pensate, o Ateniesi, che sono stato condannato per mancanza di quei tali abili discorsi con i quali avrei potuto persuadervi se io avessi creduto che era necessario dire e far di tutto pur di scampare alla condanna. Niente affatto! Ciò che mi è venuto a mancare non sono stati gli argomenti, bensì l'audacia e l'impudenza e la volontà di non dire cose che vi sarebbero state gradevolissime a udire, piangendo e lamentandomi e facendo altre cose indegne di me, ma alle quali altri vi avevano abituati. Non mi pento di essermi difeso così; anzi preferisco assai più volentieri essermi così difeso, e morire, che difendermi in quell'altro modo, e vivere.
[...] Ma considerate bene, o Ateniesi, che il difficile non è evitare la morte quanto piuttosto evitare la malvagità, che ci viene incontro più veloce della morte [è più facile evitare la morte che la malvagità, poichè debole e vile è l'animo dell'uomo dinanzi agli istinti e le passioni terrene, fonte di conflitti e guerre]. Ed ora io, come tardo e vecchio, sono stato raggiunto da quella che è più tarda; i miei accusatori, invece, come più gagliardi e veloci, da quella che è più veloce, la malvagità. Ed ora io me ne vado da qui condannato da voi a morire; costoro invece condannati dalla verità ad essere malvagi e ingiusti [si dice che gli accusatori di Socrate siano morti di morte violenta. Era radicata nei Greci la convinzione che il male esige in questa vita una riparazione che può essere estesa anche alle discendenze di coloro che commisero la malvagità]. Io accetto la mia pena, questi la loro. Doveva essere così, e penso che così sia bene.
Ma per comprendere fino in fondo la radicalità del comportamento di Socrate è necessario prima contestualizzare le vicende: siamo nel gennaio del 399 a.C. ad Atene. Socrate viene portato in tribunale da Melèto, Anito e Licòne, rispettivamente poeta, politico ed oratore che erano stati messi in ridicolo da Socrate per la loro vanità e per la dilagante corruzione dei loro costumi. Le ragioni degli accusanti erano del tutto generiche e pretestuose: Socrate veniva accusato di aver "indagato con animo empio le cose del cielo e della terra; di corrompere i giovani e di non credere negli dei ai quali credeva la città, ma in nuove divinità demoniache".
Ma le vere ragioni per cui Socrate venne accusato, e condannato, erano da rintracciare nella nascente democrazia ateniese (figlia di una classe dirigente già allora in preda alla corruzione e al malaffare), che aveva bisogno di sbarazzarsi di un individuo che per le sue capacità dialettiche ed oratorie e per il suo modello di vita improntato sulla giustizia, sulla povertà e sulla rettitudine rappresentava una minaccia, dato che poteva sommuovere l'opinione popolare ateniese. Ma, bando alle mie ciance, lasciamo che sia Socrate in persona a parlarci e ad insegnarci cos'è la giustizia, perchè egli ha accettato la sua condanna a morte e perchè un uomo giusto non deve temerla (come sempre, integrazioni e commenti sono posti tra parentesi quadre).
- La difesa di Socrate -
"Se qualcuno mi dicesse: - Ma non ti vergogni, o Socrate, d'esserti dato un'occupazione per la quale ora ti sei messo a rischio di morire? - io così risponderei a buon diritto: - Hai torto, amico, se stimi che un uomo di qualche valore debba tenere in conto la vita e la morte. Egli nelle sue azioni deve unicamente considerare se ciò che fa sia giusto o ingiusto e se si comporta da uomo onesto o da malvagio. Secondo il tuo ragionamento, sarebbero da stimare poco quei semidei e tutti gli altri che sono morti davanti a Troia. [...] Ed ora che Dio mi ha assegnato un posto di combattimento, così almeno io credo di dovere interpretare il suo volere, posto di combattimento che è quello di vivere filosofando [il "vivere filosofando" è il vivere secondo una disciplina che fa della filosofia non la ricerca di un sapere astratto, ma una pratica morale che è armonia di pensiero e di azione], esaminando me e gli altri, sarebbe veramente cosa grave se io, per paura della morte o d'altro, disertassi il campo [Socrate ha un senso profondamente religioso della vita, che gli faceva riguardare la personalità di ciascuno come inserita in fini etici superiori dell'umanità e la vita tutta come dovere, al quale non è lecito sottrarsi. Per questo non mirava a sovvertire le leggi o lo Stato, bensì a sollecitare i suoi concittadini a non prendersi cura delle ricchezze più che dell'anima e della virtù].
[...] Giacché, o Ateniesi, il temere la morte altro non è che essere sapienti senza esserlo, cioè a dire credere di sapere ciò che si ignora; poichè nessuno sa se la morte, che l'uomo teme come se conoscesse già che il maggiore di tutti i mali, non sia invece per essere il più gran bene. E non è la più vituperevole ignoranza quella che consiste nel credere di sapere ciò che non si sa? [...] Ma una cosa so di certo: che il fare ingiustizia e disobbedire a un nostro superiore, sia esso Dio o uomo, è cosa cattiva e vergognosa. Giammai dunque io temerò nè fuggirò quello che non so se sia un bene, ma piuttosto il male che so essere tale".
- Socrate è condannato a morte -
"Forse voi pensate, o Ateniesi, che sono stato condannato per mancanza di quei tali abili discorsi con i quali avrei potuto persuadervi se io avessi creduto che era necessario dire e far di tutto pur di scampare alla condanna. Niente affatto! Ciò che mi è venuto a mancare non sono stati gli argomenti, bensì l'audacia e l'impudenza e la volontà di non dire cose che vi sarebbero state gradevolissime a udire, piangendo e lamentandomi e facendo altre cose indegne di me, ma alle quali altri vi avevano abituati. Non mi pento di essermi difeso così; anzi preferisco assai più volentieri essermi così difeso, e morire, che difendermi in quell'altro modo, e vivere.
[...] Ma considerate bene, o Ateniesi, che il difficile non è evitare la morte quanto piuttosto evitare la malvagità, che ci viene incontro più veloce della morte [è più facile evitare la morte che la malvagità, poichè debole e vile è l'animo dell'uomo dinanzi agli istinti e le passioni terrene, fonte di conflitti e guerre]. Ed ora io, come tardo e vecchio, sono stato raggiunto da quella che è più tarda; i miei accusatori, invece, come più gagliardi e veloci, da quella che è più veloce, la malvagità. Ed ora io me ne vado da qui condannato da voi a morire; costoro invece condannati dalla verità ad essere malvagi e ingiusti [si dice che gli accusatori di Socrate siano morti di morte violenta. Era radicata nei Greci la convinzione che il male esige in questa vita una riparazione che può essere estesa anche alle discendenze di coloro che commisero la malvagità]. Io accetto la mia pena, questi la loro. Doveva essere così, e penso che così sia bene.
venerdì 8 ottobre 2010
Tema: la mia Città
Per liberareggio.org
Ieri sera, tornando a casa dopo essere stato a Piazza Duomo, mi è venuto in testa il ritornello della sopracitata canzone degli Afterhours che fa: "Chi salverà/ la mia città?". Ebbene, l'acceso dibattito che ieri s'è venuto a creare ad "Annozero" non poteva fotografare meglio l'aria che si respira a Reggio. Le persone oneste sono con l'acqua alla gola, sono stanche non soltanto di subire passivamente il potere della criminalità organizzata che ci tiene (questa sì) "sotto scopa" con l'atavica fame di lavoro che c'è in Calabria, ma sono stanche soprattutto di non essere ascoltate, di vedere che il resto dell'Italia non se ne fotte minimamente di loro. Politici in primis, gli stessi personaggi che periodicamente scendono dalle loro ricche corti per fare promesse su promesse e per chiedere i nostri voti (e qui mi riferisco indiscriminatamente a tutta la classe politica).
Ieri sera Daniela Santanchè, esponente del governo nazionale in qualità di sottosegretario di Stato al Dipartimento per l'attuazione del programma di governo, è caduta dalle nuvole: non sapeva delle recenti vicissitudini di Scopelliti; non sapeva che Angela Napoli aveva da tempo preso le distanze dal PDL; continuava a farfugliare che "questo è il governo che ha fatto di più ecc ecc" ed è riuscita a mandare in bestia anche de Magistris che, come sappiamo, ne ha subìte di tutti i colori però sempre mantenendo il suo contegno; non ha detto una parola di solidarietà per quei giornalisti vessati e minacciati di morte; non ha saputo, insomma, dire qualcosa per cercare di aiutare una città che implora aiuto.
Ma noi non possiamo più aspettare. Chi campa di speranza disperato muore, recita un proverbio comune. Se non riusciamo a ribellarci noi per primi ai perversi giochetti a cui, indistintamente politici e 'ndranghetisti, ci sottopongono c'è poco da fare. Ho accennato a de Magistris. A prescindere dalle sue scelte politiche che, ci mancherebbe altro, ciascuno di noi è libero di non condividere, anche la sua è una storia che avrebbe dovuto insegnarci molto su come funzionano le cose nel nostro Paese. Per questo vi lascio con alcune sue considerazioni tratte da "Assalto al PM. Storia di un cattivo magistrato".
"Nel corso degli anni mi sono reso conto di come la Calabria assomigli al Sudamerica di una volta: una regione governata da una vera e propria "classe". E' una classe di potere. Intrisa anche di mafiosità. E' composta da una parte importante e assolutamente trasversale della politica, che ha a cuore solo interessi di settore. Gruppi di potere che operano per puro interesse e con logiche biecamente clientari. Comprende una parte consistente dei principali imprenditori, diventati potenti, ricchi, noti e forti grazie al loro rapporto con la politica. Una situazione che potrebbe apparire simile a quella di altre parti del paese. Ma la vera anomalia, in Calabria, è che in questa classe compaiono, in modo non residuale, pezzi significativi delle istituzioni ed anche parti degli organi preposti ai controlli di legalità: impiegati e funzionari pubblici, forze dell'ordine, servizi di sicurezza. Quando il controllore diventa "organico" in un sistema cui partecipa anche il controllato, le garanzie di legalità e di trasparenza saltano, spazzate via da un conflitto di interessi permanente.
La classe dominante che ho descritto governa la Calabria da decenni tenendo in una situazione di voluta soggezione e sottomissione il resto della popolazione calabrese, che non ha la capacità di riscattarsi perchè non ha gli strumenti economici nè quelli politici e nemmeno istituzionali, dal momento che attraverso il controllo dell'economia e del lavoro la borghesia mafiosa controlla anche il voto. Ma soprattutto, almeno fino a un certo momento storico, la Calabria non ha avuto gli strumenti cognitivi per opporsi. Perchè?
Perchè la conoscenza di certi contesti avviene attraverso due canali: la magistratura e l'informazione. Le indagini giudiziarie consentono al cittadino di sapere se i propri governanti stanno rubando, stanno truffando, sono corrotti o infedeli e così via. Se la magistratura non funziona la gente non sa cosa di illecito accade nella vita pubblica. Poi c'è l'informazione. In questo settore la Calabria, fino a un certo punto, ha molto sofferto un controllo serrato, una "cappa mediatica" che non consentiva ai cittadini, dentro e fuori la regione, di sapere cosa accadeva. Con il tempo questa situazione è migliorata perchè sono nati nuovi organi di informazione e alcuni giornalisti seri e coraggiosi, spesso molto giovani, sono riusciti a raccontare i fatti. La consapevolezza e la partecipazione sociale sono mutate proprio quando questi cronisti, facendo bene il proprio mestiere, hanno cominciato a rendere una descrizione veritiera e non condizionata dalle azioni giudiziarie che venivano intraprese. La conoscenza dei fatti stimola il pensiero libero e critico e questo fa paura ai ceti dominanti affaristici e corrotti".
Insomma, chi salverà la mia città?
Ieri sera, tornando a casa dopo essere stato a Piazza Duomo, mi è venuto in testa il ritornello della sopracitata canzone degli Afterhours che fa: "Chi salverà/ la mia città?". Ebbene, l'acceso dibattito che ieri s'è venuto a creare ad "Annozero" non poteva fotografare meglio l'aria che si respira a Reggio. Le persone oneste sono con l'acqua alla gola, sono stanche non soltanto di subire passivamente il potere della criminalità organizzata che ci tiene (questa sì) "sotto scopa" con l'atavica fame di lavoro che c'è in Calabria, ma sono stanche soprattutto di non essere ascoltate, di vedere che il resto dell'Italia non se ne fotte minimamente di loro. Politici in primis, gli stessi personaggi che periodicamente scendono dalle loro ricche corti per fare promesse su promesse e per chiedere i nostri voti (e qui mi riferisco indiscriminatamente a tutta la classe politica).
Ieri sera Daniela Santanchè, esponente del governo nazionale in qualità di sottosegretario di Stato al Dipartimento per l'attuazione del programma di governo, è caduta dalle nuvole: non sapeva delle recenti vicissitudini di Scopelliti; non sapeva che Angela Napoli aveva da tempo preso le distanze dal PDL; continuava a farfugliare che "questo è il governo che ha fatto di più ecc ecc" ed è riuscita a mandare in bestia anche de Magistris che, come sappiamo, ne ha subìte di tutti i colori però sempre mantenendo il suo contegno; non ha detto una parola di solidarietà per quei giornalisti vessati e minacciati di morte; non ha saputo, insomma, dire qualcosa per cercare di aiutare una città che implora aiuto.
Ma noi non possiamo più aspettare. Chi campa di speranza disperato muore, recita un proverbio comune. Se non riusciamo a ribellarci noi per primi ai perversi giochetti a cui, indistintamente politici e 'ndranghetisti, ci sottopongono c'è poco da fare. Ho accennato a de Magistris. A prescindere dalle sue scelte politiche che, ci mancherebbe altro, ciascuno di noi è libero di non condividere, anche la sua è una storia che avrebbe dovuto insegnarci molto su come funzionano le cose nel nostro Paese. Per questo vi lascio con alcune sue considerazioni tratte da "Assalto al PM. Storia di un cattivo magistrato".
"Nel corso degli anni mi sono reso conto di come la Calabria assomigli al Sudamerica di una volta: una regione governata da una vera e propria "classe". E' una classe di potere. Intrisa anche di mafiosità. E' composta da una parte importante e assolutamente trasversale della politica, che ha a cuore solo interessi di settore. Gruppi di potere che operano per puro interesse e con logiche biecamente clientari. Comprende una parte consistente dei principali imprenditori, diventati potenti, ricchi, noti e forti grazie al loro rapporto con la politica. Una situazione che potrebbe apparire simile a quella di altre parti del paese. Ma la vera anomalia, in Calabria, è che in questa classe compaiono, in modo non residuale, pezzi significativi delle istituzioni ed anche parti degli organi preposti ai controlli di legalità: impiegati e funzionari pubblici, forze dell'ordine, servizi di sicurezza. Quando il controllore diventa "organico" in un sistema cui partecipa anche il controllato, le garanzie di legalità e di trasparenza saltano, spazzate via da un conflitto di interessi permanente.
La classe dominante che ho descritto governa la Calabria da decenni tenendo in una situazione di voluta soggezione e sottomissione il resto della popolazione calabrese, che non ha la capacità di riscattarsi perchè non ha gli strumenti economici nè quelli politici e nemmeno istituzionali, dal momento che attraverso il controllo dell'economia e del lavoro la borghesia mafiosa controlla anche il voto. Ma soprattutto, almeno fino a un certo momento storico, la Calabria non ha avuto gli strumenti cognitivi per opporsi. Perchè?
Perchè la conoscenza di certi contesti avviene attraverso due canali: la magistratura e l'informazione. Le indagini giudiziarie consentono al cittadino di sapere se i propri governanti stanno rubando, stanno truffando, sono corrotti o infedeli e così via. Se la magistratura non funziona la gente non sa cosa di illecito accade nella vita pubblica. Poi c'è l'informazione. In questo settore la Calabria, fino a un certo punto, ha molto sofferto un controllo serrato, una "cappa mediatica" che non consentiva ai cittadini, dentro e fuori la regione, di sapere cosa accadeva. Con il tempo questa situazione è migliorata perchè sono nati nuovi organi di informazione e alcuni giornalisti seri e coraggiosi, spesso molto giovani, sono riusciti a raccontare i fatti. La consapevolezza e la partecipazione sociale sono mutate proprio quando questi cronisti, facendo bene il proprio mestiere, hanno cominciato a rendere una descrizione veritiera e non condizionata dalle azioni giudiziarie che venivano intraprese. La conoscenza dei fatti stimola il pensiero libero e critico e questo fa paura ai ceti dominanti affaristici e corrotti".
Insomma, chi salverà la mia città?
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